Tratto dalla Rivista quadrimestrale di studi vittoriesi - IL FLAMINIO n°5 - 1990 - Edita dalla Comunità Montana delle Prealpi Trevigiane

IDO DA Ros

L'INDUSTRIA VITTORIESE DAL 1866 ALLA FINE DELL'800

La situazione industriale di Vittorio Veneto, all'indomani dell'annessione del Veneto all'Italia, appare piuttosto negativa se è vero che il sindaco della città, Francesco Rossi, così scriveva il 6 dicembre 1867 nella sua annuale relazione alla Prefettura: "L'industria è generalmente illanguidita, le fabbriche si trovano in decremento e tutte risentono della infelice situazione economica, mercé cui difettano nel commercio, credito e capitale"(11). Eppure Vittorio Veneto poteva allora vantare una presenza industriale che, proporzionalmente ai suoi 15.000 abitanti, temeva pochi confronti nel Veneto. Quindici filande davano lavoro a 635 operai; nelle 9 cartiere lavoravano 260 operai; vi erano poi 2 concerie con 21 operai, 2 lanifici con 70 e una fabbrica di calce con 62 (2). È da presumere, pertanto, che la relazione del sindaco riflettesse una situazione congiunturale; effettivamente in quel periodo l'atrofia del baco da seta aveva ridotto il lavoro delle filande e la concorrenza della cartiere "a macchina" cominciava a mettere in crisi le cartiere "a mano" locali.
Un primo quadro completo della situazione dell'industria vittorie-se si può desumere dall'esame dei dati forniti dal censimento industriale del 1876. Rispetto agli anni precedenti la situazione è nel complesso migliorata in quanto, al leggero regresso delle cartiere, si contrappongono iniziative imprenditoriali di una certa consistenza e soprattutto lo sviluppo dell'industria serica. In quest'ultimo settore si registra infatti un aumento del numero degli operai (875); il numero delle filande in funzione, tuttavia, diminuisce, passando da 15 a 10; evidentemente la crisi provocata dall'atrofia, eliminando le industrie più piccole, ha favorito la concentrazione della produzione in poche


IDO DA ROS, è nato e risiede a Vittorio Veneto. Laureato in Lettere e in Filosofia all'Università di Padova, insegna materie letterarie in un istituto superiore di Vittorio Veneto. F) socio del Circolo Vittoriese di Ricerche Storiche.

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aziende che possono apportare miglioramenti tecnici: si vedrà, infatti, come in pochi anni quasi tutte le aziende rimaste adotteranno il sistema a vapore.
La produzione totale di seta grezza nel 1876 è di 15.045 chilogrammi, per ottenere i quali vengono filati 112.837 chilogrammi di bozzoli. L'intera produzione veniva esportata nei mercati di Milano e di Lione (3).
Il consistente incremento dell'attività serica fu dovuto soprattutto ad un'iniziativa imprenditoriale di un certo rilievo: nel 1873 venne fondata la filanda Sbrojavacca, che si pose subito all'avanguardia per i sistemi di lavorazione e per la consistenza della produzione. Adottò il sistema a vapore, dando lavoro a 321 operai e producendo annualmente 9.000 chilogrammi di seta, pari quindi al 60% dell'intera produzione locale.
Un settore dove, invece, non si registra alcuna nuova iniziativa imprenditoriale è quello della carta; per di più in nessuna delle 9 cartiere, i cui proprietari erano Galvani, De Mori, Wassermann, Fighera, Gava, Sammartini e Gentili, era stato adottato il sistema di lavorazione "a macchina". La produzione annua totale era di 11.500 quintali di carta e la manodopera raggiungeva le 253 unità. Il solo Gentili possedeva 3 cartiere, situate lungo il fiume Meschio, dal quale traevano la forza motrice mediante 14 ruote, che producevano 4.500 quintali di carta all'anno(4).
L'intera produzione del Gentili prendeva la via del Levante, così come quella del De Mori e del Sammartini, mentre i restanti produttori si rivolgevano esclusivamente al mercato nazionale.
La situazione dell'industria cartaria, già critica ancor prima del 1866, divenne sempre più difficile a partire da quell'anno. Finche il Veneto rimase sotto la dominazione austriaca, le cartiere vittoriesi poterono continuare la produzione a prezzi concorrenziali rispetto a quelli delle fabbriche dell'Impero; quando però, con l'annessione del 1866, vennero abolite le barriere doganali che dividevano il Veneto dal resto d'Italia, le cartiere dovettero affrontare la concorrenza delle fabbriche più moderne e attrezzate della Penisola, che invasero sempre più massicciamente con i loro prodotti il mercato veneto.
Le cartiere vittoriesi dovettero la loro sopravvivenza al fatto di poter contare ancora sul mercato orientale, in virtù dei tradizionali rapporti commerciali instaurati tra la Repubblica di Venezia e 1'Oriente (5).
Ma, nonostante col passare del tempo diventasse sempre più difficile contrastare la concorrenza anche nel Levante, gli imprenditori vittoriesi non si decisero ad apportare quei miglioramenti tecnici che sarebbero stati necessari per farvi fronte, limitandosi a chiedere aumenti del dazio di esportazione degli stracci. Infatti gli stracci italiani, per la loro migliore qualità, erano molto richiesti all'estero, soprattutto in Inghilterra e in America (6). Il Gentili dapprima e poi tutti i produttori di carta della provincia di Treviso chiesero che tale dazio fosse portato a 20 lire per tutte le qualità di stracci, giustificando

