Tratto dalla Rivista quadrimestrale di studi vittoriesi - IL FLAMINIO n°12 - 1999 - Edita dalla Comunità Montana delle Prealpi Trevigiane

GIovanni ROMAN

IL DUCATO LONGOBARDO DI TREVISO

Secondo il racconto di Paolo Diacono, il vescovo di Treviso Felice nel marzo del 569 andò incontro ad Alboino e alla sua gente in riva al Piave che all'epoca, con ogni probabilità, era il confine politico-amministrativo orientale della diocesi trevigiana. E' questo il primo episodio di storia longobarda riguardante Treviso. Lo storico cividalese afferma che, in seguito all'atto di sottomissione del vescovo, il re longobardo non solo risparmiasse la città dal saccheggio e dalla probabile devastazione, ma lasciasse intatti tutti i possedimenti della chiese trevigiana(1). L'ex Decima Regio, nel VI secolo in particolare, era popolata da consistenti nuclei germanici e Treviso stessa era stata un centro fortificato gotico(2) nella quasi ventannale guerra di riconquista intrapresa da Giustiniano. Comprensibile, dunque, la scelta dei Longobardi di crearsi proprio qui un punto d'appoggio militare, logistico e in seguito amministrativo(3), in vista di una rapida e progressiva espansione su tutta l'Italia. L'atto di sottomissione di Felice, poiché altre piazzaforti dell'Italia settentrionale decisero invece di resistere ai Longobardi e vennero conquistate con la forza, potrebbe essere interpretato come un gesto dettato dalla mancanza di un presidio bizantino sufficientemente munito, oppure, più probabilmente, come il prevalere della volontà di uno schieramento

1) PAOLO DIACONO, Historia Langobardorum, Il, 12. 2) PROCOPIO DI CESAREA, Bellun Gothicum, VI, 29; VII, 1, 2, 3. 3)S. GASPARRI. Dall' età longobarda al secolo X, in Storia di Treviso, voi. 11,11 Medioevo, Venezia, Marsilio, 1991, p. 12.


GIOVANNI ROMAN. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali. Ha partecipato a campagne di scavi archeoiogici e a ricerche in tema di paesaggio veneto, producendo su tali materie varie pubblicazioni.

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filogermanico composto in larga parte da ceti materialmente beneficiati e socialmente emancipati dalla politica di Totila(4). Dopo soli tredici anni trascorsi dalla fine della guerra greco-gotica essi erano già insofferenti del nuovo, gravoso fiscalismo bizantino e del ritorno dei latifondisti(5). Questi ultimi, infatti, stanziati nelle loro ville-fortezze sparse nelle campagne e di fatto i veri controllori della vita economica, civile e giudiziaria erano pronti a riprendere con qualsiasi mezzo, lecito o illecito, la rapida e inesorabile erosione della media e piccola proprietà terriera, limitando fortemente i diritti delle popolazioni rurali e rovinandole materialmente. Felice, la cui esistenza ci è confermata dai versi del poeta Venanzio Fortunato e dalla sua stessa presenza al Sinodo di Marano del 590, assunse così, già nella tradizione storiografica più antica, il ruolo di defensor civitatis ricalcando l'impresa del leggendario predecessore Elviando di fronte alla furia degli Unni, abbattutasi sull'Occidente nel secolo precedente(6). Difficile dire se i fatti siano andati realmente così, dal momento che la supplica del vescovo trevigiano ricalca stereotipi comportamentali e di regolazione dei rapporti giuridici, da parte di vescovi e abati di fronte al potere politico(7), ampiamente diffusi nell'VIII secolo, epoca in cui il Diacono scrive e dal momento che la concessione di Alboino venne addirittura garantita da una "prammatica" regia(8). La stessa generosità di Alboino, davvero inusuale per un capo longobardo del VI secolo, può essere materia di riflessione. Questo gesto del re longobardo può essere in ogni caso interpretato come una mossa strategica dettata dall'esigenza di una rapida marcia lungo la Postumia all'interno di un disegno strategico generale di invasione(9). Per il Diacono, inoltre, in conformità al programma ideologico e culturale della corte carolingia - basti vedere, ad esempio, l'opera di Eginardo, Vita Karoli - la figura del sovrano cristiano ideale doveva essere la personificazione per eccellenza di un insieme di virtù cristiane e laiche: tra queste vi erano la clemenza e la magnanimità.
Dunque, anche il ritratto e la caratterizzazione di Alboino, indipendentemente dalla verità dei fatti, sembrano rispondere ad una serie di stereotipi biografici della storiografia carolingia, erede di quella romana nell'Occiden

4) C. AZZARA, Venetiae. Determinazione di un'area regionale fra antichità e alto medioevo, Fondazione Benetton Studi e Ricerche, Treviso, Canova Editore, 1994, p. 64.
5) G. LUZZATTO, Breve storia economica dell'Italia medievale. Dalla caduta dell'Impero romano al principio del Cinquecento, Torino, Einaudi, 1993, XVI ed., p. 33.
6) L'episodio di Eiviando è, con ogni probabilità, un'invenzione. Si tratta piuttosto di una trasposizione indietro nel tempo dei fatti ricordati dai Diacono. Cfr. F. UGHELLI, Italia Sacra sive de espiscopis Italiae, a cura di N. Coleti, voi. V, Venezia, 1720, p. 489.
7) GASPARRI, Dall' età longobarda, cit., p. 6.
8) PAOLO DIACONO, Historia Langobardorum, cit. Il, 12.
9) W. DORIGO, Venezia Origini, voi. I, Miiano, Eiecta, 1983, p. 223.

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te altomedievale cristiano. Da parte del Diacono evidente anche qui, come in altri passi dell'Historia , l'intento di nobilitare la figura del primo grande re longobardo e con esso tutto il suo popolo.
I duchi, dopo il decennio di anarchia, cedettero al regno la metà dei loro territori(10), aumentati in misura notevole in seguito alle violente confische operate sotto Clefi, successore di Alboino e durante il decennio d'interregno ducale. In tal modo, da allora i re ebbero una grandissima base territoriale capace di assicurare il reclutamento di un numeroso esercito dipendente direttamente dal sovrano e forte deterrente nei confronti delle tendenze autonomistiche dei duchi. Sui territori regi i sovrani longobardi insediarono le arimannie, gruppi di guerrieri vincolati da un giuramente di fedeltà fatto direttamente al re. Agilulfo, salito al trono dopo Autari, grazie ai suddetti provvedimenti riuscì a reprimere una rivolta attuata da alcuni duchi, tra cui Ulfari diTreviso, il quale, assediato dalle truppe regie in città, fu infine catturato(11) .
Più drammatica e anche unica testimonianza su Treviso nel VII secolo fu la ribellione di Alahis, duca di Trento e Brescia, contro il legittimo re Cuniperto, avvenuta intorno al 680. Questo riottoso duca, approfittando della momentanea assenza di Cuniperto, usurpò il palatium pavese. Scacciato da Cuniperto, quando il re ritornò a Pavia, si diresse nell'Austria costringendo con le armi i ducati di Treviso, Ceneda e Vicenza a passare dalla sua parte: "(Alahis) Tarvisium pervasit, pari modo etiam reliquas civitates"(12). Dopo l'inutile tentativo di un'alleanza con i Friulani, che rifiutarono e passarono dalla parte di Cuniperto, fu sconfitto e ucciso nella battaglia di Coronate d'Adda.
Fino ad oggi, i dati di cultura materiale in nostro possesso sono stati ricavati dai reperti tombali, dal momento che gli insediamenti longobardi o di età longobarda finora individuati - se si eccettuano Invillino nel Friuli e Castelseprio in provincia di Varese - sono ancora poco conosciuti. Molti dati archeologici consistenti prevalentemente in elenchi descrittivi dei reperti e in relazioni e rapporti di scavo, spesso risalenti agli inizi del secolo o addirittura alla fine dell'Ottocento (epoca in cui le metodologie di scavo e i criteri di valutazione scientifici e cronologici erano assai diversi da quelli odierni, ma per lungo tempo seguiti dagli studiosi) sono stati recentemente rielaborati e reinterpretati per quanto era possibile e divisi per ambiti territoriali regionali.
Solitamente, nelle necropoli longobarde della seconda metà del VI secolo, la composiizone dei singoli corredi viene considerata prova affida

10) PAOLO DIACONO, Historia, cit., III, 16.
11) PAOLO DIACONO, Historia, cit., IV, 3.
12) Ibid., V, 39.

