Tratto dalla Rivista quadrimestrale di studi vittoriesi - IL FLAMINIO n°4 - 1985 - Edita dalla Comunità Montana delle Prealpi Trevigianae

VERONICA BORSATO

FLORA E VEGETAZIONE DEL MONTE ALTARE


Tra gli elementi che caratterizzano il paesaggio geografico in generale e soprattutto quello "sensibile o visivo" in particolare, va senz'altro preso in considerazione il rivestimento vegetale. D'altra parte è proprio questo che colpisce maggiormente anche l'occhio del turista per quanto affrettato.
Le conoscenze in proposito, relativamente alle colline vittoriesi, sono piuttosto scarse per cui può essere utile portare a conoscenza del pubblico interessato i risultati emersi da un'indagine avviata recentemente sul Monte Altare, quella tipica altura che domina il centro di Vittorio Veneto, facilmente individuabile perché su uno dei suoi contrafforti si erge una grande croce metallica. La presente indagine senza la pretesa di essere esaustiva è certamente indicativa di un particolare assetto floristico e può anche servire, forse, di orientamento per tutto il territorio collinare vittoriese.
Il M. Altare, che si eleva fino alla quota di m 450 s.l.m., si sviluppa nell'assieme in senso E-W. Dal punto di vista geologico si tratta di un rilievo monoclinale, con gli strati molto inclinati, immergenti verso Sud e costituiti da conglomerati, più esattamente puddinghe, alternati a marne e arenarie, di età Tortoniana (Miocene superiore - Era Terziaria). Si vengono così a distinguere nettamente due versanti, diversi sia per la composizione litologica e la conseguente evoluzione pedologica sia per l'esposizione ai raggi solari e ai venti: il versante meridionale, prevalentemente congiomeratico e quindi più arido, il versante settentrionale, invece, piuttosto marnoso-argilloso e perciò più umido. Tale diversità è confermata dal diverso popolamento floristico.


VERONICA BORSATO, laureatasi in Scienze Naturali con tesi in Botanica presso l'università di Padova, attualmente insegna in una scuola vittoriese.

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Rapporti clima-flora

Il fattore ambientale che maggiormente influenza la vegetazione di una regione è il clima. Nell'indagare sulle correlazioni tra il clima e la flora è sempre molto illuminante la determinazione della cosiddette forme biologiche. E noto che in questo settore della ricerca ci si avvale della classificazione proposta dal Raunkiaer che comprende sei categorie di forme biologiche, ciascuna rappresentata da un simbolo tra parentesi (Cappelletti):
"Fanerofite" (P): alberi e cespugli con gemme poste a più di cm 30 di altezza dal suolo;
"Camefite" (Ch): piccoli arbusti con gemme poste sopra il terreno, ad altezza inferiore ai cm 30;
"Emicriptofite" (H): piante erbacee perenni con gemme situate a livello del terreno;
"Geofite" (G): piante perenni con gemme contenute, durante la stagione avversa, entro organi posti sotto al suolo (bulbi, tuberi, rizomi);
"Terofite" (T): piante erbacee annuali che superano le cattive stagioni allo stato di seme;
"Idrofite" (I): piante acquatiche perenni con gemme sommerse.
Le piante presenti sul M. Altare rientrano in tutte le forme biologiche, naturalmente in percentuali diverse, escluse tuttavia le idrofite. Ciò appare chiaramente dallo "spettro biologico" che si può ricavare e che è impostato su un totale di 282 specie:

La flora considerata risulta così essere costituita per la maggior parte da cmicriptofite, per cui il clima della zona può essere ascritto al clima delle emicriptofìte, temperato, ma certamente più caldo di quello di altre zone limitrofe.