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la richiesta con "la ormai lacrimevole condizione delle fabbriche di carta per l'elevatezza dei prezzi delle straccie"(7).
Anche al sistema di reclutamento della manodopera era imputabile una parte di responsabilità nel cattivo andamento della produzione. L'operaio infatti, non appena assunto, si faceva anticipare dal padrone una somma, la cosiddetta "caparra"; ma accadeva che per ottenerla l'operaio cambiasse spesso di padrone. Questo continuo mutare di fabbrica si rifletteva negativamente sulla produzione: "La caparra è una spada a due tagli sospesa sul capo del padrone, essendo-gli impedito di licenziare l'operaio vizioso o inetto, sotto pena di perdere l'intero suo credito e perché non può mai calcolare sopra un lavoro perfetto e continuo"(8).
Pur con tutte queste attenuanti, la crisi dell'industria cartiaria vittoriese è da addebitarsi in buona parte agli imprenditori locali che, o non vollero, o non seppero apportare i dovuti miglioramenti tecnici alle loro industrie, con l'introduzione in primo luogo della lavorazione "a macchina". "I capitali non mancherebbero - scriveva lo Stivanello - ma sono impigriti e timidi"(9).
E interessante notare come solo una parte dei proprietari fossero di origine vittoriese: imprenditori e capitali erano "importati", attirati nella zona da condizioni favorevoli allo sviluppo industriale (forza idrica e manodopera in abbondanza), sopperendo così in qualche misura all'apatia dei proprietari locali.
Continuando nell'esame dei dati del censimento industriale del 1876, notiamo la presenza di due lanifici sorti da poco; anche in questo caso gli imprenditori non sono locali, ma entrambi di origine veneziana: Giacomo Cini e Torres1 (10).
Il lanificio Cini iniziò la sua attività in città nel 1871, ma le sue origini risalgono aI 1827, anno in cui Francesco Cini diede inizio all'attività a Venezia con la fabbricazione di coperte di lana. Anche dopo la fondazione dello stabilimento di Vittorio Veneto la direzione rimase a Venezia. Il lanificio, sorto lungo il Meschio, da cui le ruote traevano una forza di 50 cavalli-vapore, produceva "coperte, panni e stoffe per vestiti, tappeti per mobiglie" quasi interamente esportati nei paesi del Levante (11).
Il lanificio Torres, fondato nel 1873, era di dimensioni più modeste; sorto anch'esso lungo il Meschio, produceva "lane, coperte e mezzelane per vestiti"(12). In totale i due lanifici impiegavano 155 operai.
Un'altra industria dovuta ad iniziative e capitali non locali è quella della produzione della calce idraulica. Essa venne fondata nel 1858 dal francese Croze per conto della Società delle strade ferrate lombardo-venete e dell'Italia centrale, allo scopo di produrre la calce idraulica necessaria alla costruzione delle linee ferroviarie (13). Dal 1861 il Croze divenne l'unico proprietario della fabbrica.