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bile della condizione etnica e sociale del defunto. Secondo questo criterio, gli oggetti d'oro e d'argento ritrovati nelle sepolture a inumazione d'età longobarda, sarebbero tipici delle tombe di ricchi personaggi, appartenenti cioè all'EOvoy dominante, mentre le deposizioni contenenti poche o nessuna suppellettile di corredo, apparterrebbero ad autoctoni. Nelle tombe più ricche, l'adozione di oggetti di manifattura bizantina oltre che indicare una disponibilità di manufatit sul mercato e quindi l'esistenza di traffici commerciali, costituisce anche una testimonianza dei rapporti con la cultura locale. Proprio in quest'ambito potrebbe rientrare la crocetta d'oro di pregevole fattura risalente al V-VI secolo, contenuta nel sarcofago scoperto a Treviso in via Tomaso da Modena nel 1950 e simile ad altri esemplari rinvenuti nell'Italia settentrionale(13). Nelle sepolture maschili longobarde, lapresenza delle armi tra gli oggetti del corredo, se letta come un segno di chiara ed inequivocabile volontà di distinzione dalle popolazioni autoctone, atraverso la quale affermare la propria appartenenza al gruppo etnico dominante, deve essere considerata una variabile da valutare in relazione ad ogni singola situazione locale e quindi all'esigenza o meno, di mantenere tale distinzione(14). Altra variabile è la presenza di materiali preziosi nelle sepolture ubicate entro zone caratterizzate da una consistente presenza longobarda, come ad esempio Cividale del Friuli. Qui il cospicuo numero di ricchi corredi, tipici del rituale funebre degli altri lignaggi germanici, sembra svolgere la funzione di elemento coesivo al fine si salvaguardare l'identità del gruppo e solitamente si riscontra nelle aree a forte competizione etnica e sociale.
L'unico ritrovamento finora noto di tombe contenenti un corredo d'armi all'interno del ducato trevigiano è quello avvenuto nel 1898 in località Lazzaretto di Bassano del Grappa (VI), vicino alla chiesa. Da due sepolture vennero infatti recuperati due umboni di ferro, di cui uno con borchie dorate, due punte di lancia di ferro, una spatha ridotta in frammenti e un coltello, databili alla prima metà del VII secolo(15).
Nel ducato di Treviso, analogamente a tante altre zone del regno, i corredi funebri finora rinvenuti, eccetto il suddetto ritrovamento, non risultano

13) M. BUORA, Oltre la frontiera. Tracce di acculturazione tra varie popolazioni nell'area altoadriatica e nell'arco alpino (V-VIII secolo), in Città, castelli, campagne nei territori di frontiera (secoli VII-VII), V seminario sui tardoantico e l'altomedioevo in Itaiia centrosettentrionaie, Monte Barro-Galbiate (Lc), 9-10 giugno 1994, a cura di G.P. Brogiolo, Mantova, Soc. Coop. Archeologica, 1995, pp. 135-136.
14) C. LA ROCCA,Le necropoli altomedievali, continuità e discontinuità. Alcune riflessioni, in Il territorio tra tardoantico e medioevo. Metodi d'indagine e risultati, Firenze, Edizioni all'Insegna del Gigiio, 1992, p. 28.
15) I materiali sono attuaimente conservati presso il Museo Civico di Bassano dei Grappa (VI), (nn. inventario 142, 142b, 143, 144, 145, 146, 147).

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composti da materiali preziosi né possono essere definiti tipicamente longobardi. Nel 1874 a Farra di Sopra, nel comune di Castelcucco d'Asolo, presso l'attuale municipio, secondo circostanze e modalità ignote furono scoperte due tombe e inumazione. Una di esse restituì il corredo funebre di un bambino, costituito da una crocetta aurea e da alcune fibule di ferro. L'analisi stilistica della croce, reperto di fattura semplice, permise di datare la sepoltura al VII secolo. Dall'altra sepoltura fu recuperato anche un orecchino a globulo poliedrico. I materiali, oggi dispersi, ci sono noti solamente grazie alla documentazione fotografica. A Castello di Godego, piccolo comune ubicato sul confine occidentale della provincia di Treviso, a ridosso della via Postumia, in data imprecisata sullo spiazzo erboso antistante la chiesa campestre di S. Pietro venne rinvenuta una sepoltura. Essa conteneva orecchini e fibule bronzee con smalti, risalenti al secolo VII(16) Una necropoli altomedievale, ubicata sulle pendici collinari prealpine nel comune di Borso del Grappa (TV), è stata esplorata sistematicamente tra il 1994 e il 1995 durante due campagne di scavi condotte dalla Soprintendenza. Le inumazioni, direttamente sovraposte a una necropoli paleoveneta databile tra il VII e il V secolo a.C., erano prive di corredo, eccetto tre sepolture maschili che presentavano ciascuna un pettine in osso. Questi tre pettini hanno permesso di datare la necropoli ad un periodo compreso tra il VIe il VII secolo d.C. Nell'estate del 1994, presso Maserada sul Piave, è stato compiuto un casuale e disorganico ritrovamento di una sepoltura femminile risalente al VI secolo e di numerosi frammenti ceramici e materiali ferrosi combusti, probabili scorie di lavorazione di attività manifatturiere, ma purtroppo avulsi da un preciso contesto archeologico e stratigrafico. Nei pressi del capoluogo trevigiano non sono finora state rinvenute sepolture e relativi corredi qualificanti con certezza un'appartenenza etnica e sociale longobarda, probabile sintomo, almeno per quanto concerne il rituale funerario, di una precoce integrazione culturale(17). Anche nel resto del ducato la scelta di non adottare corredi funebri specifici fu - credo -conseguente alla volontà di non operare distinzioni tese a connotare peculiari status etnici e sociali rispetto a quelli esistenti presso le popolazioni autoctone per via della forte presenza di genti germaniche stanziate fin dal V secolo nella pianura padana, nelle zone prealpine e in quelle alpine. Grazie a questa "favorevole" distribuzione demografica, probabilmente i Longobardi non si preoccuparono di dover mantenere le proprie pratiche funerarie quale parte


16) L. COMACCHIO, Storia diAsolo, vol. VI, Castelfranco Veneto (TV), Tipografia Moro
Editrice, 1971, p. 27. Tuttavia, recenti indagini, ancora in corso, stanno spostando ad epoca
successiva (secoli IX-X) la cronologia di questi materiali.
17) LA ROCCA, Le necropoli altomedievali, cit., p. 29.

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integrante della loro identità etcnico-culturale, come invece accadde nel Friuli. Per il VII secolo e in particolare nel territorio ducale trevigiano la relaiva, reciproca integrazione tra il popolo dei discendenti di Alboino e gli abitanti dell'Italia, ricavabile dalle fonti scritte, è confermata dalla difficoltà di operare una distinzione tra i contesti funerari longobardi e quelli autoctoni, in sede archeologica. La diminuzione e l'assenza di materiali preziosi nelle sepolture potrebbero essere messe in relazione, oltre che auna differenziazione sociale o all' adozione del rituale cristiano di sepoltura, anche a una maggiore necessità di materie prime, determinata dalla dinamica demografica e produttiva, in graduale ripresa tra la fine del VII e l'inizio dell'VIII secolo. Considerando la diminuita disponibilità di tutti i metalli come il rame, lo stagno e soprattutto i ferro, ancora maggiore dovette essere la penuria di argento e oro che, nel caso di Treviso, vennero forse utilizzati per alimentare l'officina monetale cittadina, documentata dall'età di Desiderio. Il recente e finora unico ritrovamento sufficientemente noto dei resti di un 'ampia villa rustica romana frequentata fino al VI-VII secolo nel territorio di Breda di Piave in una località nei pressi del fiume Meolo dal significativo nome di Campagne(18), al 1997 in corso di studio, testimonia, anche se per ora isolatamente, una presenza insediativa stabile all'interno del ducato di Treviso. Questo toponimo, infatti, indica i fondi agricoli di antica colonizzazione(19) contrapposti ai territori denominati "Ronchi" (e derivati) e "Vegre", riconducibili invece a zone di recente antropizzazione e convenzionalmente assegnati al medioevo e all'età moderna. In alcuni casi, il toponimo indicherebbe una zona limitata da pietre confinarie dette "termini". Nel caso di Breda di Piave è plausibile che la villa rustica sopra menzionata, date le notevole dimensioni - diverse centinaia di metri quadrati, in parte ancora da scavare - e soprattutto il materiale di costruzione, laterizi e ciottoli fluviali legati da malta, potesse essere un concreto punto di riferimento insediativo e produttivo. La rarefazione dei ritrovamenti di materiali archeologici databili dal IV secolo in poi, sebbene non costituisca una discriminante valida in assoluto, data la relativa quantità di materiale recuperata, può essere, in assenza di una precisa documentazione storica, un segnale di processo di progressiva contrazione demografica verificatasi in molte zone dell'Italia tra tardoantico e altomedioevo.