Il catalogo floristico

Le 282 specie raccolte e classificate non esauriscono certamente la ricchezza floristica del M. Altare. Il catalogo va quindi aggiornato e completato a mano a mano che verranno raccolti esemplari finora "inediti". Va precisato, tuttavia, che le erborizzazioni sono state compiute in tutti gli ambienti, da quelli più tipici e naturali a quelli più o meno antropizzati, per cui il quadro generale che ne è emerso appare sufficientemente attendibile.
Non è certo il caso di riportare in questa sede l'elenco completo delle specie individuate. Mi limiterò a ricordarne alcune tra le più significative per lo studioso di problemi vegetazionali e quelle che maggiormente si fanno notare, anche dal profano, per la bellezza dei fiori e per l'originalità delle forme.
Lo schema che ho seguito e che prende in considerazione i due consorzi vegetali principali, non va preso rigidamente: molte specie hanno una distribuzione che non è così rigorosa. E mi scuso subito per le molte specie che necessaria

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mente non posso citare pur essendo importanti da vari punti di vista.
Va tenuto presente che dal punto di vista altitudinale il M. Altare rientra nella fascia fitoclimatica "submontana" (fino a m 600-700 s.l.m.), caratterizzata dalla presenza del castagno e delle quercie a foglia caduca.
Le aree boschive sono costituite appunto dal castagno (Castanea sativa MILLER) e dalla roverella (Quercus pubescens WILLD.), a cui sono associati abbondantemente il carpino bianco (Carpinus betulus L.) e il carpino nero (Ostrya carpinifolia SCOP.). Oltre a queste specie arboree discriminanti per il riconoscimento della fascia altitudinale, sono presenti anche l'ontano (Alnus incana (L.) MOENCH), il farinaccio (Sorbus aria (L.) CRANTZ), l'acero fico (Acer pseudoplatanus L.), l'acero campestre (Acer campestre L.), l'orniello (Fraxinus ornus L.), il ciliegio selvatico (Prunus avium L.) e il tasso (Taxus baccata L.). Altri alberi, pur non essendo indigeni, sono diventati elementi normali e molto comuni della nostra flora arborea e tra questi vanno annoverati la robinia (Robinia pseudacacia L.) e lo spino di Cristo (Gleditsia triacanthos L.).
Sono inoltre frequenti alcune liane rampicanti quali la vitalba (Clematis vitalba L.) e il lujpolo (Humulus lupulus L.).
Nel sottobosco delle aree boschive vivono numerosi arbusti che peraltro prosperano anche al di fuori di esso, là dove il bosco è stato smantellato come pure possono rappresentare gli elementi costitutivi delle siepi: per esempio il nocciolo (Corylus avellana L.), il ginepro (Juniperus communis L.), il rovo (Rubus ulmifolius SCHOTT), alcune rose selvatiche (Rosa jundzilli BESSER, Rosa canina L.), il pero corvino (Amelanchier ovalis MEDICUS), il cotognastro (Cotoneaster integerrimus MEDICUS), il biancospino (Crataegus monogyna JACQ.), il prugnolo (Prunus spinosa L.), il maggiociondolo (Laburnum anagyroides MEDICUS), l'emero (Coronilla emerus L.), la sanguinella (Cornus sanguinea L.), il corniolo (Cornus mas L.), il ligustro (Ligustrum vulgare L.), lo pseudocaprifoglio (Lonicera periclymenum L.), la lantana (Viburnum lantana L.) e il pungitopo (Ruscus aculeatus L.).
Nei luoghi aridi rocciosi e sassosi, la componente arbustiva è caratterizzata dalla presenza del Rhamnus saxatilis JACQ. e di altre specie, di dimensioni molto minori rispetto alle precedenti, quali il bosso strisciante (Polygala chamaebuxus L.), l'eliantemo giallo (Helianthemum nummularium (L.) MILLER), la fumana (Fumana procumbens L.), il timo (Thymus froelichianus OPIZ) e l'erica (Erica herbacea L.), specie, quest'ultima, che può fiorire sul M. Altare anche a gennaio-febbraio, dando luogo a deliziosi cuscini rosa.
Nelle aree più umide il sottobosco si arricchisce di specie arbustive igrofile quali il salice rosso (Salix purpurea L.), la salica (Salix caprea L.) e altri.
Nel bosco (ma anche nelle siepi) vivono inoltre numerose specie erbacee, alcune delle quali fioriscono ai primi tepori primaverili ed ingentiliscono, con i loro tenui colori, l'ambiente ancora cupo, memore dei rigori invernali. Tra queste la primula (Primula vulgaris HUDS.), diverse viole, l'elleboro verde (Helleborus viridis L.), il dente di cane (Erythronium dens-canis L.) e l'erba trinità (Hepatica nobilis MILLER). Successivamente, alla fine della primavera, per tutta l'estate e fino all'inizio dell'autunno, sbocciano i fiori di moltissime altre specie, tra cui le silvie (Anemone trifolia L.), un certo aconito (Aconitum variegatum L.), l'aquile~ia (Aquilegia vulgaris L.), la fragola (Fragaria vesca L.), la bocca di lupo (Melittis melissophyllum L.), la pervinca (Vinca minor L.), il ciclamino (Cyclamen purpurascens MILLER) e il colchico autunnale (Colchicum autumnale L.); molto rara e perciò degna di nota è la rosa di Natale (Helleborus niger L.).

