Tratto dalla Rivista quadrimestrale di studi vittoriesi - IL FLAMINIO n°3 - 1984 - Edita dalla Comunità Montana delle Prealpi Trevigiane

PAOLA DALTO

IL "CRISTO DELLA DOMENICA" DI SAN PIETRO DI FELETTO

La vetusta chiesetta di San Pietro di Feletto, è, per molti aspetti, un monumento a testimonianza dell'anima di un popolo semplice, laborioso; di un tempo la cui collocazione storica si perde nella polvere degli archivi e dei secoli ... Non si conosce infatti la data esatta della costruzione della chiesa. (Alcuni pezzi di pietra scolpiti con disegni geometrici, secondo il gusto dell'arte popolare dei sec. VII ed VIII, dicono con chiarezza che essa esisteva già in epoca longobarda. Cfr. Don Nilo Faldon, La millenaria Pieve di S. Pietro di Feletto, Tipse, Vittorio Veneto, 1973, 1a edizione).
All'ombra del suggestivo porticato della facciata, l'attenzione è richiamata da un affresco singolare: il Cristo della Domenica.
Rappresenta un primo piano e, secondo l'organizzazione paratattica, propria del gusto medioevale, il Cristo in semplice tunica paesana, severo in volto e ferito da tante frecce, ciascuna delle quali si stacca dalle raffigurazioni realistiche degli arnesi di lavoro, in uso a quell'epoca, ma riconoscibili ancor oggi.
Il significato di tale pittura è palese: il lavoro compiuto nei giorni di festa non è accetto al Cristo, e, per di più, lo ferisce, lo fa sanguinare. Colui che ha benedetto il lavoro dell'uomo. Chi lo ha riscattato da simbolo di schiavitù e maledizione, nel dies dominica, lo ritiene oltraggio. Il tutto si aggancia ad un noto proverbio veneto: "I lavori de festa i va fòra pa la fmèstra" e ciò significa, nell'accezione popolare, che il lavoro compiuto nei giorni festivi è mal nato, è destinato male, non è cosa buona

Consapevole del fatto che proverbi e tradizioni popolari sono testimonianze di un passato assai remoto, e c'è chi (il Cocchiara) addirittura ne ha scoperto antecedenti persino nelle antiche civiltà degli Ittiti e degli Egiziani, ho ritenuto opportuno approfondire il discorso.


PAOLA DALTO, laureatasi in lettere presso l'Università di Padova, insegna da alcuni anni nelle scuole del comprensorio vittoriee occupandosi dei terni più caratteristici della cultura veneta d'arte, e, folklore in particolare

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Breve storia di due parole: festa e lavoro

Festa

L'origine del termine neolatino "festa "(it.), 'Tiesta (sp.), féte (fr.), riconduce al femminile sostantivato dell'aggettivo "festus ",riferito a "dies", nel senso di giorno festivo, oppure al neutro plurale dello stesso aggettivo sostantivato. (La prima interpretazione è di G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana, Dizionario etimologico, Le Monnier, Firenze, 1968). La radice di "festa "è connessa con quella di 'Tériae" che era un antico 'Tésiaee subì quell'alterazione della 's' intervocalica, chiamata "rotacismo " che la lingua latina conobbe fino al IV sec. a.C.
Il Devoto inoltre afferma che esiste connessione tra la parola "festa " e il sostantivo latino "famim" (tempio) da un antico "fasnum" privo di esempi consimili fuori d'Italia, e rimanda alla voce "profano ". Quest'ultimo termine presenta problemi di interpretazione non per quanto riguarda la sua formazione linguistica, ma per la diversa accezione. (Una parentela con la radice indoeuropea Bha, antesignana non solo di "feiní" e di "fari" ma anche di "fatum" e della loro famiglia: fama, facondo, favola, fiaba, fata, confessare, affabile, ineffabile, fandonia, nefando. Il Devoto per la formazione del termine propone il confronto con quelle simili di "proprio ", 'pro' " 'privus' e di "proporzione", 'pro' " 'portione'. Nella definizione di "profano " così si esprime: "Dal latino 'profanus'. Dalla locuzione 'profano', 'davanti al tempio', considerata come parola unica al caso ablativo si è tratto il nominativo 'profamis' e tutto il restante paradigma" (diremmo 'declinazione'). E ancora. proseguendo, afferma: "'Fanum' è legato a Tas', 'diritto sacro', e quindi deriva da un più antico Tasnom'; v. Fasto (2)" (op. cit., pag., 333).
In quanto egli afferma non v'è traccia di (significati) traslati. Ma il latino accerta già la duplice connotazione del termine e, nel definire profano, distingue un iniziale significato, poi le diverse accezioni. La connotazione primaria si riferisce propriamente a ciò 'che sta dinanzi al sacro recinto', a ciò 'che non è consacrato' o 'non più sacro' (contrapposto a 'sacer' e a 1consacratus') ed è detto di luoghi, di animali (di malaugurio come 'bubo', il gufo, 'avis', l'uccello), o di cose ed oggetti non attinenti la religione. Per traslato, tale termine, riferito alle 'parole' (in Ovidio) o alla 'guerra' (in Plinio), assume il significato di 'empio', 'sacrilego', e 'scellerato'. In contesti particolari poi, si trova usato per indicare colui che 'non è iniziato', come ,(procul este profani!) state lontani voi non iniziati, che non dovete prender parte al viaggio dell'Oltretomba! (Virgilio, Eneide, 6-258). Di qui una seconda traslazione per indicare, ad esempio, chi non è iniziato al culto delle Muse (il 'vulgus' di Orazio), poi in senso cristiano, per indicare chi è estraneo alla verità "profani a sacramento Veritatis" o "a veritate" adoperato da Lattanzio. Il termine Tanum' indica, oltre al tempio, tutta l'area consacrata alla divinità, il recinto sacro o il luogo dei sacrifici. Sono consacrati dalle parole proferite dai soli sacerdoti. E 'fanum' è connesso a Tas', che conferma la parentela con "feiní", attraverso il suo intensivo 'Tasco", che significa appunto: 'dichiaro', 'affermo', 'dò parola' e al verbo latino Tari'.