18) D. OLIVIERI, Toponomastica veneta, Fondazione Giorgio Cmi, Centro di Cultura e Civiltà, Scuola di S. Giorgio per lo studio deila Civiltà Veneziana, Istituto di Lettere, Musica e Teatro. 5. Giorgio Maggiore, Venezia, 1961, p. 94. 19) Sull'antichità dell'area, significativo ii fatto che, nel XV e XVI secolo, fosse denominata 'Campagna' una ripartizione amministrativa corrispondente in gran parte ail'area centuriata di epoca romana, quindi antica.

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La lunga linea, in senso est-ovest, della via Postumia poté rappresentare l'elemento discriminante nella scelta dei siti d'insediamento di Goti e Longobardi poiché coincidente in parte con il limite della cosiddetta "fascia delle risorgive", zona ben più ricca e fertile rispetto alla pianura posta a settentrione. Anche se fino a questo momento i toponimi sono sepre stati valutati con cautela al fine di riconoscervi contesti insediativi peculiari, tuttavia, sulla base di situazioni analoghe riscontrabili in Emilia e in Lombardia, ancora sulla Postumia(20), nomi ei luogo come Porcellengo, Merlengo e Sala d'Istrana richiamano fortemente una presenza germanica. Conseguenza immediata del calo demografico potrebbe essere stato l'abbandono di larghi tratti delle numerose vie di comunciazioni terrestri minori, coincidenti in massima parte con i cardini e i decumani delle maglie centuriative, per impostare preferibilmente i traffici di uomini e merci e la stessa colonizzazione agraria, lungo le direttive fluviali di piccola e media portata, continuando un processo iniziato nella preistoria e protrattosi parzialmente in età romana. Questo quadro sembra confermato dai pochi ritrovamenti di ambito rurale, dal III secolo in poi. In particolare, i dati archeologici indicano un abbandono dell'alta pianura trevigiana, delimitata a sud dal rettifilo della via Postumia, a favore di una frequentazione del bacino dell'antico Giavera assecondando un criterio insediativo preferenziale che probabilmente era già in atto in età romana. L'analisi toponomastica e geografica del corso del Giavera, dalla sua sorgente, ubicata nei pressi del paese omonimo ai piedi del Montello, fino a Treviso, dove si congiunge al Pegorile, mette in rilievo il carattere acquitrinoso delle località che attraversa. Come risulta dalle carte più antiche e dalla lettura delle fotografie aeree, questo fiumiciattolo dell'alta pianura, fino al 1436, quando il suo alveo venne consolidato e reso in gran parte rettilineo, scorreva su un letto irregolare, pieno di curve e meandri. Inequivocabili, lungo il suo percorso, nomi di luogo come "5. Pelaio", chiara derivazione da Palù(21) e "Le paludi".
Un buon numero di materiali archeologici romani - risalenti ad un periodo compreso tra il I ed il IV secolo d.C. - rinvenuti nei pressi di Povegliano(22) nell'alta pianura trevigiana nonché la menzione su documenti cartacei dell' VIII secolo - come vedremo - di alcune vicine località dislocate sulle due direttrici parallele, il Giavera e la cosiddetta "via del porto", portano a ritenere possibile anche tra il VI e l'VIlI secolo l'esistenza di insediamenti

20) Gossolengo, Offanengo e altri. Cfr. 5. LUSIARDI SIENA, Insediamenti goti e longobardi
in Italia settentrionale, in XXXVI corso di cultura sull'arte ravennate e bizantina, seminario
internazionale di studi sui tema Ravenna e l'Italia fra Goti e Longobardi, Ravenna, 14-22
aprile 1989, pp. 192-193.
21) In dialetto trevigiano il toponimo è detto San Paiè.
22) Carta Archeologica del Veneto, cit., voi. I, pp. 165-190.

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lungo questo corso d'acqua di origine plavense, caratterizzato da acquitrini, ma anche da acque sufficientemente limpide e correnti; le uniche, insomma, presenti in quantità e flusso sufficienti ai bisogni agricoli e zootecnici degli stanziamenti antropici di una larga zona dell'alta pianura, notoriamente ghiaiosa e permeabile.
I pochi edifici civili o religiosi di ambiente rurale o extraurbano di cui abbiamo, o di cui possiamo ricavare notizie tra il VI e l'Vili secolo, sono, oltre alla villa di Breda di Piave (VI secolo), SS. Pietro e Teonisto di Casier (710), 5. Paolo di Lanzago (726), S. Martino (790) e 5. Fosca (780). I suddetti complessi edilizi, anche se nel caso trevigiano costituiscono un campione tutto sommato ancora ridotto per affermare una posizione di primo piano dei fiumi e delle principali strade, rispetto alla viabilità minore terrestre, furono centri di produzione di beni e servizi, collocati di preferenza nei pressi dei fiumi e sicuramente capaci di catalizzare i principali traffici di uomini e merci (tav. 1).
Secondo la documentazione storica, archeologica e toponomastica, durante i secoli VIII e IX nella pianura padana gli assi rappresentati dai corsi d'acqua furono i baricentri dell'economia e delle vie di comunicazione di ristretti ambiti territoriali(23). Nel Trevigiano il modello insediativo impostato lungo le direttrici fluviali, già ampiamente diffuso durante la preistoria e il periodo romano, a giudicare almeno dalla discreta presenza dicontesti funerari(24) e di altri materiali sporadici, ebbe un notevole successo anche nel secolare processo di popolamento e antropizzazione territoriale dell'età di mezzo e soprattutto di quella moderna. La quasi totale assenza dicontesti archeologici insediativi, riconducibili con certezza all'epoca romana o all' altomedioevo, può essere parzialmente spiegata con l'estrema deperibilità dei materiali costruttivi degli edifici rurali - argille, legname, paglia, canne palustri - che dovevano costituire il tipo di abitazione di gran lunga più diffuso nelle campagne trevigiane, assai ricche d'acqua.
Ho affidato quasi interamente la possibilità di ricostruire storicamente l'economia e gli insediamenti del ducato longobardo di Treviso, alla documentazione databile all'VIII secolo e agli inizi del IX lasciando inevitabilmente "scoperti" la seconda metà del VI e tutto il VII secolo. Nel 1901 Carlo Cipolla, nel difficile compito di identificazione dei toponimi menzionati

23) V. FUMAGALLI, Terra e società nell'Italia padana, Tonno, Einaudi, 1974,II ed., pp.
61-62.
24) Cfr. Carta archeologica del Veneto, a cura di L. Capuis, G. Leonardi, 5. Pesavento
Mattioli, G. Rosada, voi. I, Regione del Veneto, Giunta Regionale, Segreteria Regionale per
il Territorio, Modena, Edizioni Panini, 1988, pp. 165-192.
25) C. CIPOLLA, Antichi documenti del monastero trevigiano dei SS. Pietro e Teonisto, in
Boilettino dell'Istituto Storico Italiano,VII, n. 22, Roma 1901, pp. 35-75.