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Non va dimenticato che tipiche specie del sottobosco sono le felci, come la felce femmina (Athyrium filix-femina (L.) ROTH) e la felce aquilina (Pteridium aquilinum (L.) KUHN IN DECKEN).
Un altro consorzio vegetale molto diffuso sul M. Altare è quello dei prati-pascoli. Tra i fiori più vistosi, che attirano sicuramente l'attenzione del profano, oltre ai comuni ranuncoli, alle varie leguminose, alle numerose composite (pratolina, margherite bianche e gialle, astri) e naturalmente alle graminacee, vanno citate le raffinate orchidee (Cephalanthera rubra (L.) L.C.M. RICHARD, Orchis morio L., ecc.), il gladiolo spontaneo (Gladiolus sp.), il raro giglio rosso (Lilium bulbiferum L.), una liliacea dai piccoli tepali bianchi (Anthericum ramosum L.), la filipendula (Filipendula vulgaris MOENCH) che dà luogo, in primavera ed in estate,a meravigliose fonte che rivestono di bianco interi prati, il roseo citiso (Chamaecytisus purpureus (SCOP.) LINK), le varie specie di gerani, di viole, di genziane e campanule.
Le varianti erbacee xerofile, legate ad ambienti aridi, sono localizzate sulle rupi e tra le rocce, come l'erba pignola (Sedum album L.) e la limonella (Dictamnus albus L.), oppure in luoghi erbosi e sassosi, ma abbastanza diffuse anche altrove, come per esempio il lino (Linum viscosum L. e Linum tenuifolium L.), l'erba cipressina (Euphorbia cyparissias L.), la poligala (Polygala amara L.), il cacciadiavoli (Hypericum perforatum L.), il calcatreppola (Eryngium amethystinum L.), la delicata eufrasia (Euphrasia cuspidata HOST), le globularie (Globulana punctata LAPEYR, Globularia cordifolia L.), l'amello di color viola (Aster amellus L.), la carlina (Carlina acaulis L.), il lino delle fate (Stipa eriocaulis BORBAS) e l'erba da spazzole (Chrysopogon gryllus (L.) TRIN.).
Tra le specie idrofile, quelle cioè che prediligono i luoghi piuttosto umidi, ricordo per lo meno un tarassaco (Taraxacum palustre (LYONS) SYMONS) e la farfara (Tussilago farfara L.).
Un cenno particolare, infine, va fatto nei riguardi della Potentilla caulescens L., una pianta erbacea perenne che prospera sulle rocce del versante settentrionale del M. Altare, a una quota di circa m 350 s.l.m.. Attualmente questa specie è tipica della zona alpina e subalpina (dai m 1200 ai m 2700 s.l.m.) per cui la sua presenza su questo rilievo e a quota così bassa, trova giustificazione nitenendola un relitto glaciale: una di quelle specie che si diffusero da noi durante le glaciazioni e che non seguirono i ghiacciai quaternari nel loro ritirarsi, ma rimasero confinate in oasi di rifugio, dove le condizioni ecologiche o microclimatiche lo permisero.

