Tratto dalla Rivista quadrimestrale di studi vittoriesi - IL FLAMINIO n°3 - 1984 - Edita dalla Comunità Montana delle Prealpi Trevigiane

GUIDO SPADA

GLI ANTICHI PIANI ASSESTAMENTALI
DELLA FORESTA DEL CANSIGLIO
SOTTO LA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA

La foresta del Cansiglio, anticamente denominata Bosco d'Alpago, fu già a partire dal XVI secolo interessata a dei tentativi assestamentali da parte delle autorità della Serenissima Repubblica. Dal 1548, anno in cui con Ducale del 21 novembre la selva del Cansiglio fu dichiarata bando pubblico, il Consiglio dei Dieci ebbe la costante preoccupazione di preservare le risorse boschive del Cansiglio, migliorandone il governo al fine di ottenere annualmente un prodotto costante ad uso de remi per la casa dell'Arsenale. Fin dal 1592 l'allora Podestà e capitano di belluno Francesco Soranzo, nella sua relazione inviata al Senato, datata 23 settembre , al riguardo delle condizioni generali della foresta ed al suo buon governo, così scriveva:

" Il rimedio che a questo si potria fare, saria il compartir tutto il bosco in tagli, come è diviso quello della Val Montana, che per la grandezza sua si potria benissimo dividere in cento, et ogni volta che occorresse farsi remi, tagliar la portione che toccasse tutti a gualivo tanto li boni, come non, con che il bosco si andaria rinnovando de legni in numero et in bontà, non essendo dubbio, che in cento anni li legni vengono alla sua perfetione, et anco in meno, et si cavaria tanti remi che suppliranno al bisogno della Armata di Vostra Serenità, et inoltre si farian dei non buoni tanti carboni che suppliriano per quell'anno alla Sua Casa dell'Arsenale et d'avantaggio, il che saria conforme alla deliberation fatta dall'Ecc.mo Senato l'anno 1564, 21 giugno, che non si possa in occasion di taglio de remi tagliar dove sia stà tagliato l'anno precedente, ma che si debba arrodare il bosco, che non viene però eseguito da chi tiene il carico delle fatture, attendendo tutti alla maggior loro comodità, onde delle sei parti del bosco, quattro certo non devono mai esser state toccate, da che ne segue che gli arbori si vanno invecchiando, et ispessindo, et rendendosi inutili al lavoriero, et li luochi dove si taglia discavedando ".


GUIDO SPADA, Ispettore del Corpo Forestale dello Stato, laureato in scienze forestali, dal 1977 presta servizio presso l'Uff. Amm.ne FF.DD. dei Cansiglio in Vittorio Veneto rivestendo le mansioni di Ispettore Addetto. t dal 1978 socio del Centro di Ecologia del Cansiglio, di cui fa parte del consiglio direttivo.

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Come si potrà intuire, in tale relazione, traspare la preoccupazione del Soranzo sullo stato di disordine gestionale della Foresta. I suoi suggerimenti possono a buon diritto essere considerati un primo tentativo, un abbozzo di piano assestamentale, con un turno mezzo fisico e mezzo tecnico. Il suddividere il bosco in cento prese (turno del faggio centennale) ed utilizzarne una ogni anno ha una sua base di validità selvicolturale, in quanto il faggio a cento anni può raggiungere quel diametro utile al fine di ricavare stele da remo (turno tecnico).
Si possono inoltre intravedere alcuni concetti di cure colturali, quali l'intervenire mediante diradamenti nelle zone troppo dense ed utilizzare il ricavato per fare carboni.
Con tutta probabilità questi saggi suggerimenti non furono attuati stando alla relazione che il Podestà Pietro Lion nel 1611 inviò al Senato in data 28 Giugno. Egli, dopo aver affrontato il problema delle compagnie dei remeri, ed aver constatato la presenza nel bosco di grandissima quantità di legni morti caduti a terra per vecchiezza et per l'impeto dei venti che vi regnano, parte de quali attraversando i sentieri rende impraticabile il bosco ... consiglia di farli segare, o ridurli in carboni, affinché non servisse di comodità opportuna alla malitia dei compratori et operarjj di trafugarli et contrattarli furtivamente.
Per porre quindi termine a questi danni ed inconvenienti il Rettore suggerisce di compartir il bosco in più parti, a fin che con il consumar gl'inutili d'anno in anno et ritrarne utilità, li buoni multiplicassero et crescessero; cosa cha sarebbe molto facile quando gli inutili fossero segati….