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sulle carte del monastero dei SS. Pietro e Teonisto di Casier, conservate presso la Biblioteca Capitolare di Verona, affidò ad Andrea Leone, studioso di Oderzo, il compito di riconoscere i nomi di molte località "oscure"(25). Senza nulla togliere al lavoro di questi studiosi, essi stessi consapevoli delle elevate possibilità di errore legate a un simile lavoro di riconoscimento, ècomunque opportuno riconsiderare alcune loro valutazioni, comunemente accettate fino ai giorni nostri(26). Poiché l'analisi di molte località attestate nell'VilI e IX secolo indica una loro dislocazione presso le vie di comunicazione terrestri (Postumia, Annia e Aurelia) e fluviali (Sile, Dosson e Musestre) è probabile che anche altre località, apparentemente sparse a caso nel territorio trevigiano, avessero un coerente e comune denominatore. Al riguardo, un recente studio(27) condotto da chi scrive, ha evidenziato come alcune località del Trevigiano e dell'entroterra altinate menzionate nei documenti del monastero dei SS. Pietro e Teonisto giacessero lungo una medesima linea geografica - estesa dalla Laguna al Montello, attraverso Treviso - corrispondente al tracciato di una strada orientata 12° NO e con ogni probabilità frequentata dal V al X secolo. Questa strada, oggi scomparsa come percorso unitario, è stata provvisoriamente chiamata "Via del Porto". Essa era parallela al bacino del torrente Giavera nel tratto settentrionale e in parte cincidente con la direttrice dell'antica via Zermanese, in quello meridionale. La via passava attraverso la zona delle sorgenti del Botteniga, chiamato anche "Fontanelle"(28) e soprattutto attraverso l'odierna Fontane di Villorba(29) (poco più a nord delle sorgenti del Botteniga). Fontane èmenzionata alla fine dell'Vili secolo in un altro documento del monastero dei SS. Pietro e Teonisto di Casier, come zona di pascolo denominata "Fontanianes". E' praticamente sicura l'identificazione del toponimo relativo alle sorgenti del Botteniga con il Fontanecta del 768, riconosciuto dal Leone in Fontanelle di Oderzo, appartenente al contiguo ducato di Ceneda. E' infatti comprensibile che lo studioso opitergino, avendo una certa familiarità con i toponimi del suo comprensorio, tendesse a identificarli con quelli menzionati nelle fonti antiche senza compiere le dovute e approfondite indagini.
Nell'agro trevigiano, come in gran parte d'Italia, durante i secoli VIII e IX la pastorizia costituiva un' importantissima risorsa che permetteva un razionale e pratico sfruttamento delle vastissime zone prative o comunque incolte, molto spesso "umide" e capaci di alimentare cicli produttivi presso

26) GASPARRI, Dall' età longobarda, cit., p. 20. Qui il Gasparri cita una "Fontana Tecta"
(sic). E' auspicabile che si tratti di un errore di stampa.
27) G. ROMAN, La Via del Porto: ipotesi per un'antica strada del Trevigiano, Silea (TV),
Piazza Editore, 1998.
28) La tavoletta IGM-Treviso Nord, edizione del 1968, riporta ancora questo idronimo.
29) CIPOLLA, Antichi documenti, cit., p. 59, nota.

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ché continui. Quindi, il toponimo Pegro menzionato in un documento dell' 811 può essere verosimilmente riconoscibile nel Pegorile attuale, evidente toponimo pastorale e rappresentare una testimonianza di continuità delle attività connesse alla pastorizia tra l'età romana e il bassomedioevo. Grazie a una precisa testimonianza dell"Anoninmo Foscarmniano" nel 1230(30) anche il corso urbano del Botteniga era chiamato Pegoril, presumibilmente per il suo ruolo di via di comunicazione dalla campagna alla città, nell'ambito dell'attività zootecnica. Al giorno d'oggi sono denominati "Pegorile"(31) un fondo campestre e l'adiacente fiumiciattolo di risorgiva che, raccolte le acque del canale artificiale Giavera in località Fontane, si getta a sua volta nel Botteniga, nella frazione del comune di Treviso denominata 5. Pelaio. Il documento dell' 811 sopra ricordato, oltre al "Pegro", testimonia anche l'esistenza di un ".... loco Cabuti, ubi vocatur Turtun(es)...", che, per via dell'unico referente topografico espresso dal testo, è riconoscibile nel fondo "Caotorta", località situata subito a nord del fondo Pegorile.
I documenti dell'VIlI e del IX secolo riguardanti il Trevigiano a noi giunti, testimoniano l'esistenza di domuscultae a Dosson di Casier (790) e a Caotorta (811), presso Ponzano Veneto (TV), e di casae massariciae a Cusignana (790), a Mestre (780) e Busiago, attualmente in provincia di Padova (790). Al riguardo, un testamento del 790 testimonia la presenza di una curtis nei pressi di Dosson con case, un fienile e una fornace, indicando un tipico complesso curtense. Anche la pergamena del 1005 relativa a Villorba testimonia l'esistenza di una curtis da ubicare con ogni probabilità a Casal Vecchio(32) E' quindi possibile che anche i complessi relativi alla pars dominica delle curtes fossero dislocati lungo le vie di comunicazione terrestri e fluviali del ducato, quali zone preferenziali d'insediamento e in relazione alla disponibilità di risorse.
Nessun documento testimonia invece l'esistenza di associazioni di mestiere a carattere corporativo a Treviso in età longobarda, contrariamente a città come Pavia e Piacenza per le quali esistono testimonianze inerenti l'VIII secolo(33), a riprova del fatto che nel ducato trevigiano, in analogia con

30) ANONIMO FOSCARINIANO, Cronaca trivigiana, Biblioteca Comunale di Treviso,
mss. 1392, 1397b, c. 81.
31) Cfr. tavoletta IGMI, Treviso Nord, edizione del 1968. Non sono molte altre, nel Veneto,
le località così denominate. Questa è l'unica all'interno del ducato trevigiano, Cfr. OLI VIERI,
Toponomastica veneta, cit., p. 72.
32) A. FAVARO, Terra di Villorba, Treviso-Villorba, Comune di Viilorba (TV), 1988, pp.
29 e 162.
33) Si tratta delle famose Honorantie civitatis Papie e del diploma del re IIdeprando, risalente
al 744. Per l'Italia settentrionale ricordiamo anche il Memoriatorum de mercedibus
comacinorum.

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altre città dell'Italia longobarda, non ci fu continuità delle associazioni di mestiere dal punto di vista giuridico e istituzionale, ma solamente dal punto di vista produttivo(34).
Infatti, una carta del 773 testimonia la presenza a Treviso di "Aebone magister calegarius" e se la qualifica espressa dal documento deve essere interpretata alla lettera è possibile pensare non tanto alla presenza di un'organizzazione di mestiere ripartita gerarchicamente(35), quanto all'esistenza di un laboratorio o persino di un'organizzazione di lavoro, anche itinerante, erede diretta di quelle di età romana. A capo delle officine di produzione medievali c'era per l'appunto un magister, responsabile d'opera già presente nel laboratorio del periodo romano, ma a differenza di quest'ultimo, non inquadrabile in un'organizzazione corporativa(36). La mancanza di riferimento ad una corporazione vera e propria nel suddetto documento, dimostra che, analogamente a quanto si può ricavare dalle iscrizioni romane, in cui la qualifica di magister poteva riferirsi anche al responsabile(37) di una fase dle processo tecnologico di produzione - molto spesso individui di condizione servile - anche Ebone era inserito solamente in un processo produttivo e non in un'organizzazione corporativa. Altrimenti, sarebbe stato strano, per lui, rinunciare ad una qualifica così importante come quella di magister collegiale in un atto giuridico scritto, se effettivamente avesse avuto un simile ruolo prestigioso. Molto più tardi, in età comunale, i capi delle scole , cioè le associazioni di mestiere, portano i nomi di chiara derivazione longobarda "supragalstaldio" e "gastaldio" (eredità linguistica altomedievale) per i quali sarebbe forte la tentazione di riconoscervi un esempio di continuità istituzionale, peraltro difficile da provare. Come ènoto, il suddetto termine in età longobarda designava un funzionario di nomina regia incaricato di amministrare i beni della corona sparsi nei vari ducati, testimoniato in tre documenti trevigiani del 768, 772 e 774 relativi all'archivio del complesso dei SS. Pietro e Teonisto(38).
La sopravvivenza delle misure standard di mattoni, embrici e tegole romani fino al medioevo inoltrato(39) permette di ipotizzare la continuazione della produzione anche tra i secoli VI e VIII. Non è da escludere che la via del porto costituisse il polo d'attrazione di questa e altre strutture produttive.

34) U. MONNERET DE VILLARD, L'organizzazione industriale nell'Italia longobarda
durante l'altomedioevo, in Archivio Storico Lombardo, Giornale della Società Storica
Lombarada, XLVI, fasc. I-Il, Milano, 1919, p. 4.
35) GASPARRI, Dall'età longobarda, cit., p. 20.
36) MONNERET DE VILLARD, L'organizzazione, cit., pp. 36-37.
37) Ibid., L'organizzazione, cit., pp. 6-7;
38) CIPOLLA, Antichi documenti, cit., pp. 45, 47 e 48.
39) MONNERET DE VILLARD, L'organizzazione, cit., p. 28.