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'Fas' è inoltre collegato a Tasto', fasti, e a festa (per alternanza vocalica a/e): tutti questi presentano interesse consimile alle parole "mistero" e "mistico", anche se non hanno lo stesso significato.
Mistérion deriverebbe dalla radice di "myo" ('sono chiuso', 'tengo la bocca chiusa', oppure 'tengo gli occhi chiusi'); di fronte al sacro, non v'è parola o vista umana capace di esprimere o penetrare il tutto. Il 'mistero' greco è cerimonia, pratica segreta, e myster (da cui l'italiano 'mistico'), è l'iniziato a questa arcana dottrina ed obbligato a non divulgarne i precetti e i riti.
Tale concetto è ripreso nella stessa accezione di 'arcano' dai neopositivisti logici della contemporanea 'filosofia del linguaggio'.
E vien fatto di pensare a Wittgenstein: "Non "come" il mondo sia, è ciò che è mistico, ma "che" esso sia". Questo 'mostrarsi' del mondo accade nel silenzio e non c'è parola umana atta ad esprimerlo (cfr. Tractatus Logico-Phi1osophicus, 6.44 e 6.522, Astrolabio, Roma, 1969).
Tale inciso vien fatto a proposito, allorché si analizzi la pregnanza di significato della parola Taturn', da 'ciò che è stato annunciato ' (dal sacerdote), a 'destino'; un termine che ha attinenza sia con l'insondabile, con l'irrevocabile, sia col profetizzabile, quindi col superstizioso, e, di riflesso, con le sacre formule della 'divinatio' latina.
Ritornando alla parola Tasti', analizzata dal Devoto, vi troveremo scritto: "(dies) giorni autorizzati, dalla legge divina, per amministrare la giustizia, in opposizione ai 'nefasti' (non autorizzati); da 'fas', diritto divino col suffisso -to (come "iovestos" iustus, da joves -ius), lontanamente legato forse alla radice Blia di facundus, fama, fabula, nel senso di "rivelare"; rimane però non chiaro l'ampliamento in -s, da Fa a fa -s".
Ma alla voce Tor, faris, fatus sum, fari' è riportata la frase di Svetonio: "Fasti sunt dies, in quibus ius fatur" dove, forse per caso, si trovano connesse ambedue le parole.
Ora, la difficoltà etimologica della comprensione dell'ampliamento in -s della radice Bha, rimane, ma è certo che la parola 'festa' ha un indiscutibile significato religioso, in contrapposizione a 'ius', che indica ciò che è sancito dal diritto umano, e a 'mos', che indica ciò che è lecito in quanto consacrato dal divino.
Nell'etimologia delle parole è, quasi sempre, racchiuso il segreto e la recondita essenza delle cose e dell'uomo che ad esse diede esistenza.
Ogni festa è un atto di culto, pronto ad assumere sia le vesti del rito, quanto più esso soggiace alle esigenze della purificazione, sia a quelle della rinascita spirituale, quanto più è garantita da ciò che sta al di là della vita e della morte e cioè dal divino.
La funzione catartica di qualsiasi cerimonia festiva, quando sussista l'impulso per un certo rito, può avvenire nei due modi più conosciuti dei nostro retroterra suburbano: nei modi di una religiosità naturalistica e propiziatoria, e in quelli di una religiosità spiritualistica e di contrizione.
Emergono da un lato reminiscenze greco-latine e dei popoli primitivi odierni, delle manifestazioni orgiastiche collettive, delle rappresentazioni simboliche di morte e resurrezione, del concorso di folle in danze e processioni,

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cioè di un complesso di riti relativi al fondamentale bisogno di liberazione e di esorcizzazione degli istinti; dall'altro canto emergono anche gli esempi delle adunanze di devoti in mistica ascesi, di processioni liturgiche, di mortificazioni, di rievocazioni di storia sacra, proprie del cerimoniale del Cristianesimo, il cui rito della purificazione e della rinascita fa tutt'uno coi sentimento dell'espiazione e del riscatto.
La religione romana è stata definita, dagli storici di tale materia, 'originale' per il carattere razionale della sua organizzazione (Grenier, Le génie romain dans la religion, la pensée et l'art, Paris, 1925). Il romano si regolava nei suoi rapporti con la divinità come col proprio simile: il diritto divino era concepito secondo il diritto civile.
Se i vincoli giuridici intercorrevano fra uomo e uomo, anche i riti o gli uffici erano intesi come legame tra l'uomo e la divinità; il 'dio' obbligato da tali cerimonie ed offerte, era tenuto ad esercitare la funzione alla quale era preposto. E al 'dio', più che il sentimento dell'orante, era accetta la formula (carmen) con cui preghiera e sacrificio eran accompagnati. Il rito propiziatorio aveva dunque un ruolo fondamentale.
Oltre a ciò, nel testo Storia delle religioni (AA.VV., Utet, Torino 1954) troviamo testimonianze interessanti per quanto riguarda la suddivisione del calendario romano, ad opera dei 'pontifices'.
Si sa che da Numa Pompilio fu affidato ad essi il compito di redigere il calendario civile e di regolarlo al fine che, composto di dodici mesi, coincidesse con l'anno solare. 1 pontefici, mediante accorte modifiche, potevano intercalare o sopprimere alcuni giorni, osservando probabilmente le costellazioni e le stagioni, visto che non si era ancora introdotto il concetto di anno bisestile, ed era riposto perciò nelle loro mani un immenso potere: quello di accorciare o dilungare certe vertenze giuridiche, a loro discrezione ed interesse, visto che i giorni permessi per tali mansioni erano da loro stabiliti. Infatti essi decretavano quali fossero i giorni consacrati al culto degli dei (dies festi) e quali fossero concessi agli uomini per il disbrigo delle loro faccende e dei loro affari (dies proferti). Di questi ultimi stabilivano quali si addicessero al pretore per amministrare la giustizia (dies fasti), quali fossero propizi per tenere le adunanze e i comizi (dies comitiales)e quali fossero quelli "in quibus lex agi non potest ", in quanto consacrati al culto di divinità superiori o infernali (dies nefasti).
Il calendario romano ebbe poi il nome di 'Fasti' dall'importanza che tali giorni assunsero nella vita sociale del tempo (probabilmente fin d'allora il nostro popolo aveva vocazione per la giurisprudenza!).
A riguardo dei 'dies festi', occorre aggiungere che essi, consacrati al culto religioso solenne, spesso coincidevano con le 'fériae' e cioè coi giorni in cui non s'intraprende alcun lavoro, in cui si riposa (in rapporto con cerimonie di culto). Oltre alle Teriae latinae', incontriamo le 'novendiales', le 'forenses', di ciceroniana memoria, le Teriae messium' reperite in Svetonio e le 'scholarum feriae' citate da Prudenzio. Quest'ultime pare che coincidano col 19 marzo ed erano dedicate a Minerva: tale giorno è chiamato dagli studenti Iminervae' e da operai, artigiani, ed artisti ('feriati' in onor della dea), Iquinquatrus' o perchè durava cinque giorni, o perché cadeva il quinto