Si capisce come l'importanza dei trattamenti selvicolturali fosse sentita già allora e che il diradare il bosco con dei tagli di preparazione, permettesse alla faggeta di rinnovarsi e migliorare nel tempo stesso la sua struttura.
Anche il Rettore Giovanni Dolfin accenna brevemente in una sua lettera inviata al Senato in data 16 aprile 1613 al problema suddetto e suggerisce per effetto veduto in altri luochi tagliati di havere nel corso di cento anni l'istesso bosco, tal che questo sarebbe un modo di perpetuarlo in perfettione et goderne di anno in anno l'utilità.
Da queste poche righe si intravedono i moderni concetti assestamentali, tendenti ad ottenere una produzione legnosa annua, costante, e regolata nello spazio.
Dalle relazioni trascritte ben si intuisce come sregolato fosse a quel tempo il taglio dei faggi. Essi venivano fatti per lo più in zone comode, ove le condotte terrestri fossero poco costose e di facile approntamento.
Scrive infatti a tal proposito il Rettore Angelo Giustinian nel 1622 tagliano nei luoghi a loro più comodi, dilatandosi con le loro Compagnie in quella parte dove più gli torna comodo, senza riguardo di fare il taglio in luocho, che più non sia stato fatto, non meno di levar li legni che potessero pericolare, per il che stimerei di molto servizio alla Serenità Vostra dividere

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questi boschi in sei parti, et facendo bisogno de remi, fussero tagliati la prima volta nella più vecchia parte, la seconda nell'altra, e così di mano in mano.
Molto diverso fu il piano assestamentale "stereometrico" che venne redatto dal "Protode Remeri" Zorzi de Christofoli, della Casa dell'Arsenale nel 1638 e rinnovato dieci anni più tardi.
"D'ordine degli 111.mi, et Ecc.mi Signori Provveditori e Patroni allo Arsenale mi sono trasferito nel Bosco d'Alpago, nel luoco di Canseia, io Zorzi de Christofoli Proto de Remeri, qua la trovai strennuo Capitanio Zuanne Scholari Capitanio de Boschi d'Alpago, et ivi in sua compagnia radunassimo li Boschieri li meglio intelligenti e pratici di questo Bosco, et anco quattro remeri della Casa quali tutti saranno qui oltre nominati, et di giornata in giornata saranno dichiarato l'operato di cadauno si delli Arbori buoni di presente per far remi come anco quelli di soto brazadura e che a esser buoni tra tanti anni, col il nome preciso di cadaun locho che saranno partiti in sedici prese.

La Commissione ordinata come di sopra e ciò saranno atestato con Judicio,'.
Con queste parole ha inizio la relazione fatta dallo Zorzi in merito al "catasticodel Bosco d'Alpago", il primo vero piano assestamentale della foresta, compilato tra il 12 ed il 13 di agosto del 1638.
Il criterio seguito dallo Zorzi fu quello di suddividere il bosco in sedici prese (settori triangolari) all'interno delle quali si tagliava il faggio d'alto fusto per "dirado? con un turno decennale, come prescritto dalle allora leggi forestali venete di allora.
1 settori, o prese, prendevano il nome dalla località in cui si trovavano (alcuni di questi toponomi sono tutt'ora in uso, altri si sono modificati, alcuni non più in uso).
Esse erano, in ordine progressivo dall'uno al sedici:
Vai della Cappella e Costa d'Aver, Valorco, Vai de Sfalzina, Prese Solapia, Campon, Lavina, Triton, Monte Prazosan, Cimon d'Alpago, Vai di Fai e Vai Dogera, Costa Canela, Cornesega, Fontana dei Paradiso, Caridalina, Caon del Zaffon.
Al fine di determinare la massa legnosa ritraibile da ogni singola presa, sia nel primo decennio, come nel successivo decennio, il relatore del catastico, con l'aiuto di personale qualificato, come precisato nella relazione introduttiva, iniziò a li 12 di agosto a rilevare e trascrivere su apposito piedilista, tutti quei faggi aventi una circonferenza, a petto d'uomo, superiore alla brazadura, ossia superiore a 5 piedi veneti (un piede veneto tradotto in misura metrico decimale corrisponde a m. 0,347; ne consegue che venivano numerati quei faggi aventi a petto d'uomo un diametro superiore a 55 cm. circa).
Oltre ai soggetti di tali dimensioni, che potevano essere prontamente utilizzati nel decennio, lo Zorzi tenne pure conto di quei faggi che, pur essendo di soto brazadure, potevano nel giro del decennio passare dalla classe di soto brazadura, a quella di brazadura.
Lo Zorzi, nel suo rilevamento dendrometrico, non prese in considerazione quei faggi di minor diametro, che certamente formavano in quell'epoca una densa massa intercalare, spesso priva di reale avvenire in quanto