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La testimonianza di una "Civitatecla" - cioè una piccola città - e la segnalazione di una imbarcazione tardoromana carica di laterizi, giacente sui fondali del Sile, presso Casiert(40), sono i segni più tangibili di una produzione locale di mattoni, tegole ed embrici. Inoltre, nel già citato testamento proveniente dall'archivio di SS. Pietro e Teonisto, datato giugno 790, un certo Adone, proprietrio di numerosi beni immobili, lasciò in eredità al nipote Adeberto case, terreni coltivati e incolti, vigneti e una fornace ubicata "...in loco ad supra Dolsone ...".
Abbastanza sicura l'identificazione della suddetta località con Dosson di S. Lazzaro(41), pochi chilometri a sud di Treviso in una zona ricca di argille capaci ci alimentare un buon numero di fornaci laterizie fino ai giorni nostri. Un documento del 1268, citando una fornace ubicata in località "Mareto", a mezzogiorno di Treviso, potrebbe testimoniare la continuità d'uso sopra ipotizzata. Il testo, infatti, ricorda una fornace dostritta e che si concedeva di ricostruire "...ubi o/im fuit antiquitus una fornax iacentem in mareto, infra hos confines, ab uno latere cui versus meridie suntfornaces detente nunc per Federicum Mathei de Ecelino". Certo la notizia, sebbene non fornisca alcuna indicazione cronologica è comunque un indizio per sostenere l'origine antica della fornace, alimentata molto probabilmente, come quelle appartenenti a Federico di Matteo d'Ezzelino, con argille estratte dai terreni paludosi circostanti il Sile(42).
Dalle disposizioni relative al passaggio di beni mobili e immobili ai monasteri è noto che i mulini ad acqua erano proprietà di elementi ari stocratici e di complessi monastici, gli unici a detenere le tecnologie necessarie alla loro costruzione e manutenzione e i soli in grado di sostenere le spese relative. Oltre alle necessarie capacità tecniche e disponibilità finanziarie, la costruzione di un mulino richiedeva anche la possibilità giuridica di erigerlo e l'esistenza di un sufficiente numero di fruitori. I monasteri, responsabili della bonifica, colonizzazione e quindi delle necessità alimentari delle popolazioni sotto la loro giurisdizione, erano molto spesso dotati di mulini all'atto della fondazione(43). I mulini ad acqua, benché conosciuti fin dall sec.

40) L. BERTI, C. BOCCAZZI, Scoperte paletnologiche e archeologiche nella provincia di
Treviso, Firenze, La Nuova Italia, 1956, p. 12.
41) CIPOLLA, Antichi documenti, cit., p. 53.
42)1 SARTOR, Treviso lungo ilSile. Vicende civili ed ecclesiastiche in S. Martino, Treviso,
Vianello Libri, 1989, p. 193.
43) S. DE RACHEWILTZ, / mulini del Medioevo nel Tirolo, in il grano e le macine. La
macinazione di cereali in Alto Adige dall'Antichità al Medioevo, catalogo della mostra,
Museo Provinciale di Castel Tirolo (BZ), 27 aprile-24 luglio 1994, Castel Tirolo (BZ) 1994,
p. 119.


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d. si diffusero in Europa principalmente nel medioevo(45), quando cioè entrò in crisi l'economia fondata sulle tradizionali forme di sfruttamento della manodopera servile e sulla forza lavoro animale. Ritengo che il costante regime delle acque di risorgiva di molti fiumiciattoli e canali all'interno del ducato e nello stesso luogo trevigiano, potesse essere un fattore assai favorevole alla costruzione di mulini ad acqua fin dal VI secolo quando Treviso, secondo la testimonianza di Cassiodoro(46), fu sede di granai pubblici (horrea) predisposti assieme a quelli di Trento per soddisfare le necessità annonarie dell'antica regione veneta.
Il testamento di Adone ricorda anche un mulino ad acqua ubicato a Quinto di Treviso - prima testimonianza di impianti molitori nella zona - e diviso tra più proprietari. Interessante, l'uso del termine "aquimolo", sicuro ed inequivocabile significante. Ancora, il medesimo documento, citando "...in vico Cugunianus casas massaricias duas... ", rende plausibile la localizzazione delle suddette abitazioni in corrispondenza dell'attuale abitato di Cusignana Bassa. Questa frazione del comune di Giavera del Montello interessata dal passaggio del torrente Giavera e della via del porto risulta così l'unico abitato di pianura a nord della Postumia menzionato nell'VIII secolo, tuttavia coerente con la consueta logica insediativa. Altri insediamenti sul Sile sono testimoniati da un documento dell'802 relativo ad uno scambio di proprietà tra i coniugi Ratigiso e Vualderata in loco Casale" verosibilmente identificabile con Casale sul Sile e "...in vico Mugrano ..." riconoscibile nell'odierna Morgano, nei pressi delle sorgenti del Sue. La menzione di prati, boschi, pascoli, paludi, vigneti e terreni arativi in ambedue le località risulta espressione di un'opera di colonizzazione assai diversificata e favorita dal regime costante delle acque del maggiore fiume trevigiano, capaci di far funzionare ruote molitorie e dalla presenza di legname e argille, materie prime necessarie al funzionamento di qualsiasi attività produttiva e presenti in abbondanza lungo tutto il bacino fluviale.
I numerosi nomi di origine latina e alcuni nomi greci attestati sulle carte di Casier ci consentono di affermare che, almeno nell'VIII secolo, la popolazione del ducato trevigiano appartenesse a varie etnie anche all'interno del ceto dei proprietari terrieri, socialmente dominante. In alcuni casi, accanto al nome è interessante rilevare la precoce apparizione di alcuni cognomi, analogamente a quanto stava accadendo nella Venetia lagunare.

44) A. TRE VOR HODGE, Un complesso industriale romano, in Le Scienze n. 269, gennaio
1991, Milano, pp. 70-76.
45) M. BLOCH, Annales d'histoire économique et sociale, voi. VII (1935), pp. 538-63, ora
in Mélanges historiques, volli, Paris, SEVPEN, 1963, pp. 800-822, in Lavoro e tecnica nel
medioevo, Roma-Bari, Universale Laterza, 1987, IX ed., pp. 73-110.
46) CASSIODORO, Variae, X, 27.

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Durante l'VITI secolo, dunque, l'entità ducale trevigiana appare tutto sommato etnicamente e culturalmente vicina alle terre lagunari, gravitanti attorno all'orbita politica bizantina(47).
Ancora più clamorosa, rispetto a Treviso, è la carenza documentaria su Asolo e la zona pedemontana. Le uniche notizie relativamente sicure su alcune località della pedemontana trevigiana, risalenti all'VIII secolo, rivelano l'esistenza di insediamenti rurali ubicati nella zona di Asolo, mentre Cornuda, località collinare non molto distante, risulta sede di redazione di un documento dell'archivio di SS. Pietro eTeonisto assegnato alla fine dell'VIII secolo(48). La donazione del chierico Felix alla fi glia Felicitas del maggio 780 riporta "...in loco Capati, vico Viriacus ..." da identificare senz'altro con l'odierna Cavaso del Tomba e la vicina frazione di Virago, entrambi centri rurali di un distretto pedemontano. L'esistenza di un distretto amministrativo di epoca longobarda comprendente Asolo e la Valcavasia che ricalcasse in parte un più antico assetto territoriale, può essere ipotizzata sulla base dell'etnico "Mis quilensis" , attestato dall 'iscrizione del sarcofago romano di Caio Vettonio Massimo, rinvenuto in seguito alla demolizione dell'antica chiesa di S. Cassiano(49). In epoca romana, tra due o più territori di pertinenza di un municipio, esistevano solitamente terreni destinati a pascolo o, se occupati da boschi e paludi, adibiti a legnatico, oppure sfruttati come zone di caccia e pesca. Su questi terreni gli abitanti dei distretti municipali contermini detenevano i medesimi diritti di sfruttamento(50). I territori adibiti ad uso comune potevano esistere anche nell'ambito di un medesimo distretto pagense ed essere sfruttati in comune dagli abitanti dei vici e delle villae . Per l'asolano un documento del 1425 testimonia ancora l'esistenza di una "Brayda Misquilensis"(51) identificabile all'incirca con la zona tra 5. Martino di Fonte e Crespano dove permane tuttora il toponimo "Cao de Breda"(52). Benché il termine "breda" sia d'origine longobarda, in questo caso il toponimo è retaggio di un assetto territoriale più antico(53). Questa "braida" si trova sul lato occidentale del torrente Astego che in età romana rappresentò

47) GASPARRI, Dall'età longobarda, cit., p. 19.
48) CIPOLLA, Antichi documenti, cit., pp. 5 8-60.
49) CIL, V, 2090.
50) L. MELCHIORI, La chiesa di Santa Giustina di Possagno e il Cristianesimo in
Valcavasia, in La Valcavasia, Ricerca storico-ambientale, coordinatore M. Pavan, Comunità
Montana del Grappa, Arti Grafiche Zoppelli, 1983, p. 363.
51)Ibid.,p.364.
52) Si trattava con ogni probabilità di una zona adibita a pascolo. Per la regolamentazione
giuridica dell'ager compascuus, cfr. M. WEBER, Romische Agrargeschichte, Stuttgard,
Ferdinand Enke Verlag, 1891, trad. it., Storia agraria romana, Milano, Il Saggiatore, 1967,
pp. 85-91.
53) MELCHIORI, La chiesa di S. Giustian, cit., p. 364.