Questa è dunque la situazione dell'industria vittoriese nel 1876, la cui linea di tendenza non subisce sostanziali variazioni nell'ultimo quarto di secolo poiché, a parte qualche rara iniziativa imprenditoriale,

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si continua ad assistere all'inesorabile declino delle cartiere e al ristagno dell'industria serica.
Per quel che riguarda quest'ultimo settore va notata positivamente la generale adozione del sistema a vapore fin dal 1882 (14). Purtroppo, però, l'esportazione di seta greggia incontrò in quegli anni sui mercati europei una concorrenza sempre più forte. Le industrie vittoriesi, che esportavano buona parte della seta a Lione, trovarono un ostacolo anche nella rottura dei rapporti commerciali tra Italia e Francia.
L'industria serica mantenne tuttavia a Vittorio Veneto un suo ruolo importante non tanto nel settore tradizionale della trattura, quanto in quello recente della produzione del seme-bachi.
L'istituzione degli stabilimenti bacologici finì pertanto col far pesare meno sull'economia cittadina, e segnatamente riguardo ai livelli occupazionali, il mancato sviluppo della trattura.
A fine secolo erano in funzione una quindicina di stabilimenti bacologici; il più importanti era quello di Giusto Pasqualis, con una produzione annua di 28.000 once di seme-bachi, seguito da quello di Costantini con 18.000; la produzione di quasi tutti gli altri stabilimenti si aggirava intorno alle 2-3 mila once annue. In totale le bacologie vittoriesi producevano poco meno di 75.000 once di seme-bachi, per ottenere le quali erano necessari 142.000 chilogrammi di bozzoli. Non si ha notizie del numero delle operaie impiegate nello sfarfallamento, mentre sappiamo che le microscopiste erano 640 e lavoravano per circa un mese all'anno, tranne che negli stabilimenti Pasqualis e Costantini, dove lavoravano rispettivamente 120 e 100 giorni (15). Buona parte del seme prodotto era destinato all'esportazione: il seme, detto appunto "di Vittorio", era molto richiesto soprattutto in Russia e nei Paesi balcanici (16). Nei registri di distribuzione, conservati nell'archivio privato della famiglia Costantini, si legge che il seme-bachi veniva esportato, oltre che in varie regioni italiane, anche in Austria, in Svizzera, in Turchia, ecc. (17).
Un settore che, invece, decade quasi completamente negli ultimi anni del secolo è quello della carta. La situazione appariva in tutta la sua gravità: "Tutte queste cartiere probabilmente andranno chiuse perché la carta a mano non ha più smercio" scriveva il sindaco nel
1887 (18).
Di fronte all'alternativa di meccanizzare la produzione o interromperla definitivamente, la maggior parte degli imprenditori optò per quest'ultima soluzione. In tal modo alla fine dell'800 rimanevano in funzione solo 4 cartiere con 7 tini attivi (19) e l'industria della carta si ridusse ad una voce secondaria nell'economia vittoriese, cessando di svolgere quel ruolo importante che essa aveva recitato per molti anni accanto all'attività serica.
Per un settore in declino, un altro invece in piena espansione: l'industria di produzione delle calci idrauliche. Accanto a quella del Croze sorsero e si svilupparono, a partire dal 1866 e dal 1878, due altre iniziative ad opera rispettivamente di Motta de Carlo e di Bonaldi-Balliana.