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giorno dopo le Idi (Storia delle Religioni, op. cit., pag. 873). A Giano poi erano dedicate, non solo il primo mese dell'anno, ma soprattutto le Kalendae: in tal giorno si gustavano le focacce chiamate "ianuae";si evitava di proferire qualsiasi vocabolo di cattivo augurio, si distribuivano parole di felicità e doni, 'strenae'. Poiché nella vita privata era inoltre considerato 'deus agomus' e perciò presiedeva a tutte le attività umane, tutti i 'cives' erano dispensati dal lavoro. Interessante, inoltre, è il fatto che esistevano anche alcune feste dedicate agli schiavi, ad esempio quella di Diana, ricorrente il 13 agosto, data di consacrazione del tempio sull'Aventino ad opera di Servio Tullio che, a quanto pare per tradizione, era figlio di schiavi.
La religione romana ebbe un altro pregio, che il cristianesimo non poté misconoscere, anzi dovette accettare, "ribattezzando" usi e costumi. Ciò fu il sincretismo proprio del culto romano che accolse nuove divinità e le fece ospiti del proprio Olimpo. t il caso di Minerva che, accolta dall'Etruria, fu riconosciuta nell'Atena greca; è il caso di Cibele frigia che, all'epoca di Claudio, ebbe onori quali traslato di Mater Magna o Mater Terra. Per condurre il discorso al cristianesimo occorre ricordare che nella festa di Cibele (dal 15 al 27 marzo) eran tenute, nell'ultimo giorno, processioni trionfali in campagna e, in onore a Cerere, un mese dopo (il 12 o 13 aprile), i cosidetti 'ambarvall' (amb-arvus; arvus o aruus-aro: che fa il giro dei campi); ambedue le processioni sono antesignane delle Rogazioni cristiane, che, pur collocate in un tempo diverso dell'anno (per lo più l'Ascensione), hanno lo stesso carattere propiziatorio.
La Chiesa, nascente all'ombra dell'Impero romano, dove non riuscì ad estirpare le manifestazioni di religiosità popolare di substrato pagano (deriva da 'pagus', villaggio, e si conosce la resistenza al cambiamento degli abitanti dei 'pagi'), le seppe adattare, trasformare, dando ad esse un nuovo e più alto significato.
Il termine 'pagano' si dimostra interessante per l'evoluzione storica del suo significato.
All'inizio non aveva connotazioni negative, ma indicava una diversità di usi, di luoghi di provenienza, così come il latino 'gentilis' (usato in tal senso da Tacito a S. Gerolamo) e al greco euvikòƒ, etnico, proprio di tiri popolo, di una razza.
A partire dal sec. V tale vocabolo designa in particolare i 'rustici', i contadini. Isidoro di Siviglia nelle sue Etymologiae (VIII - 10) così li definisce: "Pagani ex pagis ... Dicti ubi exorti sunt. Ibi enim in locis agrestibus et pagi gentiles lucos idolaque statucrunt". Poi Sulficio Severo identifica i 'rustici' con i 'gentiles" ed i 'pagani': "Rustica turba vetat divelli fana protana" (citati in Le Goff, Tempo della Chiesa, tempo del mercante, Einaudi, Torino 1977, pag. 106).
Il 'rusticus paganus' è inoltre legato, per tradizione, alle vecchie superstizioni preromane, poi alle usanze ed ai riti dei dominatori latini. Quindi particolarmente difficile si presenta l'evangelizzazione delle campagne, ma la Chiesa ricorda l'insegnamento, l'ammonimento di S. Pietro che nella "conversione di Cornelio il Centurione ... annunciava che egli non doveva considerare immondi i pagani e che doveva ammetterli alla propria fede (AAVV, Storia delle religioni, op. cit., pag. 519)

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n'unica struttura etimologica di 'labor' che non rispecchia e non contiene il senso dell''operare' primitivo; "sotto un'apparenza pressoché identica, il contenuto è diverso" (Devoto, op. cit., pag. 217).
Attraverso la famiglia cui appartiene 'labor', ci si trova di fronte all'immagine oppressiva della sua radice che ríconduce appunto a 1abi', ma anche a 1ava' e a 'labes' (caduta, rovina, disastro, peste ...).
Il Devoto stesso ne garantisce la matrice quando sottolinea il significato essenziale del termine in esame: "inclinarsi e scivolare, sia nel senso materiale di chi si piega sotto un peso (superiore alle sue forze) e sia in quello figurato della sottomissione a chi detiene il potere" (op. cit., pag. 217).
I millenni precristiani ci hanno lasciato imponenti e meravigliosi monumenti inconcepibili, nella loro realizzazione, agli occhi nostri: non possiamo però dimenticare che essi sono stati resi possibili da società che concepivano il lavoro come maledizione e, perciò, imposto agli schiavi.
Il cristianesinio, condannando la schiavitù, operò, Anche in questo campo, una specie di riscatto. Nei primi secoli però, riappare la radice 'Op' e S. Paolo, ai Tessalonicesi, nella seconda lettera, così si esprime: "Quis non vult operari, nec manducet!", reso in italiano "chi non lavora, non mangia". Ma il Devoto non accetta questa traduzione, in quanto l'italiano parla di un 1avoro' imposto a tutti, non svincolato dalla maledizione antica, mentre invece l'apostolo sottolineava un carattere diverso dei termine, e cioè di un 'lavoro' accettato consapevolmente e liberamente: "In labore ci in fatigatione nocte et die operantes".
In quest'ultima frase, dello stesso apostolo, i due termini risultano ravvicinati, ma chiaramente non sinonimici; si può dire comunque che la nozione di 'lavoro', nella nuova concezione cristiana, sia, per lo meno, redenta dal significato di schiavitù.
Resta però da notare che nella tradizione romanza il termine mantiene ancora connotazioni che ricordano la "maledizione" o la "tortura"; parole moderne come il francese 'travail' ricordano nell'etimologla ciò che si trova anche nel genovese "travagiu": il supplizio saraceno dei tre pali.
Questa associazione alla nozione di 'lavoro' attesta la persistente aderenza al concetto di oppressione contenuto nella Genesi (cfr. Devoto, op. cit- pag. 218).
Indubbiamente il termine '1avoro' incontrò, nella sua storia, accezioni diverse, non ultima, nel medioevo, la concezione positiva della 'regula' benedettina di 'ora et labora'. In essa il concetto di lavoro risulta non solo riscattato e ricuperato alla primitiva dignità, ma vien ritenuto quale indispensabile dimensione di realismo per il monaco, per l'asceta.
Occorre dire che chi soggiaceva alla norma benedettina non percepiva compenso per il lavoro compiuto: ciò era quanto di più naturale ci fosse per mantenere solidi contatti con la realtà oggettiva della vita di un popolo cui s'indirizzava l'evangelizzazione.
Che alcuni dei termini moderni, sopra citati, non abbiano conosciuto ulteriore evoluzione o sostituzione è dovuto, probabilmente, al fatto che al termine 1avoro' s'è sovrapposto un terzo significato, quello di 'costrizione' (Devoto, op. cit., pag. 218).

