Tratto dalla Rivista quadrimestrale di studi vittoriesi - IL FLAMINIO n°6 - 1993 - Edita dalla Comunità Montana delle Prealpi Trevigiane

LUIGI SERA


TRANS-PONTEM: LORENZO DA PONTE: UN PONTE TRA EUROPA E AMERICA

Traduzione di Edoardo Casini

"Che farai in America, Lorenzo?"

T.J. Mathias

"Non può quel che vuole
Vorrà quel che può".

Don Alfonso in Così fan tutte

La straordinaria esperienza umana e letteraria di Lorenzo Da Ponte, esperienza eminentemente trasversale e sfaccettata, è già da tempo oggetto di studi che, benché numerosi, sono spesso ripetitivi l'uno dell'altro.
Fatte poche eccezioni, fino a circa dieci anni fa, la figura e l'opera di Lorenzo Da Ponte si sono piattamente identificate con la stesura dei libretti di Mozart ed omologate, in modo riduttivo, allo spirito d'avventura e al libertinismo del Settecento. L'ottimo lavoro di Sheila Hodges, Lorenzo Da Ponte: la vita e il tempo del librettista di Mozart, pubblicato nel 1985 e i due convegni su Da Ponte tenutisi alla Columbia University (1988) e a Vittorio Veneto (1989) hanno gettato sull'uomo di Ceneda una luce nuova, più completa. Questi studi recenti da parte di studiosi di campi diversi, dalla critica letteraria alla musicologia, dalla biografia alla linguistica, mentre hanno colmato la conoscenza eccessivamente lacunosa e, talvolta, superficiale di Lorenzo Da Ponte, hanno riconosciuto, attraverso argomentazioni di grande dignità speculativa e scientifica, l'importanza autonoma dell'opera di Da Ponte. Sembra che tutto ciò che si poteva investigare sia stato fatto, ma, nella nostra epoca post-modema, l'ermeneutica si offre come spia, effimera


LUIGI SERA della University of Pennsylvania di Philadelphia, ha relazionato al Convegno Internazionale di New York (1988) ed a quello di Vittorio Veneto (1989), sempre sul ruolo culturale di Da Ponte in America.

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e vacillante, di complessità testuali ed ontologiche che sono inesauribili. In particolare il ruolo e la funzione di Lorenzo Da Ponte quale mediatore dell'Europa e della sua cultura con la giovane nazione americana, lasciano ancora spazio ad interpretazioni nuove. Questo scritto intende dimostrare come Lorenzo Da Ponte abbia stabilito un legame importante tra l'Europa, e l'Italia in particolare, da un lato e gli Stati Uniti dall'altro. "Poco era quello ch'io aveva portato da Londra. Una cassettina di corde di violino, alcuni classici italiani di poco prezzo, alcuni esemplari di un bellissimo Virgilio, alcuni della Storia di Davila e da quaranta a cinquanta piastre in contanti(1)" scrive Lorenzo Da Ponte nelle sue Memorie inventariando ciò che aveva portato con sé nel viaggio verso l'America da cui non sarebbe ritornato. In retrospettiva l'inventano si lascia leggere come programma della vita di Da Ponte nel Nuovo Mondo, una vita all'insegna della predilezione per la musica e la letteratura, materializzate come merce di consumo medio per la società civile moderna. Corde di violino e torni dei classici spiccano sul vascello Columbia comandato da Abissay Haydn, 'arpionatore di balene', come metonimie degradate, come simulacri platonici di una cultura che ha perso lo statuto dei valori perenni e delle funzioni di emancipazione e progresso.
Il diciottesimo secolo era appena concluso. Era stato un secolo di "bellezze magiche e radiose", di artisti straordinari, di ideologie fulgenti e tonanti, ma anche di violenza e di tragedie collettive ed individuali, di guerre e rivoluzione" (L. Villari)(2).
Era stato il secolo dell'Arcadia e del melodramma, di Goldoni e Mozart, di Tiepolo e Hogarth, di Newton e Kant, dell'Enciclopedia e di Rousseau, di economisti, giuristi, viaggiatori, della Massoneria, dei principi illuminati, della Guerra dei Sette Anni, dell'Indipendenza americana e della Rivoluzione Francese. Era stato il secolo della 'crise de la conscience européenne' (P. Hazard), dell'inizio della diaspora italiana, dell'Italia fuori d'Italia" (F. Venturi). Era stato il secolo di ciò che, nella consapevolezza di molti contemporanei, fu sentito come modernità.
Quale fui! reale incontro che Lorenzo Da Ponte ebbe con l'America? Che tipo di rapporto intrecciò con i luoghi dei Nuovo Mondo, che oscillavano tra utopia e iper realtà, moderno ed arcaico, quei letterato che aveva persona!-mente conosciuto gli ambienti sociali ed artistici più raffinati - da Venezia vivace e splendida nel suo crepuscolo, alla elegante Vienna degli Asburgo, alla Londra dinamica di Giorgio III - che aveva lavorato in stretto contatto con Mozart ed altri importanti compositori e che, ora cinquantaseienne, aveva sulle spalle una esperienza molteplice di avventure e di situazioni alterne?
L'America in cui Da Ponte era sbarcato era un paese già consolidato istituzionalmente ma ancora indeciso se optare per una economia a predominanza agricola, come Thomas Jefferson raccomandava, o industriale, come