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storti, seccaginosi, schiantati da cause meteoriche ecc.
Così, per dare un'idea del numero di faggi presenti nelle singole prese, va ricordato che nella presa n' 1 Vai della Cappella vi erano 243 alberi da "brazadura, e 642 di soto brazadura", la presa n' 2 Vai Orco e Valorchetto 344 utilizzabili entro il primo decennio, e 170 faggi da utilizzarsi nel secondo turno, nella presa n' 3 Vai della Sfalzina 987 faggi della prima classe diametrica, e 874 della seconda, la località Prese, costituente il settore n' 4 ne possedeva 631 della prima categoria e 550 della seconda, la Vai de Fai, costituente la Presa n' 11, conteneva 963 faggi da brazadura e 622 di soto brazadura.
La somma totale dei faggi utilizzabili nel corso del primo decennio in tutte le sedici prese, risulta essere di 8.259, mentre il numero di faggi appartenenti alla seconda classe, ovvero di "soto brazadura" risulta essere di 7.329.
Calcolando che ogni faggio, come scritto dallo Zorzi, poteva dare una media di 4 remi, si ottiene una somma di 33.636 remi.
Precedentemente allo Zorzi, il calcolo veniva fatto considerando un numero di 6 remi per ogni faggio di brazadura, e di conseguenza la somma dei remi sarebbe stata di 49.554.
Un remo di Galera era lungo mediamente da 29 a 32 piedi e pesava circa 120 libbre; una triremi poteva avere da 25 a 30 ranghi di remi per lato (ogni rango era composto da tre remi); ne consegue che ogni galera abbisognava di 150 - 180 remi.
Il quantitativo di remi ritraibile dal bosco d'Alpago annualmente risulta essere dunque di circa 3.300 remi, sufficienti ad armare da 18 a 22 triremi.
Mediamente, considerato che un faggio di cm. 56 di diametro, secondo le tavole di cubatura locali, risulta avere un volume dendrometrico di me. 3.241, si può desumere che la ripresa annua asportata dalla foresta fosse di circa 2.600 mc.; quantità niente affatto eccezionale in rapporto alla ripresa annua attuale per la classe del faggio.
Analizzando ora quanto scritto dal De Christofoli si può dedurre che:
I stando ai rilevamenti fatti, il faggio raggiungeva la stagione del suo massimo incremento (maturità economica) verso gli 80 anni, mentre la maturità tecnica, in riferimento alla produzione di stele da remo, avveniva all'età di 100 anni, ed entrava nella sua fase regrediente intorno ai 200 anni d'età: fin in anni 200 è bon da remi e poi si sbusa e cade a pezzo a pezzo e riman in terra.
Il che nel giro di 100 anni il faggio poteva raggiungere un diametro a petto d'uomo pari a 2 piedi veneti, cioè circa 70 cm.
A tal riguardo va detto che tal misura diametrica appare, a giudizio dello scrivente, alquanto eccessiva in quanto da cavallettamenti effettuati il faggio raggiunge a detta età, oggigiorno, mediamente i 32-36 cm. di diametro;
111 che il piano prevedeva il tassativo rilascio deifaggi da orlatura, ovvero di quelle piante di faggio atte a riparare dai venti i faggi interni al popolamento;
IV che fino all'anno 1643 la Serenissima Repubblica non ricavava dal Bosco d'Alpago altro che stele da remo (squaratura di fusti lunghi 18-45 piedi veneti) e lasciava ai Comuni limitrofi l'utilizzo delle resinose, nonché