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con ogni probabilità il confine tra i territori municipali patavino e asolano(54). Sul lato orientale si trova invece la Brayda de Asilo(55). Non si può affermare con sicurezza, visto l'enorme vuoto documentario tra l'età romana e il secolo XV, l'esistenza di questa divisione amministrativa in età longobarda; tutta- -via la continuità toponomastica e la secolare sopravvivenza della destinazione a pascolo delle due aree sull'Astego, come norma consuetudinaria rurale, e le attestazioni di alcune piccole aree colonizzate ed abitate dell'Asolano e della Valcavàsia risalenti all'Vili secolo, portano a ritenere possibile la presenza di comunità organizzate da un punto di vista territoriale ed economico. Uno di questi documenti, datato 804, menzionando alcune case massarizie "... in logo ... vico Metunianus ..." che il Cipolla e il Leone identificarono in Meduna d'Asolo56(), fa anch'esso riferimento ad un locus come ulteriore denominazione specifica compresa nell'ambito di un vicus. Il già citato testamento di Adone del giugno 790 si conferma il documento dell'VIII secolo più ricco in assoluto di indicazioni toponomastiche. In esso, infatti, viene nominata una "... casa massaricia in logo Somoncio..." collocabile nell'odierna Semonzo, frazione di Borso del Grappa. Su Asolo, quasi assoluto è il silenzio delle fonti. E' noto solamente che nel 589, al sinodo di Marano, partecipò anche Agnello, vescovo di Asolo. Proprio in base all'esistenza dell'antico distretto è probabile che il centro asolano fosse sede di una gastaldia(57). Due campagne di scavo condotte sul sito della rocca di Asolo nel 1986 e 1987 hanno portato alla luce le tracce di una piccola aula di culto frequentto tra il VI e 1 'VIII secolo e oggetto di due interventi edilizi. I resti di un pavimento mosaicato, realizzato sopra una precedente pavimentazione in cocciopesto, vengono fatti risalire a un periodo compreso tra il VII e l'VIlI secolo. Il mosaico, per stile e caratteristiche tecniche, ha consentito agli studiosi di avanzare una datazione della seconda fase architettonica dell'edificio. Benché il pavimento musivo sia di fattura piuttosto grossolana, costituisce una prova della frequentazione dle sito tra il VI e l'VIlI secolo. Gli strati archeologici immediatamente posteriori al mosaico hanno restituito alcuni scheletri umani, segno del riutilizzo dell'area come necropoli in un periodo compreso tra il Vile il XII secolo(58. Più


54) Ibid., p. 363.
55) L. COMACCHIO, Storia diAsolo, voi. VII, Castelfranco Veneto (TV), Tipografia Moro
Editrice, 1973, p. 107.
56) CIPOLLA, Antichi documenti, cit., p. 63.
57) S. GASPARRI, I duchi longobardi, Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo,
1978, p. 31.
58) G. ROSADA, Primi dati per un inquadramento storico del sito della rocca asolana, in
Quaderni di archeologia del Veneto, vol. IV, Giunta Regionale del Veneto-Dipartimento per
l'Informazione, Soprintendenza Archeologica per il Veneto, Università di Padova-Dipartimento di Scienze dell'Antichità-Archeologia delle Venezie, Università di Venezia-Dipartimento di Scienze storico-archeologiche e orientalistiche, Padova, CEDAM, 1988, pp. 48-54.

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complesso e di non facile lettura si presenta il palinsensto topografico e toponomastico della zona prealpina, di fronte ad ogni tentativo di ricostruzione della dinamica insediativa e demografica della zona pedemontana tra Piave e Brenta. Mi riferisco a toponimi quali "Fara" o "Farra" , "Castello" e i suoi derivati, nonché alle ripetute dediche ai santi Martino, Giorgio e Zenone, convenzionalmente ritenuti segni della presenza di comunità civili e militari durante l'epoca longobarda(59). Questa zona prealpina, secondo l'ipotesi di Gina Fasoli - formulata sulla base delle suddette evidenze toponomastiche - sarebbe stata presidiata da nuclei armati longobardi fin dai primi tempi della loro occupazione e avrebbe svolto la funzione di "cintura" difensiva predisposta allo scopo di bloccare a sud un attacco bizantino proveniente dalla linea Oderzo-Padova e soprattutto un'invasione franca dalle vallate alpine del Piave e del Brenta, che avrebbero determinato una soluzione di continuità territoriale isolando il Friuli dal resto dei territori padani del regno. Sventata una possibile minaccia da sud con le conquiste di Padova (602) e Oderzo (638 e 667), il pericolo di un'invasione da nord rimaneva molto concreto e tale da giustificare il mantenimento di un sistema difensivo su scala alpina e prealpina strutturato in base al concetto della difesa in profondità. Il sistema difensivo del regno era imperniato su numerosi castra, di cui parla ad esempio Paolo Diacono per il Friuli(60), retaggio del Tractus Italiae circa Alpes esistente dal IV secolo, ancora attivo in età gotica e parzialmente in quella longobarda(61). Tuttavia, appare discutibile ogni tentativo volto a identificare gli insediamenti militari longobardi sulla base delle sole presenze toponomastiche e in particolare agionomastiche, ma purtroppo metodo correntemente usato fino ai nostri giorni. Infatti, un toponimo come "fara", sostantivo di innegabile origine longobarda, in alcune dialetti settentrionali è sinonimo di podere e "sala":
entrato molto presto nella lingua italiana, designa gli ambienti annessi alle abitazioni padronali predisposti per la conservazione dei prodotti agricoli, oppure, per sineddoche, l'abitazione stessa. Estremamente delicata, dunque, in mancanza di attestazioni storiche convergenti con eventuali dati archeologici oltre che con le evidenze toponomastiche, l'attribuzione di una


59) G. FASOLI, Tracce d'insediamenti longobardi nella zona pedemontana tra il Piave e l'Astico e nella pianura tra Vicenza, Treviso e Padova, in Atti dell congresso internazionale di studi longobardi, Spoleto (PG) 1952, pp. 303-315; A. NIERO, Culto dei Santi militari nel Veneto, in Armi e cultura nel Bresciano: 1420-1870, Brescia 1981, pp. 225-272.
60) PAOLO DIACONO, Historia, cit., IV, 37.
61) S. GASPARRI,Lafrontiera in italia (sec. Vi-Vili). Osservazioni su un tema controverso, in Città, castelli, campagne nei territori difrontiera (secoli VII-VII), Atti del V seminario sul tardoantico e l'altomedioevo in Italia centrosettentrionale, Monte Barro-Galbiate (Lc), 9-10 giugno 1994, a cura di G.P. Brogiolo, Mantova, Padus, Soc. Coop. Archeologica, 1995, p. 9.