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sarebbe accaduto in sintonia col programma di Alexander Hamilton delineato nel famoso "Rapporto sulle manifatture". Comunque, a quel tempo era sbiadita l'ideologia di una America, 'locus' di semplicità naturale ed innocenza di costumi, nazione della palingenesi per l'umanità futura.
Per tutto il secolo diciottesimo, una pletora di sogni ed utopie aveva nutrito I' imaginaire europeo. Alla ricerca della felicità, una aspirazione che la filosofia aveva legittimato, la coscienza europea scopriva di aver divorziato da se stessa e di essersi frantumata.
Inventava "l'altrove", le età dell'oro e le Arcadie irrimediabilmente perdute a causa degli effetti corruttori della civiltà, come si diceva allora, o, come si dice spesso oggi, a causa degli effetti di guerre e carestie continue, e della stanchezza di una organizzazione sociale millenaria, ancora in gran parte feudale. L'idea apocalittica di un Mundus novus o novissimus che avrebbe col tempo soppiantato il vecchio era riemersa accanto al concetto gnostico di ab oriente lux interpretato come il simbolo delle civiltà che seguono il corso del sole, che sorge ad oriente e muove verso occidente. Anche in Italia molti pensatori, scrittori e viaggiatori(3) avevano narrato di un'America abitata da forti uomini pacifici, rispettosi dei loro pari, strenui difensori delle virtù civiche e delle libertà repubblicane. La moda dell'America aveva anzi dato forma precisa al "Pensilvano" che sarebbe stato dotato dell'innocenza e della laboriosità degli Indiani e della saggezza e temperanza dei Quaccheri. In queste figurazioni astoriche, Filadelfia, con la sua etimologia, evocava la concretizzazione del progettò quacchero di William Penn e della filosofia pragmatica di Benjamin Franklin.
A cavallo del secolo, comunque, la propaganda dell'utopia americana perse il suo fascino perché la rivoluzione francese e la "liberazione" napoleonica avevano mandato in frantumi gli ideali di eguaglianza e libertà. La giovane nazione americana osservò da lontano l'astro nascente di Napoleone e l'interminabile lotta tra Inghilterra e Francia. D'altro canto, le guerre d'Europa, che impegnavano le forze navali delle nazioni belligeranti, permettevano agli Stati Uniti di diventare la più grande potenza marittima neutrale e di avviare proficui commerci soprattutto sulle rotte del Pacifico.
Quando, nel 1805, Lorenzo Da Ponte arrivò, Filadelfia, con i 68.000 abitanti ed una crescita annuale del 5 per cento, era la città più popolosa degli Stati Uniti. La città portava ancora l'aureola patriottica e civile dell'ex capitale dove era stata emanata la Dichiarazione di Indipendenza ed era stata promulgata la Costituzione. Si trattava di una comunità urbana di commercianti e costruttori di navi impegnati in attività marittime al massimo dello sviluppo. Chiamata l'Atene d'America, era la sede della famosa Società Filosofica d'America. Vantava una biblioteca pubblica, un museo d' arte, un museo di storia naturale, librerie, alberghi, ristoranti teatri e circhi. Tra il fiume Delaware e Logan Square, le case si allineavano le une accanto alle altre con i caratteristici mattoni rossi e le recinzioni bianche. Commercianti