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Esiste nelle tradizioni popolari, accertata da Theodor Gaster (Le più antiche storie del mondo, Torino, 1960) una singolare capacità di adattamento alle nuove forme di vita e di cultura, e, quindi, persino ad una nuova religione. Chiari esempi sono le sovrapposizioni cristiane di alcune date care al paganesimo. Una di queste feste può essere lo stesso "Natale", fatto coincidere nei giorni in cui ricorreva la festa pagana (del) 'natalis solis invictl', mentre in Oriente la nascita del Redentore veniva celebrata nel giorno dell'Epifania. Un altro esempio di sostituzione può essere quello del "solstiziod'estate", fatto coincidere con la festa di S. Giovanni e le numerose tradizioni di origine pagana che ancora pullulano in Toscana e nell'Italia meridionale. Altro carattere propiziatorio per la fecondità e l'abbondanza avevano i 'Calendimaggi'. Le "regine di maggio", che ricorda anche il Poliziano, furono detronizzate e, ci piace supporre che quasi per crearne contrasto, si rendano in tale mese omaggi di fiori ed offerte alla Regina Virginum, cioè a Maria.
Resta da puntualizzare il fatto che se la religione antica aveva principalmente un carattere propiziatorio (almeno nell'occidente), la religione cristiana tese, nel suo intento, ad inserire il concetto più elevato di ascesi, di rinascita spirituale, di riscatto e di riconciliazione, nel senso eli riallacciare i rapporti con Dio (religatio/religione).

Lavoro

Se la parola 'festa', testè esaminata, presenta una ricca storia di significati molteplici, la parola 1avoro' risulta esser tra le più interessanti per la controversia delle connotazioni, attestanti 'caduta' e 'redenzione', intrinseche al termine stesso.
Nella fase più elementare della società umana, il lavoro era un'attività necessaria, legata alla sopravvivenza, alla i"accolta del cibo, asservita al concetto stesso di vivere: cosa naturale quindi, e la terminologia più antica del lavoro, nelle lingue indoeuropee, è priva di risonanze negative. Infatti essa riconduce ad 'opus' e alla radice Op che sopravvive nel tedesco 'úben' (praticare, esercitare) ed anche nel sanscrito 'apiias', senza però che appaia, in questi termini, connotazione negativa. Quest'ultimo significato s'è introdotto perché "della parola si è impadronita ad un certo punto la classe sacerdotale, e questa ha lasciato la sua impronta" (Devoto, Civiltà di parole, Vallecchi, Firenze 1965, pag. 216).
Il primo libro della 'Genesi' ricco di esperienze dolorose d'un popolo, attesta essere il lavoro caduto sulle spalle dell'uomo quale maledizione divina: dalla disobbedienza originale, l'uomo non avi"ebbe goduto dei frutti della terra, se non col sudore della propria fronte.
Tale maledizione è largamente comprovata dalla radice di 1abor, "cris, lapsus sum, labi', il vacillare sotto un peso, che in Virgilio (Eneide, 6, 277) troviamo personificato in 'Labos', quale Dolore, Sofferenza, Pena.
Risalendo, infatti, da lavorare a 1aborare' (lat.), si opera nei sensi di u-