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sicura origine militare longobarda per gli abitati e per i siti sacri fortificati. In ogni caso, le indagini archeologiche hanno finora fornito l'immagine complessiva di un apparato difensivo prealpino di portata assai inferiore alle aspettative determinatesi in seguito alla già ricordata ipotesi della Fasoli.
Nemmeno il toponimo "arimannia", altro termine di origine longobarda, in mancanza di documentazione precisa, può essere un segnale sicuro della presenza di arimanni, cioè guerrieri longobardi dislocati per iniziativa regia su terra fiscale, in particolare nelle vicinanze dei confini, per svolgere una funzione prevalentemente difensiva. Nel territorio del ducato trevigiano sono stati presi in esame e discutibilmente interpretati come arimannie i due toponimi "Romano", a sud del Grappa(62) e "Rimania"(63), questa volta vicino a Mogliano Veneto, nella bassa pianura trevigiana. Il termine arimanni, può infatti semplicemente riferirsi a gruppi di uomini liberi che, durante il medioevo, rimasero in rapporto diretto con i pubblici poteri e privi di vincoli di tipo signorile. D'altro canto, bisogna riconoscere che molti di questi gruppi di uomini liberi affondano le proprie radici tra il VI e l'VIlI secolo. Lo testimoniano documenti d'archivio dell'età longobarda e carolingia comprendenti molte attestazioni di terreni incoltri, quali "mons oppure silva arimannorum, o ancora gualdus exercitalis ", concesse ad uso collettivo di comunità locali di liberi, nell'Italia centrosettentrionale. Tali concessioni avevano quasi sicuramente un originario valore militare, perché collegate alla possibilità di pascolo per i cavalli e quindi alla cavalleria - arma di primaria importanza - come attesta il capitolo 2 delle "Leggi militari" di Astolfo, risalenti al 750(64). Al riguardo, un diploma di Berengario I del 915, testimonia l'esistenza di arimanni a Solagna - nei pressi di Bassano del Grappa - località di confine all'interno del ducato trevigiano.
Per il Trevigiano, dunque, le fonti forniscono un quadro economico complessivo pertinente all' VIII secolo discretamente vario ed articolato, anche se l'immagine di un dominio incontrastato di selve, pascoli e paludi attorno alle poche abitazioni rurali, che tradizionalmente caratterizza tutta l'epoca longobarda, viene sostanzialmente confermato.
E' noto che, durante il regno di Carlo Magno, la chiesa cattolica e i centri abbaziali, tra i molti privilegi e benefici, ricevettero cospicue proprietà fondiarie. Una testimonianza dell'azione di acquisizione di un patrimonio fondiamo da parte dell'ordine benedettino nel Trevigiano, tramite il monastero di SS. Pietro e Teonisto di Casier, può verosimilmente essere quella

62) FASOLI, Tracce, cit., p. 305.
63) L'insediamento longobardo, in Mogliano nel tempo, a cura del Gruppo Ricerca Storica
"Astori", Mogliano Veneto (TV), 1989, p. 30.
64) GASPARRI, La frontiera in Italia, cit., p. 13.
65) CIPOLLA, Antichi documenti, cit., pp. 48-50.

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offerta da uno dei famosi documenti conservati nella Capitolare di Verona datato aprile 778(65). Il testo è pertinente alla vendita di un vigneto all'abate del Monastero Nuovo (di Casier), chiamato Domenico, da parte di un certo Mauro, figlio del fu Oboldo. Il vigneto in questione risultava ubicato "... in vigo Calvonicus, ad Ronco Vedre ...". L'interpretazione del Cipolla e del Leone che individuarono il "Sancto Maurom", luogo di redazione del suddetto atto di vendita, nell'attuale "Mure", frazione del comune di Meduna di Livenza è quanto meno opinabile. Questa località è oggi priva dell'appellativo "santo" (analogamente a Mansuè, comune situato nei pressi di Oderzo, anticamente menzionata come "ad Sanctum Mansuetum").
Poiché l'abbazia di S. Eustachio di Nervesa non era ancora stata fondata, anche in questo caso gli elementi catalizzatori dell'opera di colonizzazione risultano la via del porto e il Giavera. Il vigo Calvonicus, oggi non più esistente, doveva quindi riferirsi a una zona compresa tra Bavaria di Nervesa della Battaglia e Giavera del Montello, a ridosso dell'omonimo rilievo collinare. Infatti, la donazione di Ottone III a Rambaldo di Collalto risalente aI 994 riporta(66)... in vico Nervisia iuxtafluvium Plavam, in vico Monscaluus (Monscalvus) dictur massaricios duos iuxtafluvium Glauram quod si eadem vitta tantum non invenitur regii iuris ut adimplere ipsos duos massaricios non possimus...". Il microtoponimo "Ronco Vedre" richiama un "luogo disboscato di recente e incolto"(67). Anche il toponimo Calvonicus, derivabile dall'aggettivo "calvus", è riferito ad un terreno privo di vegetazione. Semanticamente, dunque, le due indicazioni toponomastiche coincidono. A qualche centinaio di metri, in località B avarìa, sorge una chiesa dedicata a S. Mauro, sito sacro che la tradizione vuole molto antico e - credo - possibile luogo di redazione dell'atto di vendita. Nei pressi di S. Mauro, sulle carte IGMI è segnao un fondo denominato "La Maure", probabile segno di una radicata presenza di questo culto in zona, oppure di proprietà terriere della suddetta chiesa. Infine, il carisma e il prestigio di questo culto sono ulteriormente confermati dal nome stesso del venditore del vigneto, chiamato anch'egli Mauro.
Il più antico documento di Casier, datato 710, menziona la località ove sorgeva il complesso monastico, chiamata "Civitatecla", da collocare con ogni probabilità sul sito della chiesa attuale di Casier, sulla sponda destra del Sue. Qui, infatti, secondo la tradizione popolare, sorgeva un' antica cappella dedicata a S. Teonisto(68). Il toponimo è interpretabile come una Civitatecula, cioè una piccola città o meglio una "piccola borgata", ovviamente in

66) Rokycany, Okresni archiv., materiale Collalto; membr.,14 novembre 1994, Duello.
67) OLI VIERI, Toponomastica veneta, cit., pp. 90 e 113.
68) A. DOTTO, G.B. TOZZATO, Casier eDosson nella storia, Casier (T), Grafiche Zoppelli,
1988, p. 8.

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relazione a Treviso, con tecla inteso come diminutivo(69). Il tema semantico del toponimo, altre volte usato per indicare vere e proprie città o perlomeno realtà insediative con edifici di una certa consistenza muraria, soprattutto in Italia, fa pensare ad un abitato che, per quanto piccolo, potesse avere peculiarità urbane(70). Non si conoscono né l'epoca d'origine dell'insediamento, né i suoi costruttori. Al riguardo, si può solo rilevare che la zona da un punto di vista pedologico si presenta ricca di argille, al giorno d'oggi estratte per alimentare una consistente produzione di mattoni e tegole. Poiché almeno una fornace è attestata nella zona, nell 'ormai noto documento del 790, appare plausibile l'ipotesi di una Civitatecla(71) costruita con un significativo impiego di materiale laterizio e litico. Il toponimo Casier èattestato per la prima volta nel 1021 - mediante la forma "Caserio" - nel placito imperiale di Enrico I che confermò la dipendenza del monastero trevigiano da quello veronese di S. Zeno. Casier, secondo l'Olivieri(72), può essere interpretato come un derivato da casearius, pertinente dunque ad attività di malga di cui però nella località, per l'epoca in questione, non esiste alcuna notizia. Inoltre, nel dialetto trevigiano la voce casera è sinonimo di "cascina", dal latino (taberna) casearia "caciaia" con immissione semantica di casa(73). L'edificio destinato alla produzione e alla conservazione di prodotti caseari potrebbe essere identificato con il monastero stesso. Se questa interpretazione fosse esatta, considerando oltretutto la posizione del monastero sul Sile, a valle di Treviso, si potrebbe supporre che, nell'XI secolo, il commercio dei prodotti caseari si svolgesse anche verso la laguna per soddisfare la domanda della nascente potenza veneziana. I monasteri, infatti, erano centri di raccolta di prodotti silvo-agricolo-pastorali e funzionavano come le salae delle corti dominicali. Tuttavia, da un punto di vista logico, è più probabile si sia verificato il caso opposto, cioè l'eventuale innesto dell'aggettivo casearius sul significato originario di "casa", visto che "Civitatecla", la precedente denominazione della località, semanticamente evidenzia un sito abitativo. Le prime notizie sul monastero di 5. Zeno di Verona risalgono al IX secolo, ma la presenza stessa di beni fondiari e

69) Cfr. M. BROZZI, Appunti per una storia dei ducati longobardi di Ceneda e Treviso,
Cittadella (PD), Bertoncello Artigrafiche, 1978, p. 31.
70) G. PELLEGRINI, Ricerche di toponomastica veneta, Padova, Cooperativa Libraria
Editrice degli Studenti dell'Università di Padova, 1987, pp. 298-299. Osserva il Prati, che
gran parte delle Civite e Civitelle sono poste su monti e colli e spesso conservano avanzi delle
mura che le circondavano.
71) Molto spesso i monasteri erano vere e proprie cittadelle autosufficienti. Il termine potrebbe dunque riferirsi al complesso monastico e alle sue pertinenze.
72) OLIVIERI, Toponomastica veneta, cit., p. 125.
73) ASPRATI, Etimologie venete, a cura di G. Folena e G. Pellegrini, Venezia-Roma, Istituto
per la Collaborazione Culturale, 1968, p. 38.