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e artigiani abitavano sopra i loro empori ed negozi, e gente di ogni estrazione sociale abitava quartieri completamente integrati. C'erano scuole private, elementari e secondarie, per tutti i gruppi religiosi, e l'Università di Pennsylvania. La città era sfuggita al flagello della schiavitù ed ogni lavoro veniva retribuito. Il censimento del 1790 registrò meno di 300 schiavi in tutta la Pennsylvania, e quello del 1820 elencò 3 schiavi a Filadelfia e 4 nei sobborghi. Circa 8.000 Afro-americani vivevano in un ambiente privo di tensioni di razza(4).
Sebbene Da Ponte non conservasse un buon ricordo delle esperienze fattevi, Filadelfia fu spesso un punto di riferimento per lui. Vi sbarcò dopo una disagiata attraversata atlantica, vi aprì un negozio di modista, viaggiò 72 volte avanti e indietro da Filadelfia a Sunbury dove risiedeva e dove si trasferì nell'Agosto del 1818.
"... mia intenzione era di fermarmivi colla famiglia e poi spargervi la lingua e letteratura del mio paese... M'accontai co' primi letterati... co' direttori della pubblica libreria: e proposi loro l'acquisto di... libri... Offersi alcuni libri... pe' quali s'avesse un saggio della sua bella letteratura"(5).
Nonostante il forte sostegno di Zaccheo Collins, amministratore della Old Library Company e membro preminente della Società Filosofica d'America, Da Ponte non riuscì a realizzare i propri progetti. Ne concluse" che in Filadelfia non si voleva o non si sapeva conoscerne il pregio.. "(6). Nell'aprile 1819, su pressioni di Clement C. Moore, Da Ponte ritornò stabilmente nella "nobile, popolosa e... cara città di New York"(7), ponendo termine alle peregrinazioni americane che l'avevano portato dall'insediamento iniziale a New York (1805) a Elizabethtown, New Jersey (1805-07), New York (1807-11) e Sunbury (1811-18). In questi anni si lanciò in varie imprese tra le quali l'insegnamento, la vendita di libri, la gestione di drogherie e di un emporio, il commercio di liquori e medicinali, il possesso e la coltivazione della terra, la partecipazione in una società di distillati e perfino un tentativo di trasporto per carro e carrozza. Nel dedicarsi a questa varietà di imprese, egli rivelò l'indole quintessenziale del diciottesimo secolo, che era stata resa dignitosa e centrale dalla figura del marchandphilosophe.
Nelle Memorie, Da Ponte ritrae con particolari vivaci persone e luoghi de! periodo trascorso a Sunbury, quando allarga la propria esperienza americana oltre la sfera puramente urbana. Passò quasi otto anni in quell'avamposto del Movimento Verso l'Ovest, che, nel giro di pochi decenni, avrebbe colonizzato e trasformato l'immenso territorio che si estendeva fino al Pacifico. Lorenzo, che a Gorizia era stato un arcade col nome di LesbonicoPegasio, descrive i dintorni di Sunbury sulle rive del fiume Susquehanna in termini ispirati per lui insoliti, forse reagendo alla sensibilità romantica nascente che si manifestava negli scritti contemporanei dei Transcendentalisti americani. Un esempio notevole naturalmente, è la 'patetica fallacia', il sentimento di una natura infinita come sfondo delle emozioni umane, che essa assorbe e

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riecheggia su tali modulazioni. R.W. Emerson e H. Thoreau cantavano la natura. Più tardi, la Hudson River School ricorse allo stile detto "luminaescente", per rappresentare la luce che fora nubi e foreste, che crea effetti di atmosfere misteriose e di eventi imminenti.
"... Si giunge al piede d'una montagna... I margini sono inghirlandati di virgulti, cespugli ed alberi d'ogni sorte, tra quali pompeggia un'incredibile quantità di lauri selvatici... Ruscelli, cascate d'acqua, collinette, dirupi, massi marmorei e gruppi d'alberi multiformi si stendono in due valli vastissime e profondissime...
Trovansi qua e là delle casucce, delle capanne di pastori.., e, tra un'infinità di cervi, di cinghiali, di pernici, di fagiani e d'ogni altra sorte di selvaggina, de' lupi, delle volpi, degli orsi e de' serpenti a sonaglio, che, sebben raramente assaliscano il passeggiero, aggiungono nulladimeno un certo orror dilettevole, una certa aura di solennità, a quella maestosa solitudine"(8).
Si tratta di una "Sinfonia del Nuovo Mondo" composta da Lorenzo Da Ponte piuttosto che da Antonin Dvorak, in onore di un paesaggio dimentico della storia ed abitato fino a pochi decenni prima soltanto da Indiani, simile ai luoghi descritti da J. Fenimore Cooper, conoscenza newjorchese all'epoca in cui Da Ponte rivedeva e pubblicava la propria autobiografia.
Che cosa rivela lo stile di Da Ponte? Nelle Memorie usa una lingua che rivela semplicità lessicale e sintattica, benchè inframezzata da citazioni latine e forme idiomatiche toscane. "Io... scelsi uno stile semplice, facile, naturale, senza affettazione, senza fioretti"(9). Più che una lingua fossile resa tale da lunghi anni di residenza in paesi stranieri, quella di Da Ponte ènotevole testimonianza di una koinè linguistica per un pubblico nuovo e vasto di lettori, una lingua che conserva le tracce della lingua franca del melodramma e dell'opera.
L'analisi della struttura delle Memorie richiede una ricerca sugli influssi e l'accertamento di alcune teorie.
Si potrebbe osservare che J.J. Rousseau, le cui opere Da Ponte lesse all'epoca del suo insegnamento a Treviso, aveva detto con orgoglio, riflettendo un'opinione diffusa, che la storia oscura della propria anima sarebbe stata più interessante di quella dei re se soltanto avesse potuto pensare di più e meglio di loro. Un cambiamento psicologico radicale di tal fatta determinò un rimodellamento delle tecniche narrative e una democratizzazione dell'argomento per cui tutti erano autorizzati a parlare di se stessi. Il passaggio dall'autobiografia aristocratica a quella borghese avvenne enfatizzando l'uomo comune e le sue qualità che divennero qualcosa da mettere in mostra più che da nascondere. Di conseguenza, l'autobiografia, mentre perdeva il suo carattere di esemplarità, si rivelava contigua al romanzo. In particolare, nelle memorie veneziane di Da Ponte, C. Goldoni, C. Gozzi, G. Casanova, il mutevole soggetto/carattere che sostituì l'eroe epico viveva nella "immediatezza del presente",