Problemi di "inquinamento biologico"

Da quarant'anni a questa parte una notevole azione di rimboschimento, attuata in più campagne dall'A.S.F.D., ha introdotto sul M. Altare una certa varietà di specie arboree che in precedenza erano pressochè assenti. Per tale ripopolamento sono state impiegate piante forestali indigene ma anche esotiche, con interventi piuttosto discutibili sotto vari punti di vista. Ne ha beneficiato senz'altro, però, l'aspetto paesaggistico, e in modo molto sensibile, per cui il contrasto tra le immagini attuali e quelle di appena mezzo secolo fa è fortissimo.
Secondo le indicazioni fornite dall'A.S.F.D. sono state messe a dimora le seguenti specie:

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Ginkgo biloba L.,
abete bianco (Abies alba MILLER),
abete rosso (Picea abies (L.) KARSTEN),
pino silvestre (Pinus sylvestnis L.),
pino nero (Pinus nigra ARNOLD),
Chamaecypanis lawsoniana (A. MURRAY) PARL.),
ginepro (Juniperus phoenicea L.),
betulla (Betula pendula ROTH),
carpino bianco (Carpinus betulus L.),
carpino nero (Ostrya carpinifolia SCOP.),
faggio (Fagus sylvatica L.),
fannia (Quercus robur L.),
leccio (Quercus ilex L.).
corbezzolo (Arbutus unedo L.) e ligustro (Ligustrum japonicum THUNB.).

In tempi più recenti sono stati introdotti esemplari di abete greco (Abies cephalonica LOUDON), lance (Lanix decidua L.), cedro (Cednus atlantica (ENDL.) CARRIERE, Cedrus deodara (D. DON) G. DON FIL.), pino (Pinus strobus L., Pinus wallichiana A.B. JACKSON), noce (Juglans regia L.), castagno (Castanea sativa MILLER), quercia rossa (Quercus rubra L.), sorbo (Sorbus aucupania L.), tiglio (Tilia platyphyllos SCOP.) e Pseudotsuga menziesii (MIRBEL) FRANCO.
Dall'elenco qui riportato si rileva come sul M. Altare ora siano presenti specie che, pur essendo utili per i rapidi nimboschimenti e per la qualità del legname (Cednus atlantica, Chamaecypanis lawsoniana, Pseudotsuga menziesii), sono estranee e incompatibili con la vegetazione e la flora locali. Oltre a questo, l'introduzione massiccia di pino e cedro deodara è stata accompagnata da una sempre maggiore diffusione della processionania, che causa gravi danni alle piante sulle quali vive. Per questi motivi si può parlare effettivamente di "inquinamento biologico".


Aspetti vegetazionali

La attuale vegetazione dell'area del M. Altare non esprime una situazione completamente naturale e spontanea, in quanto essa risente delle azioni dell'uomo che si sono protratte per secoli se non per millenni.
Possiamo pensare che la vegetazione potenziale fosse rappresentata da un bosco mesofilo caducifolio, caratterizzato dal castagno (Castanea sativa MILLER), da varie quercie, in particolare la roverella (Quercus pubescens WILLD.), dal carpino nero (Ostrya carpinifolia SCOP.), dall'orniello (Fraxinus ornus L.) e da altre specie tipiche della classe Querco-Fagetea e dell'ordine Quercetalia pubescentis-petreae.
Entro questa struttura fondamentale si potevano esprimere delle varianti termofile nelle zone più esposte al sole e delle varianti microterme negli ambienti più umidi o comunque più freschi: quindi un accentramento di specie eliofile e termofile sul versante rivolto verso la pianura e un addensamento di specie microterme, legate anche, talora, a fenomeni glaciali, nei punti più riparati del versante settentrionale. In quest'ultima situazione il bosco si arricchisce in carpino bianco (Carpinus betulus L.) avvicinandosi alla struttura caratteristica dei Carpiteti (alleanza Carpinion).