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Nel 1792, con legge del 3 maggio (Terminazione 27 aprile precedente dell'Inquisitorato) intitolata: Terminazione degli 111.mi ed Ecc. Inquisitori dell'Arsenale, in proposito dei boschi pubblici di legne dolci da matadura e palamenti, delli due riparti, cioè del Bellunese e della Carnia, ci si occupò peculiarmente dell'assestarnento del pubblico bosco del Cansiglio.
In particolar modo l'articolo 9 (Commissione da ingiungersi al Sopraintendente dei boschi pubblici di legne dolci, cioè da matadura (antenne) e palamenti (remi) ... ) poneva in obbligo di estendere gli studi sulla rinnovazione artificiale dell'abete rosso, del faggio e dell'abete bianco, sulla
l'uso gratuito dei faggi non utilizzabili dalla Casa dell'Arsenale, ma buoni in compenso a far carboni.
In epoche successive il reggimento dell'Arsenale cominciò a trar partito anche dal legno di abete, ma sempre in maniera contenuta, prelevando solo i soggetti a forte diametro ad uso di alberature navali (pennoni).
Durante l'arco del decennio furono utilizzate nel 1638 la presa n' 1 e da essa si ricavarono 2.010 remi, di cui 200 di galeazza, nel 1639 interessate alle operazioni di taglio furono la presa n' 2 e la n' 3, nel 1640 la presa n' 4, nel 1641 cadde al taglio la presa di 'Prese e Solapiana', nel 1642 quella di 'Campon', nel 1643 fu governata la sola Presa n' 7, nell'anno 1644 le prese 9 e 10, nel 1645 la presa n' 11.
Ma questa sistemazione, seppur embrionale del bosco, non poteva durare in quanto allora venivano effettuate le sole utilizzazioni atte a sopperire al bisogni dell'Arsenale, e di conseguenza erano assai parche rispetto all'estensione e alla potenzialità produttiva del Cansiglio.
Nel faggio, fino alla metà del XVII secolo, non si teneva conto se non di quelle parti del tronco atte a fare 'stele da remo' e si tralasciava in tal modo un grande quantitativo di legname, una vera e propria ricchezza che veniva volutamente trasandata.
L'economia del momento manteneva viva una forma di utilizzazione per "tipi assortimentali" facilmente commerciabili e ad ogni modo trasportabili a soma, in una foresta non dotata di agevoli condotte terrestri e priva di condotte fluviali.
Il periodo che va dal 1648 al 1797, epoca della caduta della Repubblica, può essere caratterizzato da interventi saltuari ed irregolari, effettuati per lo più in località comode, con scarsa incidenza sulla provvigione legnosa presente in bosco. Si ricavavano assortimenti speciali, ordinati di volta in volta dall'Arsenale nonchè una grande quantità di carboni, specialmente nelle zone di Campon - Pian Canaie - Baldassarre e Palughetto nel bellunese, e di Cadolten nella parte trevisana.
Una svolta si ebbe con l'installazione a Bastia di una "sega idraulica a tre vie" per conto dell'Arsenale; iniziò allora un intenso sfruttamento delle risorse boschive, purtroppo non regolato sia nel tempo che nello spazio.
Ultimata che fu la segheria, fu costruita poco dopo una "roggia" (canale) con chiusa, al fine di fluitare il legname dal lago di Santa Croce al Piave, e presso questo fiume a Ponte nelle Alpi fu innalzato un "prosciugatoio da impalare" per poter stagionare i remi prima di caricarli sulle zattere che li avrebbero condotti a Venezia.
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costruzione di nuove strade per le condotte terrestri, ecc.
Purtroppo molte delle norme contenute nella suddetta legge non furono che in parte attuate, molte disattese anche a causa della imperfezione della legge stessa.
Essa infatti:
I° non stabiliva la "successione" regolare dei tagli per le abetine e le faggete, come invece era stato stabilito nel precedente piano del 1638;
II° non aboliva direttamente la servitù del pascolo, che pur reputava illegale, lasciando invece luogo ad ambiguità interpretative di cui seppero approfittare grandemente i Comuni limitrofi alla foresta a danno dello Stato, riducendo ulteriormente il perimetro del Cansiglio;
III° non si curava dell'istituzione delle Guardie pubbliche.
A tutto ciò si può aggiungere l'errore madornale di aver dato luogo alla Terminazione di disciplina per l'esecuzione del Contratto con D. Giuseppe Rova per la vendita delle duecentomila piante di faggio inutili agli usi pubblici da recidersi nel pubblico bosco del Cansiglio, approvato dal Sovrano Decreto 8 giugno 1793.
Il sopracitato D. Giuseppe Rova fece costruire nel 1794 nella valle del Pezzon una stuffa idraulica e così pure una risina maestra con diversi risinotti (canali laterali), tre Casoni in Crosetta ed altri manufatti.
Il contratto era sorto con l'intendimento di distruggere i faggi per sostituirvi una monocultura di abete rosso.
Fortunatamente fu posto fine a questo assurdo progetto, anche a causa degli innumerevoli abusi commessi fin dal principio dal Rova ed il contratto venne reciso due anni dopo dal Senato medesimo, incaricando il Conte Odoardo da Collalto (Provveditore generale di Palma) di riassettare il governo del bosco, ma parte dei danno era ormai irreversibile e alcune zone, come Pian della Pita e Valle Piccola, rimasero nude ed interamente distrutte.
Anche il taglio dei faggi per far carboni fu spesso poco regolato, con vendita del legname in piedi a società imprenditoriali.
Ogni società aveva una sua zona e la sfruttava come meglio credeva, con gravi danni alla compagine boschiva.
Nel 1796 si sarebbe dovuto dar il via ad una nuova politica forestale che avrebbe forse posto termine al disordine in materia boschiva, ma la guerra era ormai incominciata e le truppe francesi già invadevano il territorio, pur sempre neutrale, della Repubblica, e ciò bastò a por termine a qualsiasi nuova politica. Andarono così a perire tutte quelle leggi che tanta importanza ebbero per il Cansiglio.
La caduta della Repubblica segna l'inizio di un periodo travagliato per la foresta e ci documenta che le guerre furono sempre micidiali ai boschi.
Le stesse leggi, bandite poco prima a salvaguardia dei boschi, diedero adito alla sempre insapiente democrazia, di menar furiosamente la scure contro di esse, ond'avvenne che, colla rapidità del baleno al grido dei sempre mal intesi nomi di libertà, di patria, e di popolo, ognuno si tenne padrone e libero di provvedere al proprio interesse (Adolfo di Berenger).
Con queste dolenti righe termina questo breve saggio sugli antichi piani assestamentali del Cansiglio.