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come G. Poulet affermò con specifico riferimento a Casanova, e si muoveva in un'epoca simile all"epoca dell'avventura" che M. Bachtin scopre nel romanzo greco e barocco. L'autobiografia di Da Ponte, che mostra una dimensione temporale regolata sulle vicende dell'autore, riflette pure i topoi del melodramma con cui egli aveva una familiarità retorica provata. Su questo punto, P. Brooks ha affermato, in modo del tutto convincente, che il sorgere della immaginazione melodrammatica moderna provoca un crollo ed un fallimento strutturali del divino, del sacro e del soprannaturale delle letterature classiche, relegando il dramma cosmico all'interno della normale esistenza quotidiana dell'individuo(10).
Più complessa è la soluzione, se una soluzione si deve trovare, del rapporto auctor/agens, che per certi critici è senza importanza, mentre per altri va configurato quale identità forte autore/personaggio, così come P. Lejeune ha prospettato nello studio sul "pacte autobiographique"(11).
Più che un "récit de carrière", narrazione di una carriera, l'esistenza di Lorenzo Da Ponte, come riferita nelle Memorie, si presenta come una carriera imposta, "una carriera subita" (F. Fido). "Era... educato... alla maniera de' preti, sebbene inclinato per genio e quasi fatto dalla natura a studi diversi"(12). Per necessità, il mascheramento è una difesa. "Chi son io tu non saprai" dice Don Giovanni/Da Ponte, indossando la maschera che gli permette il cambio di identità e di anima per una fuga nella fantasia, mentre invita chi l'osserva ad indagare e scoprire. L'uomo nato a Ceneda nel 1749 da una famiglia ebrea si trovò mutato il nome originario di Emanuele Conegliano in quello di Lorenzo Da Ponte, nome del vescovo che lo battezzò all'età di quattordici anni. "(Egli è] l'uomo sine nomine.., professore sine exemplo... l'autoritratto è costituzionalmente quello dell'uomo deprivato"(13).
I doxa (giudizi) di avventuriero e libertino, espressi in termini scandalistici e riprovevoli, sono da tempo riduttivi e rendono opache le opere e le esperienze globali di Da Ponte. Ciò risale all'epoca del De Sanctis e di G. Carducci e venne codificato in modo particolarmente preconcetto da F. Nicolini, che, mentre consacrava la fama letteraria di Da Ponte con l'inclusione delle Memorie nella famosa collana Laterza Scrittori d'Italia, scriveva "... c'erano [in lui] untuosità e ipocrisia ebraico-pretesche"(14). A questo riguardo, recentemente si è scritto molto appropriatamente: "Quello di Nicolini è il classico pregiudizio di tipo moralistico, cui forse non sono estranee nemmeno connotazioni di tipo razzistico... Uno studio più approfondito, e non prevenuto, della biografia di Da Ponte porta oggi i più (tra gli studiosi) a giudicare sproporzionata la definizione di avventuriero e parzialmente accettabile quella di libertino, con prevalente sottolineatura, per quest'ultima, dell'accezione politico-filosofica"(15).
"Un archetipo dell'emigrazione intellettuale italiana in America" (P.M. Pasinetti), Da Ponte appartenne a quella diaspora, a quella emigrazione

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scelta per ragioni intellettuali o morali quando gran parte degli stati italiani era governata da monarchi dispotici o stranieri, oppure e semplicemente per il desidero di visitare nuovi luoghi e mescolarsi in nuove società, desiderio che si manifestò inizialmente nel 1700.
Allora una miriade di scrittori italiani moltiplicò viaggi e contatti sociali, esperienze e scritti attraverso tutta l'Europa ed anche oltre Atlantico(16). Provenivano tutti da quella entità particolare che era l'Italia prima della unificazione, una nazione-cultura che esisteva da secoli prima di diventare una nazione-stato e che attraverso i propri espatriati ed emigrati esprimeva una influenza culturale omogenea ne! campo delle arti, dell'architettura, delle scienze e della giurisprudenza di vari stati dell'Occidente.
Quando dopo le disastrose esperienze in Pennsylvania, Da Ponte si trasferì nuovamente e definitivamente a New York nel 1819, la città era nel pieno della tumultuosa espansione che in pochi anni l'avrebbe trasformata in un centro d'attrazione finanziario e culturale. Perso il provincialismo, New York guadava apertamente alla cultura e alle arti europee con intenti intelligentemente finalizzati all'acquisto "I miei piedi ricalcavano le pietre a me care di questa avventurata città"(17).
Dopo il ritorno a New York, fino alla morte nel 1838, Da Ponte brillò in una città dove la cultura si consolidava secondo statuti riconoscibili e trovava coesione e fermezza di intenti.
Sebbene in tutta la sua vita, tranne che nell'infatuazione rousseauviana a Treviso, Da Ponte non avesse rivelato interesse per i programmi politici e sociali che posero fine all"ancien régime", a New York trovò la sua causa nel difendere pubblicamente l'Italia e gli Italiani contro l'attacco violento, evidenziato nella stampa di New York, che, in rapporto col divorzio del re e della regina di Inghilterra, C. Phillips avvocato e consigliere aveva portato praticamente contro tutto ciò che era Italiano. Essendo il più anziano ed il più noto degli italiani di New York, Da Ponte sentì che doveva intervenire personalmente per confutare queste denigrazioni. A questo scopo, affittò una sala per conferenze pubbliche dove fece il suo 'Discorso apologetico sull'Italia' davanti ad un pubblico di più di 200 persone che il quotidiano Columbia descrisse come "una delle più affollate riunioni di ingegno e moda che mai abbiano ornato una sala per conferenze di questa città".
Da Ponte tenne il passo col ritmo frenetico della città attraverso la corrispondenza e la stesura di cataloghi, ricordi, opuscoli, e poesie(18), e l'insegnamento a centinaia di studenti - fu il primo professore di italiano al Columbia College (19) - importando migliaia di libri e promuovendo l'opera italiana.
A quel tempo era confortato dalla amicizia affettuosa e sempre leale dei Moore e dei Livingston; onorato dalla società alla moda; in familiarità con letterati ed intellettuali quali Washington Irving, Fitz-Greene Halleck, J. Fenimore Cooper, Henry W. Longfellow, Gulian Verplanck, Samuel Morse,