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Non occorre riandare alle memorie della 'servitù della gleba' per comprendere il significato di tale affermazione.
Finche il salario è stato sufficiente al solo fabbisogno naturale ed essenziale dell'individuo, non s'è potuto parlare di lavoro 'nobilitante'; il lavoro come 'costrizione' è perdurato per secoli, la minaccia della disoccupazione è una realtà non solo odierna ...
Ma nulla in sé è definitivo e quindi la storia della parola può ricominciare o procedere migliorando o peggiorando la propria connotazione.
Dopo quanto è stato detto, riprendendo in esame il nostro proverbio '1 lavori de' festa i và fora pa la finéstra e soprattutto l'immagine sacra del Cristo della Domenica, risulta spontaneo chiederci per quale ragione santificare la festa significhi astenersi dal lavoro e, in particolare, da che tipo di lavoro.
Da un lato le 'feriae' romane prevedevano l'astensione dalle attività per concedere, a determinate categorie, di festeggiare, con cerimonie e riti, la loro divinità protettrice. Ciò aveva lo scopo manifesto di alternare periodi di produzione a periodi di riposo e di 'otium' che rinfrancassero lo spirito e la Chiesa non ebbe sott'occhio solo questo.
Interviene, dall'altro lato, la concezione ebraica del riposo 'sabbatico' e il cristianesimo la accoglie e la trasforma, ligia al discorso evangelico di Cristo e Marta.
Cristo però non disprezza l'affannarsi sollecito di Marta alle prese con pentole e fornelli, ma sottolinea il fatto che deve esserci anche un tempo in cui entrare in colloquio col Creatore.
In particolare poi il Cristo contesta il concetto del sabato ebraico quando chiede al suoi accusatori se, caduto un loro asino nel pozzo, non s'adoprassero a salvarlo anche se ciò dovesse accader di festa ...
Il nostro viaggio a ritroso nel tempo si perde non appena ci si addentra nelle oscure vicende del medioevo e nell'ambiguità di certe affermazioni ecclesiastiche di quell'epoca. La Chiesa, come s'è visto, sovrappose il proprio insegnamento a quanto già esisteva nell'uso e nel costume dei nuovi adepti e fu particolarmente difficile evangelizzare le popolazioni disperse nei villaggi. "Ribattezzando" quanto preesisteva fece del suo meglio, finche non s'accorse dei potere politico che andava acquistando via via che nuovi popoli accettavano la sua religione.
Per di più, si prodigò per dare ad essa una dignità ed una autorità letteraria pari a quella dei secoli trascorsi.
È il caso di ricordare l'opera di S. Gregorio Magno che, tra l'altro, ordinò che sulle pareti delle chiese apparisse effigiata la catechesi per un volgo analfabeta.
L'iconografia diventò lezione.
Questo è senz'altro il motivo principale per cui vita attiva e contemplativa, vizi e virtù ornano lì portali e le pareti delle chiese: per fornire ai predicatori l'illustrazione dei loro insegnamenti morali. A noi oggi rimangono, per questo, tanti esempi di arte sacra popolare, per lo più anonima, ed anche il 'Cristo della Domenica' risulta esser un elenco figurato di quali opere

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servili non siano permesse, nel giorno del Signore, ad un popolo semplice, devoto, ma incolto, qual era quello che allora abitava la zona del Feletto e dei villaggi circumvicini.
Nel medioevo la Chiesa si fregiò di grandi asceti e studiosi di letteratura, filosofia, teologia, quali S. Gerolamo, S. Agostino, S. Ambrogio che ritradussero dal greco e dal latino aureo antologie e pensieri in chiave cristiana cattolica. Poi, nel sec. XIII, S. Tommaso, nella Summa Theologiae, così si esprime a proposito del lavoro: "Labor manualis ad quattuor ordinatur. Primo quidem et principaliter ad vietum quaerendum; secundo, ordinatur et tollendum 'otium' ... ex quo multa mala oriuntur ... Tertio, ordinatur ad concupiscentiae refrenationem, in quantum per hoc, maceratus corpus
Quarto antem ordinatur ad elemosynas faciendas,> (Storia d'Italia - I caratteri originari. Einaudi, Torino, vol. 1, pag. 259-68). Il lavoro è finalizzato al provvedere alla semplice sussistenza del lavoratore e della sua famiglia; in fondo tale asserzione era il riflesso di una situazione economica e sociale esistente: una constatazione, e forse anche una mentalità diffusa.
A questo proposito c'è chi azzarda affermare che, in qualche modo, la Chiesa si sia resa complice di un certo tipo di retribuzione.
Si sa comunque che, negli anni del medioevo, essa conobbe periodi piuttosto duri, ma l'affermazione di S. Tommaso, a nostro avviso, è rivolta più alle funzioni, agli scopi del lavoro, che alla sua remunerazione. Ma, come spesso accade, fu mal interpretata e tale discorso in un'altra ottica fece senz'altro l'interesse delle classi più abbienti ...
E c'erano i giorni di festa in cui non erano tollerati i lavori manuali retribuiti, le 'opere servili'.
Tali feste inoltre, non erano solo religiose, infatti, già alla fine del Quattrocento A Savonarola diceva di Lorenzo il Magnifico e dello sviluppo da lui dato alle feste profane: "Occupa il popolo in spettacoli e feste, acciocché pensi a sé e non a lui" (Storia d'Italia, op. cit., pag. 809).
Le feste sacre in cui erano vietati i lavori manuali, nella diocesi di Udine e in quella di Aquilela, anticamente erano 92; in seguito, durante il Trecento e il Quattrocento furono portate a 101 (una festa quindi quasi ogni tre giorni), se non che le ragioni economiche e i sentiti bisogni di riforma indussero la Serenissima nel 1774 a rivolgersi al Nunzio Apostolico per diminuire le feste e si venne ad un accordo (così si ritrova scritto in Ostermann Valentino, Le arti e le tradizioni popolari d'Italia - la vita in Friuli, Udine 1940, pag. 470 e seguenti).
A Genova poi, le feste da 82 nel 1375 furono ridotte a 69 nel 1410 e a 40 nel 1437, per risalire poi a 96 nel 1588, oltre alle feste mobili e alle domeniche. Esisteva tolleranza per i lavori agricoli, ma rifiuto per i lavori dei settori produttivi (cfr. Storia d'Italia, op. cit., pag. 264).
Il 21 aprile 1499 è registrato presso l'archivio arcivescovile di Udine un ordine significativo: "l'Ave Maria del mezzodì venga pur suonata, ma si

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abbandoni l'abitudine di cominciar la festa il pomeriggio del sabato, considerata da una circolare patriarcale "abusum et damnabilem morem" (Ostermann, op. cit., pag. 470). Le opere servili son quindi lecite fino al tramonto del sabato.
E ancor oggi, la sera d'ogni sabato, nei nostri paesetti s'ode quello scampanìo festoso che annuncia la 'vigilia' della festa (in friulano dette Ivigilis' o 'veis' con varianti attestate da luogo a luogo)".
Nel medioevo i mercati si tenevano nel giorno della sagra ("sacratum", da 'sacer' e da 'sanctus' cfr. sagrestia, sagrato, sacerdote, sacrestano ... ) e con una solennità che non conosceva i confini politici dell'epoca.
E la 'mercatura' fu considerata, in questi casi, opera liberale: infatti l'istituzione di fiere e mercati, a quel tempo, fu una necessità, connessa a motivi contingenti di barriere e conflitti, di pedaggi e di dazi che inceppavano ogni forma di commercio, facendo rincarare i prodotti. "I principi accordavano perciò volentieri a città e a borghi i mercati "franchi"e lo stesso Barbarossa, ad esempio, nel 1184 confermò tale uso ad Aquileia, salvo la corresponsione della 'gabella" sul sale" (Paschini, Storia del Friuli, Il pag. 56 citato in Ostermann, op. cit., pag. 475).
Durante le fiere si organizzavano pubblici spettacoli, giostre e feste da ballo; di quest'ultime pare essere l'inventore il Beato Beltrando da Cividale, il quale più tardi, divenuto patriarca, stabilì che nei giorni di festa non fosse permesso far mercato (bolla datata 10 agosto 1342, presente all'archivio notarile di Udine). Accordò comunque che la fiera di Pontebba si tenesse nei tre giorni antecedenti e nei tre giorni seguenti la Natività della Beata Vergine Maria (8 settembre) (Ostermann, op. cit., pag. 476).