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L'assestamento forestale del Cansiglio si inserisce in un quadro di programmazione forestale che la Serenissima Repubblica perseguì al fine ultimo di ritrarre dai suoi boschi quel materiale legnoso così indispensabile al Reggimento dell'Arsenale.
Ed in vero le leggi forestali venete furono sempre modellate sui migliori principi delle scienze forestali e più che alla semplice conservazione delle selve, esse mirarono a far sì che esse potessero continuamente rinnovarsi ed ampliarsi dando nel contempo il massimo possibile.
Essa cercò di salvaguardare in special modo le essenze più pregiate quali il Rovere ed il Faggio, nonché le resinose più utili alla costruzione navale.
E tutto ciò in secoli in cui nel resto dell'Europa, o non esisteva una vera e propria legislazione forestale, o essa era al puro servizio di interessi signorili o fiscali, al fine di perpetuare uno stato di privilegio.
Un elogio particolare va fatto al Consiglio dei X, che lasciò di sé splendida e perpetua memoria per le prove date nel conservare la Foresta del Cansiglio, ed in generale tutte le foreste della Repubblica; testimonianza di come un dicastero, che al potere unisca vero senso amministrativo e profondo amore per lo Stato, possa esercitare benevolmente e proficuamente la sua opera al fine ultimo del "benepubblico e delle pubbliche ragioni".

Guido Spada


BIBLIOGRAFIA

Relazioni di:
FRANCESCO SORANZO, A.S. V. Collegio V, busta 34, 23 settembre 1592, edita in Grande Illustrazione del Lombardo Veneto, v. 11, Milano, Corona, 1858.
PIETRO LION, A. S. V. Collegio V, busta 34, 28 giugno 1611, edita in Relazioni dei Rettori Veneti in Terraferma Il. Podestaria e Capitanato di Belluno. Podestaria e Capitanato di Feltre, Milano, Giuffrè, 1974.
GIOVANNI DOLFIN, A.S.V. Collegio V, busta 34, 16 aprile 1613, edita in Venezia, Sacchetti, 1874.
ADOLFO DI BERENGER, Archeologia Forestale, Venezia 1863, ristampa a cura della Direzione Generale Economia Montana e Foreste, Roma, 1982.

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