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John Francis, Pietro Maroncelli.
Negli ultimi 20 anni della vita, passata a New York, fu rattristato dalla morte di due figli e della moglie amata e conobbe il fatale avanzare della vecchiaia, ma si tenne sempre occupato fino alla fine. In questo tempo fu notevole la sua partecipazione ad imprese teatrali.
Dopo la tournée del 1825 di Manuel Garcia, ritenendo maturi i tempi per l'opera italiana in America, programmò l'arrivo da Venezia di sua nipote Giulia, che cantò come prima donna nel "pasticcio" rielaborato "Ape musicale", ambientato nelle "Isole Fortunate", una chiara metafora dell'isola di Manhattan. Più tardi fece venire da Bologna la Compagnia Montresor. Entrambe le imprese finirono in delusioni e perdite finanziarie. Tuttavia impavido, a 84 anni, raccolse larghi fondi tra gli amici ricchi e riuscì a realizzare, al costo di 150.000 dollari, l'Italian Opera House che, secondo l'ex sindaco della città, Philip Hone, era il teatro più bello e più elegante degli Stati Uniti, senza confronti in Europa"(20).
Dopo un anno i costi eccessivi di produzione e mantenimento condannarono l'ultimo tentativo di Da Ponte di successo nel mondo contemporaneo della musica e del teatro.
Malgrado gli insuccessi finanziari, queste imprese nel mondo dell'opera gli procurarono grande piacere. Nel ricordare Da Ponte 30 anni dopo la sua morte, Henry Tuckerman scrisse: "Alcuni concittadini ancora descrivono... il suo bel viso all'opera... che contagiava gli altri di entusiasmo, e che serviva da legame vitale tra il pubblico affascinato e i musicisti stranieri(21)".
Negli ultimi anni Da Ponte ebbe una vasta corrispondenza con diverse persone in Italia, dove si lamentava della sproporzione tra ciò che aveva fatto per le arti e la diffusione della cultura italiana in America e la sua presente disagiata condizione, ma questa volta la sua lamentela era priva di basi, almeno in parte, se si tiene in considerazione la cura affettuosa verso di lui incessante da parte dei suoi famigliari ed amici.
Quando Lorenzo Da Ponte morì, pochi mesi prima del suo novantesimo compleanno, un gran numero di amici, ex allievi, artisti, e noti rappresentanti delle istituzioni culturali gli resero omaggio con esequie solenni ed un grande corteo fino al cimitero della Second Avenue. Tuttavia, come Mozart, fu sepolto in una tomba anonima. Il cimitero fu dismesso nel 1851; e fino ad oggi, i resti di Da Ponte non sono stati localizzati.
Oltre a raggiungere una posizione importante ed indipendente nel campo della letteratura, Lorenzo Da Ponte "un uomo molto più importante della sua vita(22)" ha pur raggiunto un riconoscimento definitivo come portatore e mediatore di cultura.
Il riconoscimento di Da Ponte come portatore di cultura e precursore di studi italiani in America è avvalorato da molte fonti autorevoli, anche molto diverse per tempo e personalità. In questa occasione, piacerebbe citare Henry J. Anderson che, presentando Da Ponte a John Vaughan, presidente della