In seguito, nei dì festivi, era severamente proibito aprir le botteghe e i negozi, quindi di commerciare: ai contravventori le leggi comminavano pene, talvolta anche gravi. Il 12 luglio 1424 il comune di Udine decretò che anche le 'osterie' presso la Chiesa di S. Pietro Martire non potessero restare aperte durante le prediche e gli uffizi divini.
Nel 1778, per snellire il commercio, fu concesso di vendere e comprare, anche di festa, ma quattr'anni dopo fu rinnovata tale restrizione e tale divieto fu rinnovato dall'Austria nel 1855: ebbe vita fino alla liberazione del Veneto (Ostermann, op. cit., pag. 471).
I proverbi e i detti popolari ripescano nel torbido di una realtà avita e colorano con similitudini ogni dato di esperienza, caricando il tutto, talvolta, con un pizzico di superstizione: "I lavori de festa i và fora pa la fenèstra".

Viste le vicissitudini, medioevali e postume, della 'mercatura', ora considerata opera liberale, ora servile, s'è notato che molta parte in ciò ebbe la Chiesa che inoltre s'impose aumentando o diminuendo le feste come i Ipontifices' romani, ma, certamente, con altri scopi.

E c'è chi dice che il potere ecclesiastico tentò d'ostruire quello politico (Storia d'Italia, op. cit.).

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Il Cristianesimo non possiede il senso della proprietà privata, ma asserisce che quanto li singolo possiede in sovrappiù lo dia al povero distinguere allora le opere servili da quelle liberali, avrà avuto probabilmente il senso di riequilibrare i guadagni.
È chiaro che i mercanti del medioevo erano semplici agricoltori dei contado limitrofo e che il loro guadagno era proporzionato alle fatiche di una settimana o di un dì, quindi plausibile ed accettabile.
La fiera, il mercato, erano inoltre motivi d'incontro, di distensione, di colloquio per tutta quella povera gente laboriosa dei paesi, dei villaggi dispersi nelle campagne del Comune.
Momento quindi, la festa, di dialogo sia con Dio, sia con l'uomo, col fratello. Può darsi che la Chiesa abbia avuto in mente il concetto di 1avoro, nel senso di volerlo redimere da schiavitù a dignità umana. Fatto stà che la Chiesa aumentò e ridusse il numero delle festività infrasettimanali, non solo in contrasto o in accordo con il potere civile, ma anche in coincidenza di come fosse in quel tempo concepita l'attività manuale e lavorativa. li progetto implicito a tutta la Bibbia è quello della liberazione di un popolo dalla schiavitù, e la Chiesa, fedele al messaggio della resurrezione, ha dimostrato di rifarsi alla primordiale aspirazione.
Quando il lavoro fu concepito come 'schiavitù' essa si rese garante dei momenti di 'relax' per il popolo sottomesso, anche se poi non sempre fu rispettato, nel propagarsi territoriale, lo spirito originario del messaggio, visto che in altra maniera se ne appropriò la tradizione popolare nei termini figurati e superstiziosi dei proverbi.
Ad esempio si riscontra ancor oggi la presenza della concezione proverbiale che tessere la domenica equivarrebbe a filare i capelli della Madonna.
Esempi consimili sono infiniti.
Il Cristo della Domenica, effigiato sulla parete della Chiesa di S. Pietro di Feletto, è ferito, oltraggiato dal lavoro che si compie nel giorno a lui dedicato.
Quando il lavoro fu concepito come dignitoso, la Chiesa non esitò a diminuire le festività e ciò è attestato nei momenti della rinascita culturale o industriale ...


Riteniamo opportuno, prima di commentare gli strumenti di lavoro che fari corona all'iconografia del Cristo della Domenica della Chiesa di S. Pietro di Feletto, analizzare alcuni temi caratteristici della vita del medioevo, alla luce di studi etnologici, sociologici ed antropologici riguardanti: 1) le classi sociali all'epoca della ricomparsa della moneta; 2) i rapporti tra città, confraternite, consorterie e contado; 3) il concetto di 'tempo' in uso allora e di conseguenza i lavori illeciti nel 'tempo' da dedicarsi a Dio.
"Così, malgrado il nostro desiderio di inabissarci nella profondità vivente dell'opera, noi siamo costretti a distanziarci da essa per poterne parlare" (Sergio Bettini, Introduzione a Julius von Schlosser Sull'antica storiografia italiana dell'arte, Vicenza, Neri-Pozza, VI 1969, pag. 31).

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Le classi sociali all'epoca della ricomparsa della moneta.

All'inizio del medioevo la società si presenta composta e divisa in tre categorie, l'un2 complementare all'altra: 'orantes', 'bellatores', 'laborantes', cioè coloro che pregano, combattono o lavorano. La tripartizione, in seguito, fu intesa come asservimento dello stato inferiore ai primi due e forse in connessione con la maledizione di Cam a favore dei fratelli Sem e Jafet.
Nell'atto medio evo noti è facile stabilire quale dei primi due stati avesse la preminenza, anche se gli 'orantcs' son citati per primi e spesso la società appare ripartita in due ordini: chierici e laici. La tripartizione sembra però essere la più attendibile, in quanto è suffragata dal simbolismo concernente il numero tre. A sostegno di tale tesi Le Goff (Tempo della Chiesa e tempo del Mercanie, Emaudi Paperbacks, Torino, 1977) cita l'antropologo LéviStrauss che fornisce tale soluzione in Les organisations dualistes existent-elles- (pag. 43).
Fatto sta, però, che le classi più importanti erano le prime due e che la terza (laborantes), dalla caratterizzazione meno immediata, è disprezzata e spesso ignorata dalle fonti: di qui una delle difficoltà di ricostruzione storica.