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(Carpinion: con questa terminologia si indica quella particolare associazione di specie tra le quali la più abbondante e significativa èil carpino bianco).
Su questa situazione originaria (climax) è intervenuto l'uomo eliminando il bosco per fare posto a pascoli, prati e coltivi. I resti di piantagioni di olivo, viti, meli, peri, peschi, dimostrano che fino a tempi relativamente recenti sul M. Altare era attiva una tradizionale coltura di collina simile a quella di altre zone venete. Negli ultimi decenni l'abbandono delle pratiche colturali ha portato all'instaurarsi in genere di vani tipi di vegetazione erbacea che costituiscono un paraclimax di quello che era il climax forestale precedente. L'origine antropica di queste cenosi erbacee non permette una chiara identificazione fitosociologica.
Tuttavia, sulla base di specie presenti con maggiore abbondanza, si può ritenere che grosso modo queste cenosi siano legate ai Mesobrometi (Mesobromion) con spostamenti verso gli xerobnometi nei punti dove il terreno è meno profondo ed affiora il substrato roccioso. Queste ipotesi di attribuire ai Brometi la vegetazione erbacea della zona può essere sostenuta per l'abbondanza di Bromus erectus HUDSON e di varie Festuche che indicano appunto quel tipo di vegetazione. La presenza di Brachipodium pinnatum (L.) BEAUV. indica un'origine strettamente legata al bosco mesofilo collinare con una tendenza verso situazioni più xerofile, e ciò in perfetto accordo con quanto esposto in precedenza.
Pare strano che non compaia, e abbondantemente, l'avena maggiore (Arrhenatherum elatius (L.) J. & C. PRESL) legata normalmente ai prati-pascoli di origine antropica e caratterizzati da un substrato originariamente pingue oppure diventato tale in seguito alle attività dell'uomo (concimazioni, sfalci, ecc.) o al fatto che questa vegetazione paranaturale si è insediata su ex colture abbandonate e quindi, per almeno un po' di anni, più ricche di sostanze organiche degli ambienti naturali. Ciò può essere spiegato da una estrema povertà del suolo, che non ha permesso la trasformazione dei Brometi in Arrenatereti, come avviene nelle situazioni ottimali.
Allo stato attuale, se oltre all'abbandono delle colture avvenisse anche quello delle pratiche di raccolta del foraggio, si potrebbe ipotizzare una lenta ma graduale ricostruzione di un bosco mesofilo certamente più povero in specie di quello preesistente.

Conclusione

Dovrebbe emergere, da quanto è stato detto sia pure in modo assai schematico, come l'assetto vegetazionale del M. Altare sia mutato nel tempo, a partire dall'inizio del Postglaciale, passando attraverso tre fasi fondamentali di evoluzione: una prima fase di progressivo popolamento naturale fino ad una situazione climax; una seconda di degradazione antropica, in epoca storica; ed infine quella attuale, di faticosa ricostruzione del mantello forestale, dovuta ancora all'azione dell'uomo, oggi certamente più attento al suo rapporto vitale con la natura. Un rapporto certamente non semplice nè facile, per la delicatezza dei vari equilibri che sono coinvolti.
Si pensi solo agli incendi troppo frequenti che in pochi minuti compromettono il lavoro e le fatiche di diverse generazioni, oppure alla diffusione della processionania sui pini, od anche alla raccolta indiscriminata e saccheggiatnice di specie flonistiche rare e protette, tra l'altro, anche da una Legge Regionale (n.53, 15-XI-1974).
Anche in questo caso si tratta di un bene che va protetto mediante l'azione responsabile e concorde di tutti.

Veronica Borsato


BIBLIOGRAFIA

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