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Società Filosofica Americana, nel Settembre 1829, scrisse: "Il Signor Da Ponte è talmente noto nel mondo letterario che ritengo superfluo parlarvi delle sue qualità professionali. Basti dire che occupa il rango più alto tra i letterati d'Italia sebbene abbia passato gran parte della vita lontano dal paese nativo. Insegnante esperto ed ora anziano, gode ancora di buona fama, tale da farlo considerare tra i primi sia nella produzione letteraria che nella ardente devozione alla causa delle Lettere... Un apostolo del Bell'idioma (23).
E significativamente, Clement C. Moore scriveva: "Finche tra noi rimarrà una scintilla di gusto per le belle lettere, il nome di Da Ponte sarà venerato"(24).
E il primo estimatore di Da Ponte non suo contemporaneo, Arthur Livingston, scrisse: "Non v'era dubbio alcuno che questo fu un momento importante per lo spirito americano. Come nessun altro aveva mai fatto prima, oso dire, Da Ponte fece vivere, per molti americani importanti, l'Europa, la poesia, la pittura, la musica, lo spirito artistico, la tradizione classica, una educazione classica creativa"(25).
Secondo Sheila Hodges, Da Ponte fu "... l'infaticabile pioniere che fece conoscere agli Americani la tradizione letteraria e musicale della sua terra natale, aprendo loro gli occhi agli splendori che non avevano visto o immaginato prima(26)".
L'uomo di Ceneda, per due volte diasporico, era vissuto nella Europa dell 'Età della Ragione e nell 'America del primo esperimento democratico e pluralistico senza partecipare alle ideologie fondanti dell'Illuminismo e del Romanticismo. Era giunto dalla Venezia del 1700, antiAufldàrung per eccellenza, città di carnevali e teatri, di maschere e libertini, dov'era prodotta l'arte meno 'italianizzante' con il colorismo di Canaletto, Longhi, Tiepolo e il disperato intellettualismo di Guardi, dove l'arte funeraria di Canova neoclassico si dava come viatico per l'angoscia della morte.
La Venezia Orientale, metafora per antifrasi della civilizzazione italiana, Abendland, Esperia, terra dell'Occidente, segnate entrambe dal tempo e dal declino, dove memorie, tracce, segni rivelano lo stesso lucido motivo di sfiducia nella ragione e manifestano il bisogno di abbellire, imbellettare, bistrare il ragionamento mirando all'eccentrico, all 'artistico, allo spettacolare. Città dove la maschera è un espediente per trascendere i 'phantasmi' interiori e dove la modernità è già presente nel 18° secolo con le appercezioni di transizione, rammemorazione e rovina. A Filadelfia, a Sunbury, a New York, Da Ponte portò con sé i segni delle antiche ferite delle due abiure imposte, e chiese per sé una normalità che gli sarebbe sempre stata negata, malgrado la normalità della sua condizione umana, riconosciuta e accettata dai modelli attuali, di viaggiatore nel tempo ed emigrante nel futuro, di predecessore e postumo di se stesso.
Nelle sue esperienze di scrittore e uomo della giovane America, ricca di

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lusinghe ma anche di sconfitte, terra dell'iperrealtà e del fare più che della pietas e dell'essere, Da Ponte dimostrò una sottomissione al destino che lo rende comune alla maggioranza degli esseri umani, e degno di affetto per la sua disponibiltà ad essere nel mondo e del mondo. In America Da Ponte si gettò in imprese commerciali per le quali sentiva l'attrazione dell"homo americanus" che è convinto che tutto sia illimitatamente possibile.
Come molti che credettero nel "sogno americano", egli incontrò lo zoccolo duro della concorrenza e dei cicli economici e il fallimento dietro la porta, ma, come pochi fecero, trovò nella letteratura la risorsa di energia per rinnovare illusioni e progetti. Col passare del tempo si fece sempre maggiore la distanza tra Da Ponte, letterato cosmopolita del 18° secolo, e il paese ospite che aveva abbandonato gli ideali egalitari e universali degli inizi ed aveva scoperto la propria 'unicità' e vocazione egemonica, diventando più importante.
Sopravvissuto ad un tempo definitivamente scomparso, mentre passa da un insuccesso materiale all'altro, Da Ponte coglie il successo definitivo di una esistenza vissuta intensamente fino alla fine e resa gloriosa dalla letteratura variata e leggera che si porge come sogno e documento di grazie svanite e di macrorealtà moderne ed effimere.
Ponte autentico tra Europa ed America, la figura e l'opera di Lorenzo Da Ponte ancora raccorda, nel tempo e nello spazio, levità Veneziane e Viennesi e presagi americani di nuova modernità.


NOTE

Questo saggio contiene brani modificati dell'articolo Lorenzo Da Ponte in America, in "Il
Popolo Italiano", Ventnor, New Jersey, Marzo 1988 e della relazione Lorenzo Da Ponte a
Filadelfia e Sunbury tra utopia e iperrealtò, presentata al "Convegno Internazionale Lorenzo
Da Ponte, Vittorio Veneto (Treviso), 23-26 Novembre 1989". Si prefigge di far emergere
l'importante ruolo di Da Ponte quale operatore culturale mentre l'articolo e la relazione citati
mettevano in risalto, l'uno l'importanza attuale di una rilettura dell'opera e della figura di Da
Ponte, l'altra le esperienze di Pennsylvania così come tramandate nelle Memorie.
E' apparso con il titolo: Trans-Pontem: A Bridging Between Europe and America by Lorenzo
Da Ponte nella Rivista Proceedings of the American Philosophical Society, voI. 135, n° 3,