Le eredità presenti nella mentalità dell'alto medio evo sono molteplici, sovrapposte e concatenate, comunque sempre piuttosto negative nei confronti del lavoro manuale, anche se si tentano varie distinzioni di cui si hanno testimomanze più chiare solo nel sec. XII e per quanto riguarda l'oscillazione tra i termini 'otiuni' e 1 negotium', riferito ai monaci ",'otiurri monasticum' e la definizione, nel sec. XII, di un`otiurn negotiosum, dei monaci" (op. cit., pag. 77).
In seguito, l'eredità greca porta con sé, nelle traduzioni e negli studi dell'epoca, la contrapposizione di téchne e di pónos, cioè di un lavoro inteso conte sapere tecnico e l'altro lavoro, inteso come sforzo gravoso nelle mansioni. Quella latina, s'è visto, oscilla tra le ambiguità di tiri 1abor', dalle connotazioni pessimistiche di pena e fatica (nonostante si legga Virgilio che è legato più alla vita rurale che a quella artigianale) e di un 'opus' ('l'operare' di S. Paolo), L'oscillazione dei significati a carico dei significanti (labor / opus), nel codice medioevale, è dovuta alla persistenza del concetto di schiavitù e nasce la connessione, etimologicamente antitetica, di 'opus servile', 'opera servilia' A'antitesi del lavoro e della libertà ... il peso dei legame tra lavoro e schiavitù" (op. cit., pag, 78).
L'eredità giudaico-cristiana è tanto presente con le interpretazioni 'vulgatae' dei Genesi, da essere oppressiva o, per lo merio, condizionante: Dio, creatore del mondo, "lavoratore e stanco dopo lo Flexamenon", dopo i sei giorni; "l'uomo condannato dal peccato originale al lavoro coime castigo e pemtenza"; le figure contrapposte di Abele e Caino che diventano condanna per la vita tecnologica ed economica (urbana) "Caino fondatore della prima città e inventore dei pesi e delle misure" ma che dan luogo a controversie quanto alla valorizzazione dei lavoro rurale (Abele) (le citazioni sono in op. cit., pag. 79).

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La concezione di lavoro-punizione o schiavitù è rafforzata inoltre da una quarta eredità, quella dei barbari invasori, per lo più discendenti di quei Germani di cui parla Tacito: "Nec arare terram aut exspectare annum tam facile persuaseris quam vocare hostem et vulnera mereri. Pigrum quin immo et iners videtur, sudore acquirere quod possis sanguine parare. Quotiens bella non incunt, non multum in venatibus, plus per otium transigunt, dediti sorrino ciboque, fortissimus quisque ac bellicosissimus nlhil agens" (Germania, cap. XIV-XV).
Da ciò deriva il disprezzo del guerriero per le attività economiche e per il lavoro manuale. L'eredità barbarica conferirà inoltre prestigio sociale agli artigiani metallurgici, considerati, nella mitologia germanica, sacri o maghi.
La tripartizione della società medioevale risulta essere, dal sec. X in poi, insufficiente a differenziare i nuovi stati sociali. Incontriamo infatti in Francia il termine 'laboreur', inteso come contadino che possegga un paio di buoi e strumenti propri di lavoro (cfr. Le Goff, La civiltà dell'Occidente Medioevale, Sansoni, Firenze 1969, pag. 313 e seguenti).
Da ciò si può dedurre che la famiglia della parola 'labor' è adoperata, in questo tempo, in accezione economica, agricola, coi significato di conquista di una certa indipendenza, di un miglioramento e quindi di una diversa considerazione sociale: Aaborator è colui la cui forza economica è sufficiente per produrre più degli altri" (ibidem). Ma vi sono altri braccianti, nelle 'villae' o nei castelli, che non godono di questa rivalutazione; per di più si delinea nel sec. XI la crescita numerica di quello che sarà chiamato 'quarto ordine', piuttosto sospetto, inviso sia a chierici, sia a guerrieri: quello dei mercanti. E c'era il mercato nel giorni stabiliti, per lo più festivi, come s'è detto.
È da precisare che non sempre le fiere eran frequentate da soli mercanti improvvisati, cioè da semplici contadini che offrivano una parte della loro produzione in 'baratto', soprattutto per un pò di sale (non di loro produzione), ma da estranei e stranieri, veri e propri mercanti che acquistavano prodotti agricoli, tipici del luogo, vendevano peculiarità (talora di lusso) di altre regioni, e, soprattutto, concedevano prestiti con interesse.
Per questo, tutta la società h taccia d'usura.
Nell'antichità, come principale (se non unica) forma di prestito, era conosciuto il prestito di consumo e l'interesse era considerato non solo disonesto, ma illecito guadagno. "L'interesse sul prestito di consumo era proibito tra i Cristiani e costituiva l'usura, pura e semplice, condannata dalla Chiesa ... Tre testi biblici (Esodo XXII, Levitico XXV 35-37 e Deuteronomio XXIII 19-20) condannavano il prestito a interesse tra gli Israeliti" (op. cit., pag. 278). Nel medioevo non circolava molto la moneta, (cfr. anche Mare Bloch); questa anzi non era altro che un termine di paragone per la valutazione degli oneri da corrispondere al signore del castello, o per le decime, o per stabilire 'il giusto prezzo' di un determinato oggetto o prodotto.
I registri dei censi riportano equivalenti in denaro, ma la valutazione monetaria non era forzatamente legata a un pagamento in moneta". La moneta non era altro che un riferimento "serviva di misura al valore, era una 'apreciadura', una valutazione" (op. cit., pag. 301). Di qui forse anche