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Ma dell'iniziativa più importante si fece promotrice la Società italiana dei cementi e delle calci idrualiche di Bergamo. Approfittando dell'aspra rivalità e concorrenza in cui si trovavano le aziende del Croze e di Bonaldi-Balliana, la Società Italiana si inserì con abile gioco e nel 1883, accordatasi dapprima col Croze e poi con BonaldiBalliana, venne a formare un'unica società di cui si procurò l'intera gestione, pur acquistandone solo una quota pari al 4 1,5%.
La Società Italiana adibì l'azienda di Vittorio Veneto al rifornimento del mercato orientale, essendo per dislocazione la più orientale delle cementerie sociali e quella che, per la prossimità del porto di Venezia "deve fungere da sentinella avanzata verso l'est" (20). Era quello infatti il periodo in cui la Turchia e la Grecia iniziavano la costruzione delle ferrovie, per i cui lavori occorrevano grandi quantità di calce e cemento; ed ecco l'azienda di Vittorio Veneto esportare, nel 1887, 51.000 quintali di calce per la costruzione della ferrovia Volo-Larissa-Corinto (21).
Non appena costituitasi, la nuova società diede inizio all'ammodernamento degli impianti e all'acquisto di nuove cave, come quelle di San Paolo nel 1883. Con i suoi 233 operai era in grado di produrre annualmente 100.000 quintali di cemento e 30.000 quintali di calce idraulica (22). La concorrenza locale venne scoraggiata: dovettero chiudere le piccole cementerie poste lungo la Val Lapisina e si trovò in difficoltà la più grande cementeria Torres, anche perché il Comune di Vittorio commissionava i lavori sempre e soltanto alla Società Italiana (23).
Da segnalare, infine, altre due iniziative imprenditoriali in quest'ultima parte dell'800: il lanificio Buogo e il "Gelsolino" Pasqualis. Di scarsa importanza il primo, non contando che 4 telai meccanici e 2 a mano nel 1903 (24), molto più importante il secondo, non tanto per il numero dei telai, 18, tutti meccanici, e degli operai, un'ottantina (25), quanto per la sua originalità ed assoluta novità sia in campo nazionale che internazionale.
A fondare il "Gelsolino" fu, nel 1886, Giuseppe Pasqualis, già direttore dell'Osservatorio bacologico cittadino. Egli pensò di utilizzare i rami del gelso, che generalmente venivano bruciati dopo essere stati spogliati della foglia, per ricavare dalla loro sottile corteccia una fibra tessile, detta appunto "gelsolino"(26). Con essa si confezionavano stoffe varie a basso prezzo, caratterizzate da una forte resistenza. Tuttavia questa industria ebbe vita breve perché la fibra di gelso venne a costare di più del "bourette" - cascame di seta - e perciò chiuse i battenti verso la fine del secolo (27).
In conclusione di questa rassegna sull'industria vittoriese dopo il 1866, qualche osservazione.
La prima, di stretta attinenza con la realtà attuale, ma soprattutto con le prospettive future della città, riguarda la chiara vocazione dell'industria vittoriese all'esportazione verso i mercati dell'est: si è visto come il seme-bachi, la carta, le stoffe, il cemento e la calce prendessero la via dell'Oriente, tanto da far dire a qualcuno che Vittorio