1991 (Filadelfia, U.S.A.).
1) Lorenzo DA PONTE, Memorie a cura di G. Gambarin e F.Nicolini, Bari, 1918, vol. Il, p.
6. D'ora in avanti citato "Memorie".
2) L. VILLARI, Mozart e il suo tempo, supplemento di "La Repubblica" n. 118, Roma, 1987,
p. 26.
3) Tra questi ci furono F. Galiani, G. Filangieri, A. Genovesi, V. Cuoco, M. Pagano, O.
Fantoni, C. Goldoni, V. Alfieri, G. Panni.
In modo particolare, F. Mazzei e L. Castiglioni narrarono dei loro viaggi in America. La moda

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dell'America diede precedenza, soprattutto, alla celebrazione di Benjamin Franklin sulle orme dell'iconografia del famoso epigramma di F. TURGOT "Eripuit coelofulmen sceptrumque lyrannis". In modo molto simile, molti poeti italiani tessero l'elogio del fondatore e primo presidente della Società Filosofica Americana e del Nuovo Mondo. Per esempio, vedasi V. Monti nell'odeAlSig.rdi Montgolfier, "Rapisti al ciel le folgori"; O. Panini nell'ode La recita in versi, "A Giove altri l'armata / destra di fulmin spoglia..."; A. Mussi nella composizione latina De virga Frankliniana,
Regina signis te Philadelphia
Subscribit immortalibus: "Hic Sophus, Hic il/e Frannklin, qui lyrannis
Sceptra, Jovi rapuitquefulmen"
("Filadelfia regina conserva il tuo nome con parole immortali: "Questi è il Saggio, il famoso Franklin che rapì gli scettri
ai tiranni ed il fulmine a Giove");
L. Mascheroni nell 'ode Invito a Lesbia Cidonia, "Quindi osò l'uomo condurre il fulmine vero / in ferrei ceppi e disarmò le nubi". Anche V. Alfieri evocò Franklin con fervida ammirazione in America libera, "Tu rapitor del fulmine celeste / ... Franclin (sic), padre, consiglio, anima, mente / di libertà nascente". G. Fantoni fece riferimento a Franklin come a un Bruto novello nell'ode A Pa/miro Cidonio,
Dei Tiranni il giogo scuote lo sprezzato Americano
cui apprese il Pensilvano nuovo Bruto, a trionfar.
4) Cfr. J. Thomas SCHARF e Thompson WESTCOTT, Storia di Filadelfia, vol. Il, Capo V,
Filadelfia, G.H. Events & Co., 1884.
5) Cfr. Memorie, cit., Il, p. 40.
6) Cfr. Memorie, cit., Il, p. 41.
7) Cfn. Memorie, cit., Il, p. 44.
8) Cfr. Memorie, cit., Il, p. 18.
9) Cfr. Memorie, cit., Il, p. 68.
10) Peter BROOKS, The Melodramatic Imagination, New Haven, Yale University Press,
1976.
11) Per l'applicazione della teoria del "pacte autobiographique" si veda Philippe LEJEUNE,
Le Pacte autohiographique, Parigi, Editions du Seuil, 1975. Secondo Enrico Chierici
l'accusa di inaffidabilità e di interessata parzialità per molto tempo ha velato ed ancora vela
il giudizio critico sulle Memorie. Questa accusa è nata dall'opinione che l'autobiografia, e di
conseguenza le Memorie di Da Ponte, sia un genere semplicemente di puro riferimento".
Chierici, mentre discute questa supposizione, procedendo dimostra come il patto autobiografico, quale si configura in Lejeune, esista, nelle Memorie, tra lettore e autore, e come ci sia
coerenza costante tra la trasformazione di una vita in romanzo, la fabula, e l'autore/attore della
stessa. A questo proposito, si veda Enrico Chierici "Parlerò di cose... pur tanto singolari",
relazione presentata al Convegno Internazionale su Lorenzo Da Ponte, Vittorio Veneto, 23-
26 Novembre, 1989.
12) Cfr. Memorie, cit., I, p. 6.
13) Cfr. Paolo SPEDICATO "Ode ad un Uomo Senza Nome", relazione presentata al
convegno internazionale "Omaggio a L. Da Ponte", Columbia University, 28-30 Marzo,
1988. Per quanto riguarda le molte vite e il destino di emigrante di D.P., questo critico
opportunamente scrisse di D.P. come di uno di questi emigranti tesi alla costruzione di una
patria ideale, di una tradizione che travalica i confini di partenza e conversa col mondo" (Paolo