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il nostro italiano 'apprezzare'.
Vi sono però alcuni prodotti, indispensabili anche al contadino povero, che non possono essere acquistati se non col denaro, ad esempio il sale; ciò fa supporre che, anche se la produzione delle zecche fosse piuttosto esigua, circolasse un certo quantitativo di moneta (salario ? saldare).
"Il denaro non è mai sparito dalla pratica del medioevo ... il contadino stesso non poteva vivere completamente senza compere in denaro: il sale per esempio, che non producesse, che non riceveva e che poteva raramente pagare con baratto, doveva essere acquistato a prezzo di denaro. Ma in quest'ultimo caso è probabile che i contadini abbiano trovato le poche monete di cui avevano bisogno, più per mezzo dell'elemosina che con la vendita dei loro prodotti" (op. cit., pag. 301?302). A quel tempo è inoltre problematico stabilire il valore della moneta e l'oro non viene più coniato, sia perché raro nell'occidente medioevale, sia perché duttile e soggetto a consunzione: infatti, per stabilire il valore reale del metallo prezioso che contiene la moneta, visto che esso non era coniato, come oggi avviene, la si doveva pesare.
Con la ripresa economica vi fu anche una rinascita monetaria nel sec. XIII e la classe che da ciò trasse i maggiori vantaggi fu proprio quella dei mercanti.
Il Cristianesimo, per tradizione, dimostra sfiducia nei confronti del denaro (Giuseppe venduto dai fratelli; Cristo venduto da Giuda per 30 denari ... ), ma la rarità della moneta conferisce prestigio a chi la possiede: <,battere moneta è segno di potenza" (op. cit., pag. 304).
La morale conosce allora dei cambiamenti: la 'superbia' era stato il peccato feudale per eccellenza, considerata la madre di tutti i vizi, ed ora, l'avarizia', comincia a contenderle il primato.
Dante viene definitivamente ricacciato nella 'selva oscura' dalla lupa "che di tutte le brame / sembrava carca nella sua magrezza" (Inferno, Canto 1, vs. 49?50) che rappresenta, allegoricamente, secondo la maggioranza dei critici, l'avarizia, la cupidigia. Scrittori ed artisti la condannano, la stigmatizzano: il mercante, l'usuraio, l'avaro, appesantiti dalla loro borsa carica di denaro, che li trascina nel fuoco eterno, son esposti, ad esempio, al disprezzo e all'orrore dei fedeli nelle sculture o nelle pitture delle cattedrali gotiche.
Un'altra classe andava sorgendo in questo periodo e beneficiava di quest'evoluzione economica: quella che sarà chiamata 'borghesia', cioè un nuovo strato sociale di prestigio, ma anch'esso piuttosto sospetto. "Dio ha fatto i chierici, i cavalieri, i lavoratori dei campi; ma il diavolo ha fatto i borghesi e gli usurai" (sermone inglese del XIV sec. citato in Le Goff, op. cit., pag. 315).
li nascere di queste nuove classi (i 'laborantes' proprietari, i mercanti, i borghesi) conducono alla trasformazione del concetto di tripartizione della società e ad esso fa seguito quello di società degli stati o delle professioni..
Il numero varia a seconda degli autori: dalle 10 (come i cori angelici)
riscontrate in uno scritto di Bertoldo di Ratisbona, alle 28 reperite in una

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raccolta tedesca di prediche del 1220.
" Papa; Il Cardinali; 111 Patriarchi; IV Vescovi; V Prelati; VI Monaci; VII Crociati; VIII Conversi; IX Monaci girovaghi; X Preti secolari; XI Giuristi e Medici; XII Studenti; XIII Studenti erranti; XIV le Monache; XV Imperatore; XVI Re; XVII i Principi e i Conti; XVIII i cavalieri; XIX i Nobili; XX gli Scudieri; XXI i Borghesi; XXII i Mercanti; XXIII i venditori al dettaglio; XXIV gli Araldi; XXV i contadini obbedienti; XXVI i contadini ribelli; XXVII le donne e ... XXVIII i frati predicatori!
Di fatto è una duplice gerarchia parallela di chierici e di laici condotti i primi dal Papa, i secondi dall'Imperatore" (op. cit., 316).
Ora, mentre lo schema tripartito è sostituito dall'individuazione di molte classi, varia anche lo schema delle sette arti liberali: vengono infatti ravvicinate arti liberali e arti meccaniche, discipline intellettuali e tecniche: la stessa 'mercatura' nei dì di fiéra e mercato è rivalutata, purché non si commetta usura. Il mercante diviene il prestatore insostituibile, anche se odiato, ma necessario e utile.
Già all'inizio del XIII sec. nel suo manuale di confessione Tommaso Cobham scrive: "Vi sarebbe una grande indigenza in molti paesi se i mercanti non portassero ciò che abbonda in un luogo, in un altro in cui?queste stesse cose mancano. Perciò, essi possono a buon diritto ricevere il prezzo del loro lavoro" (citato in Le Goff, Tempo della Chiesa, Tempo del mercante, op. cit., pag. 64). Ciò che giustifica il mercante, è il suo lavoro, la sua utile attività, rimane sempre condannato l'eventuale guadagno illecito. San Tommaso così si esprime: "Se ci si dà al commercio in vista della pubblica utilità, se si vuole che le cose necessarie all'esistenza non manchino nel paese, il lucro, invece di essere considerato come fine, è solo rivendicato come remunerazione del lavoro" (ibidem).
Col tempo quindi, la Chiesa accettò questa evoluzione della società e ritenne che qualunque mestiere, qualunque condizione può essere giustificata se indirizzata al bene dell'anima.
Ma questi riconoscimenti esigevano una diversa sorveglianza, nuove regole morali attinenti a ciascuna professione e, già dagli inizi del sec. XII, diventarono numerosi i manoscritti che rilevavano i peccati specifici e distintivi di ciascuna classe: sono le cosiddette 'figlie del diavolo ' sposate alle diverse professioni. Uno di questi manoscritti, (Fiorentino, Laurentiano Plut. 23?10) reca scritto : "Il diavolo ha IX figlie che ha maritato:

la simonia ai................................chierici secolari
l'ipocrisia................................ ai monaci
la rapina................................ ai cavalieri
il sacrilegio................................ ai contadini
la simulazione................................ ai sergenti
la frode................................ ai mercanti
l'usura ai................................ borghesi
la pompa mondana................................ alle matrone

e la lussuria che non ha voluto maritare, ma offre a tutti come amante comune" (in Le Goff, Civ. occ. M?E, pag. 317).

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segue, da pag.39 a 57

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