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era "la sentinella avanzata verso l'est"(28).
La seconda considerazione serve a chiarire i limiti del settore secondario vittoriese. A prima vista la città sembrerebbe, anche in rapporto all'epoca esaminata, molto industrializzata, con decine di opifici posti quasi tutti lungo il Meschio. Questa impressione potrebbe essere rafforzata dalla constatazione che in certi periodi dell'anno gli addetti al settore secondario superavano le 1.500 unità, su una popolazione di 15.000 abitanti.
Ma l'importanza del settore industriale va alquanto ridimensionata, se si considera che una buona parte degli opifici non era in funzione che per tre o quattro mesi all'anno (ad esempio le filande e le bacologie), e che i salari erano molto bassi, tali cioè da non permettere all'operaio di svolgere soltanto la sua funzione, ma da costringerlo a ricorrere all'elemento compensativo del lavoro dei campi.
In tal modo l'industria veniva meno al suo compito più importante per quel periodo, vale a dire sottrarre al settore agricolo la manodopera in esuberanza.
E l'industria non riusciva nemmeno, dati questi suoi limiti, a risolvere i problemi di un altro settore in difficoltà, l'artigianato, che essa stessa aveva contribuito a mettere in crisi. Sentiamo questa testimonianza del 1889 dei membri della Congregazione di carità:
era "la sentinella avanzata verso I'est" (28).
La seconda considerazione serve a chiarire i limiti del settore secondario vittoriese. A prima vista la città sembrerebbe, anche in rapporto all'epoca esaminata, molto industrializzata, con decine di opifici posti quasi tutti lungo il Meschio. Questa impressione potrebbe essere rafforzata dalla constatazione che in certi periodi dell'anno gli addetti al settore secondario superavano le 1.500 unità, su una popolazione di 15.000 abitanti.
Ma l'importanza del settore industriale va alquanto ridimensionata, se si considera che una buona parte degli opifici non era in funzione che per tre o quattro mesi all'anno (ad esempio le filande e le bacologie), e che i salari erano molto bassi, tali cioè da non permettere all'operaio di svolgere soltanto la sua funzione, ma da costringerlo a ricorrere all'elemento compensativo del lavoro dei campi.
In tal modo l'industria veniva meno al suo compito più importante per quel periodo, vale a dire sottrarre al settore agricolo la manodopera in esuberanza.
E l'industria non riusciva nemmeno, dati questi suoi limiti, a risolvere i problemi di un altro settore in difficoltà, l'artigianato, che essa stessa aveva contribuito a mettere in crisi. Sentiamo questa testimonianza del 1889 dei membri della Congregazione di carità: "Chi risale a molti anni addietro ricorda benissimo che il nostro Paese (Vittorio) non presentava l'aspetto di adesso. V'erano aperte molte officine di fabbri-ferrai, di falegnami ed altre arti e mestieri minori, che servivano a quei bisogni della vita comune che si dovevano soddisfare in paese, perché allora i centri di fabbricazione erano lontani, e qualche ricco solo facea venir dal di fuori un mobile od altro. Ora quello che uno poteva fare, lo fanno tutti, trovando per la facilitazione dei trasporti la loro convenienza. Sicché si trova tutto bell'e fatto, e non si ordina più di fare, che costerebbe di più e ancora non sarebbe così ben fatto. Necessariamente le arti e i mestieri minori decaddero, le officine si chiusero e siffatti operai rimasero senza pane. Le calci idrauliche rovinarono le fabbriche delle calci grasse, di cui vivevano molti dei Canale , ridotto ora a un covo di mendichi. Passò la ferrovia, prima da vicino, poi in mezzo a noi, e non basta, fu compiuta la linea Treviso-Belluno, che ci tolse del tutto i trasporti, e gli scambi merci, su cui viveva della gente coi noleggi, col facchinaggio, colle piccole rivendite lungo le strade" (29).
L'industria non riuscì ad assorbire questa manodopera proveniente dalle file dell'artigianato e del commercio, la cui crisi avrebbe dovuto essere un motivo in più per favorire lo sviluppo del settore secondario.
Le amministrazioni comunali che si succedettero in quegli anni non furono del tutto aliene da colpe, per non aver saputo, nell'ambito delle proprie competenze e compatibilmente con le loro possibilità, assecondare o favorire certe iniziative. Embiematico è, in questo senso, il lungo carteggio tra il sindaco De Poli e l'industriale cotoniero biellese, certo Buchi, che intendeva avviare un cotonificio a Vitto
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Il 29 dicembre 1882 l'industriale inviò una lettera al sindaco chiedendo se vi fosse "in cotesto Comune una forza motrice da 80 a 100 cavalli disponibile" e se il Comune di Vittorio fosse disposto "ad aiutare con pochi mezzi una industria che col tempo di pochi anni darebbe lavoro ad almeno 300 operai, essendo questa classe da quanto mi risulti da private informazioni, piuttosto senza un guadagno che duri tutto l'anno".
Il sindaco rispose che non poteva prendere alcuna decisione senza una formale deliberazione del Consiglio comunale e chiese quali aiuti l'industriale intendesse chiedere ai Comune. Il Buchi rispose che "l'unico sacrifizio" che chiedeva era "una forza motrice ad eque condizioni", rimanendo in attesa della risposta. Ma nonostante le reiterate richieste del Buchi le risposte del sindaco erano evasive e spesso si facevano attendere.
Per questo il 13 marzo 1883 l'industriale comunicò la sua definitiva rinuncia all'impianto del cotonificio (30). Per la città una buona "occasione mancata".