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Spedicato Recensioni, in "Lettere Italiane", VoI. I, Firenze, Olscki editore, 1989, p. 161).
14) Cf. Fausto NICOLINI, "La vera ragione de/la fuga di Lorenzo da Ponte da Venezia",in "Archivio Storico Italiano", voi. XIV, 1930.
15) Aldo Toffoli. Cf. Giampaolo ZAGONEL. Lettere di Da Ponte a Giacomo Casanova, prefazione di Aldo Toffoli, Vittorio Veneto, D. De Bastiani Editore, 1988, p. 10.
16) Tra essi ci furono F. Mazzei, C. Castiglioni, G. Baretti, V. Mantinelli, L. Angiolini, G. Gorani, G.L.Banconi, 5. Scrofani, F. Algarotti, C. Goldoni, V. Alfieni. Quando le persone di cultura per eccellenza erano anche uomini di chiesa, tra questi emigrati e viaggiatori vi erano, oltre a D.P., parecchi preti secolarizzati, A. Conti, A. Bertola, P. Fnisi, 5. Bettinelli, A. Fortis, F. Galiani, O. Casti.
17) Cfr. Memorie, cit., Il, p. 48.
18) L'elenco degli scritti di D.P. per il periodo 1819-1838, accanto alle Memorie, comprende:
An Extractfrom the L(fe of Lorenzo Da Ponte, with the History of Several Dramas written by him, and among others, 1/Figaro, Il Don Giovanni, & La scola degli amanti, set to music by Mozart; Sull'italia. Discorso apologetico di Lorenzo da Ponte in risposta alla lettera dell'Avvocato Carlo Phillips al Re d'inghilterra, e la sua traduzione; La Profezia di Dante di Lord Byron (traduzione); Catalogo ragionato de 'libri che si trovano attualmente nel negozio di Lorenzo e Carlo Da Ponte; Critique on certain passa ges in Dante; Economia della vita umana, tradotta dall'inglese da L. Guide/li: resa alla sua vera lezione da L. Da Ponte; Alcune osservazioni sull'articolo quarto pubblicato nel North American Review il mese d'ottobre dell'anno 1824; Storia della lingua e della lettteratura italiana in New York; Catalogue of Italian books, deposited in the New York socieiy,for the permanent use ofL. Da Ponte 'spupils and subscribers; Alcune poesie di Lorenzo Da Ponte; Versi composti da Lorenzo Da Ponte per la morte d'Anna Celestina Ernestina, sua virtuosissima e adorata consorte; Storia della Compagnia dell'Opera Italiana condotta da Giacomo Montresor in America in agosto dell'anno 1832; Storia incredibile ma vera; Frottolaperfar ridere; Storia americana ossia il lamento di Lorenzo Da Ponte quasi nona genario al nona genario Michele Colombo.
19) Nel 1825, grazie alla raccomandazione di Clement C. Moore, D.P. fu nominato professore di letteratura italiana al Columbia College. Senza stipendio fisso, "gli era permesso di ricevere un ragionevole compenso dagli studenti (che frequentavano) le sue lezioni" (dalle minute del convegno dei Fiduciari del Columbia College il 6 giugno 1825, come riferito in Joseph L. RUSSO, Lorenzo Da Ponte: poeta ed avventuriero. Nel primo anno, 28 studenti frequentarono le sue lezioni, ma l'anno seguente nessuno studente fece questo corso facoltativo. A D.P. non interessava venir associato all'università in tal modo. Dopo tutto, le lezioni private che impartiva a casa propria attiravano molti dei migliori studenti di New York. Quando egli rassegnò le dimissioni dall'insegnamento alla Columbia, queste non vennero accettate ed egli rimase professore dell'università per il resto della vita. Questa situazione paradossale suggerì a D.P. di rispondere agli studenti che l'avevano invitato ad uno dei banchetti annuali del College cui non potè essere presente con il famoso ghinibizzo latino "Sumpastor sine ovibus... Professor sine exemplo (Sono pastore senza pecore, professore senza studenti). Il rapporto di D.P. con il Columbia College fu tuttavia estremamente significativo per l'influenza intellettuale, riconosciuta dai membri della facoltà e dell'amministrazione che erano stati suoi allievi e che tennero vivo il suo nome come quello del precursore degli studi italiani in America. Oggi una cattedra di studi italiani alla Columbia University porta il suo nome.
20) Cfr. Sheila HODGES, Lorenzo Da Ponte, The life and Times of Mozart's Librettist, Universe Books, New York, 1985, p. 217. Edizione italiana: Lorenzo Da Ponte. La vita e i tempi del librettista di Mozart. Vittorio Veneto, H. Kellermann, 1992, p. 241.
21) Cfr. ibid., p. 218.
22) Cfr. ibid. p. 223.
23) "BelI' idioma" in italiano nel testo. Cfr. Henry i. Anderson, lettera a John Vaughan, 15

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settembre, 1929, Manoscritto, Misc. Ms. coli., American Philosophical Society. H.J. Anderson, allora professore di matematica e astronomia al Columbia College, nel 1831 sposò la figlia di Da Ponte, Fanny.
24) Cfr. Sheila HODGES, op. cit., p. 198. (Ed. it. p. 221) Clement C. Moore, amico sempre leale e sostenitore di Da Ponte, fu amministratore del Columbia College e figlio del primo presidente del College, il vescovo Benjamin Moore. Fu l'autore del popolare Twas the night before Christmas (Era la notte di Natale).
25) Cf. Memoirs ofLorenzo Da Ponte, translatedfrom the Italian by Elizabeth Ahbott, edited and annotated by Arthur Livingston, Philadelphia and London, J.B. Lippincott Co., 1929, p. 363 n


Palazzo Cesana dalla piazza visto da est.

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