NOTE

1) A.C.V.V., Risposta del sindaco alla circolare prefettizia N° 14 del 6/12/1867, Amministrazione Stato e provincie, 1867.
2) A.C.V.V., Agr. md. Comm., ref. IX, fasc. VIII, 1872.
3) A.C.V.V., Prospetto statistico delle industrie esistenti nel comune di Vittorio, ref. IX, fasc. VIII, 1876.
4) Ibidem.
5) A. FEDRIGONI, L'industria veneta della carta dalla seconda dominazione austriaca all'Unità d'italia, Torino 1966, p. XV.
6) Atti del Comitato dell'Inchiesta industriale. Deposizioni scritte. Categoria XII. Car. ta, stracci ed altre materie. Roma 1873, p. 47.
7) Atti del Comitato, cit., p. 40.
8) S. DE FAVERI, Le nostre industrie, Treviso 1877, p. 124.
9) L. STIVANELLO, Il distretto di Vittorio, Vittorio 1864, p. 16.
10) A.C.V.V., Prospetto statistico delle industrie esistenti nel comune di Vittorio, ref.
IX, Fasc. VIII, 1876.
11) Ibidem.
12) Ibidem.
13) J. ROSSI, Ricordo della città e distretto di Vittorio, Belluno 1882, p. 117.
14) A.C.V.V., Agr. Ind. Comm., ref. IX, fasc. VII, 1882.
15) A.C.V.V., Agr. md. Comm., Prospetto bacologi, ref. IX, fasc. VIII, 1902.
16) D. MARSON, L'industria bacologica a Vittorio Veneto, Bollettino di sericoltura, n.
53, 31 dic. 1920.
17) Archivio privato della famiglia Costantini. Registri di distribuzione dell'anno 1901.
18) A.C.V.V., Agr. Ind. Comm., ref. IX, fasc. VIII, 1887.
19) A.C.V.V., Agr. Ind. Comm., ref. IX, fasc. III, 1903.
20) C. FUMAGALLI, La Italcementi. Origini e vicende storiche, Bergamo 1964, p. 163.
21) Società italiana dei cementi e delle calci idrauliche, Bergamo 1903, p. 199.
22) A.C.V.V., Agr. Ind. Comm., ref. IX, fasc. III, 1898.
23) A.C.V.V., Agr. md. Comm., ref. IX, fasc. III, 1891.
24) A.C.V.V., Agr. md. Comm., cat. XI, cl. I, 1903.
25) Vittorio. Le cento città d'Italia, XXVIII, 25 marzo 1893, Milano, p. 22.
26) A.C.V.V., Agr. Ind. Comm., Osservatori bacologici, ref. IX, fasc. VIII, 1908
27) Ibidem.
28) C. FUMAGALLI, La Italcementi..., cit., p. 163.
29) Ai cittadini che risposero all'appello della Congregazione di carità, Vittorio 1889, p. 8.
30) A.C.V.V., Agr. Ind. Comm., Carteggio De Poli-Buchi, ref. IX, fase. lI, 1883.

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