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immobili nei noti documenti portano a ritenere plausibile, nell'VIII secolo, l'esistenza di aggregazioni monastiche non organizzate(74) sul modello di quella fondata dai coniugi Lorenzo e Petronia nel 726, nei pressi di Lanzago. Poiché è ignota la data di fondazione del monastero di Casier, dedicato a Teonisto, uno dei martiri del Sile(75), si può solo congetturare che anche questo sia uno dei segni tangibili dell'azione capillare intrapresa in favore delle istituzioni monastiche verso la fine del VII secolo dai sovrani e dalla maggior parte dei duchi longobardi quando essi, abbandonati l'arianesimo e le posizioni dottrinali connesse allo scisma dei Tre Capitoli, abbracciarono la fede cattolica. Riflettendo sulla "conversione" dei Longobardi, l'eventuale adozione o mantenimento del titolo a S. Teonisto, secondo la tradizione martirizzato dagli ariani nel IV secolo, verrebbe ad assumere un alto valore simbolico e morale. All'altro componente del binomio, S. Pietro, fu intitolata la primitiva chiesa trevigiana risalente, secondo la tradizione, al IV secolo. Anche questa dedica, creata ex novo o antecedente che sia, potrebbe essere un segno dell'autorità e del carisma della sede episcopale trevigiana - ormai legittima erede della giurisdizione ecclesiastica altinate sulle pievi del Sue
- presso i duchi trevigiani o i gastaldi regi. Il documento del 710 già menzionato è un atto di donazione da parte di tre uomini, Aifre, Avvarde e Ciaro al monastero trevigiano, di servitori e mulini - e diritti di usufrutto su altri mulini - situati in località del Friuli(76), del Vicentino(77), e a Mestre. I tre aggiunsero le clausole di riservare per se stessi altri possedimenti a Treviso, Cordignano(78) e Belluno, di vedersi riconosciuto il diritto di liberare i servi e di donarli a discrezione loro. Inoltre, dopo la loro morte, giuratolo solennemente davanti a Dio, essi garantirono ai frati la facoltà di eleggere il proprio abate. Le proprietà fondiarie di questi individui, vissuti tra il VII e l'Vili secolo, erano dunque disseminate tra il territorio trevigiano e altri ducati confinanti. Sicuramente si trattava di persone abbienti che, secondo consuetudini ampiamente diffuse fin dai tempi delle prime comunità cristiane, prima di entrare a vario titolo in una istituzione monastica dichiaravano di rinunciare a tutti i loro beni - o a gran parte di essi - in favore del monastero

74) P.A. PASSOLUNGHI, Il monachesimo benedettino della Marca Trevigiana, Treviso,
Istituto di studi sulla cultura e sulle tradizioni popoiari della Marca trevisiana, 1980, p. 4.
75) S. TRAMONTIN, Le origini del cristianesimo a Treviso, in Storia di Treviso, vol. I, Le
Origini, Venezia, Marsilio, 1989, pp. 333-335.
76) La località citata è Piniano, collocata dal Cipolla presso S. Daniele del Friuli 4UD).
77) Il toponimo menzionato è Montania, secondo Cipolla da collocarsi nel Vicentino. Cfr.
CIPOLLA, Antichi documenti, cit., p. 39.
78)11 luogo in cui si trovano i beni sopra citati viene menzionato come Corticianus. Tuttavia,
l'identificazione della località non è sicura, D. SCOMPARIN, La pieve di Casale sul Sue. Il
territorio, le cappelle e i comuni minori, Silea (TV), Piazza Editore, 1994, p. 88, con grande
cautela, propone l'identificazione di questa località con Corzano di Casale sul Sile.


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e dell'ordine. I nomi, che agli inizi dell'Vili secolo non risultano più decisivi per l'individuazione delle etnie e dei gruppi sociali detentori del potere politico ed economico, sono di chiara origine germanica, ma le modalità della donazione, invece, poiché conformi alle norme del diritto romano, dimostrano che questo durante il regno longobardo non si estinse, ma almeno in parte fu usato dalla popolazione romana(79). Molto spesso i donatori, anche se ufficialmente inseriti nella vita monastica e teoricamente soggetti alle sue regole e alla sua ferrea disciplina, non rinunciavano affatto ai propri beni in favore della comunità, ma questo tipo di atteggiamento, che ovviamente stravolgeva e snaturava le prescrizioni della primitiva regola benedettina, era usuale preso l'aristocrazia, i cui membri erano molto spesso abati-guerrieri che prendevano in "feudo" le proprietà monastiche considerandole alla stregua di un qualsiasi altro complesso di beni immobili e comportandosi nelle parole e nei fatti come gestori di un vero e proprio dominio personale o familiare. In particolare Avvarde e Ciaro , detentori di beni in comune, sono forse proprietari fondiari divenuti soci in occasione della costruzione di costosi mezzi di produzione, quali erano i mulini ad acqua. Anche una simile disposizione sull'elezione dell'abate deve essere letta come un perentorio ordine impartito da queste personalità, probabilmente insediatesi nel monastero secondo le modalità sopra citate. Il già citato documento del 726 testimonia l'esistenza di una chiesa "supefluvio Mellema" precedentemente fondata dai coniugi Lorenzo clericus e Petronia i quali, volendo ritirarsi a vita monastica, donarono i loro beni, tra cui una casa a Treviso, alla suddetta chiesa intitolata a S. Paolo.Essi, inoltre, stabilirono che alla loro morte i beni sarebbero passati al monastero di 5. Silvestro di Nonantola. Poiché questa carta nomina il monastero nonantolano, fondato in realtà dal duca di Ceneda Anselmo nel è stata ritenuta una copia posteriore al XII secolo, interpolata con l'aggiunta della suddetta donazione al monastero di S. Silvestro(80). E' comunque probabile che la carta in questione sia stata compilata sulla base di un documento autentico databile tra!' i settembre 726 e l'i giugno 727(81). Fonti di epoca successiva indicano che il monastero benedettino di Lanzago fu effettivamente dipendenza dell'abbazia di S. Silvestro di Nonanto!a tramite il monastero di SS. Maria e Fosca di Treviso. Il monastero paolino, purtroppo scomparso da tempo, sulla base del significativo toponimo campestre "Le Sampao!e" riscontrato dal canonico Rambaldo degli Azzoni Avogadro nel 1773(82), è stato ubicato a Lanzago nei pressi de!


79) P.S. LEICHT, Storia del Diritto Italiano, le fonti, Milano, Giuffrè Editore, 1966,1V ed.,
p. 56.
80) SCHIAPARELLI, Codice Diplomatico Longobardo, cit., voi. I, c. 39, pp. 134 sgg.
81) Ibid.
82) M. BROZZI,A ppunti per una storia dei ducati longobardi di Ceneda e Treviso, Cittadeila
(PD), Bertoncello Artigrafiche, 1978, p. 32.

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fiume Melma, anche se non c'è stato finora alcun riscontro catastale o archeologico.
Verso la fine dell'VIII e gli inizi del IX secolo le chiese di 5. Martino e di 5. Fosca furono gli elementi catalizzatori attorno ai quali si svilupparono gli insediamenti suburbani di Treviso, sintomo di una dinamica demografica in movimento. Mentre è ignota l'epoca di fondazione di 5. Martino, un documento dell'abbazia di Nonantola, datato 912, riporta l'anno 780 come data di costruzione de! monastero trevigiano di S. Fosca, da parte del conte Gerardo, sulle sue terre.
Non abbiamo l'esatta cognizione della forma urbana e delle dimensioni di Treviso durante l'età romana e altomedievale, ma la città, probabilmente delimitata dalle diramazioni urbane del Botteniga, in epoca altomedievale fortemente legata al ducato veneziano da interessi economici, sembra non abbia subito le conseguenze della frattura economica riscontrata nell'Europa continentale tra l'VIlI e il IX secolo. Tale frattura fu causata dall'espansionismo islamico, responsabile, inoltre, della forte diminuzione degli scambi commerciali con l'Oriente bizantino(83). Le mura, se effettivamente esistessero anche tra i secoli VI e VIII, vengono convenzionalmente identificate con quelle romane(84), menzionate sulla famosa lapide del duomo(85) ed erette ad occidente lungo la riva sinistra della Roggia(86). La presenza delle mura nell'VIII secolo è indirettamente testimoniata, oltre che dall'atto sopra citato, anche da una charta venditionis del novembre 772 - proveniente da Casier - che riporta un "... Senature paraveredanus ...". Il paraveredanus in età tardoantica designava gli stallieri pubblici stazionanti nei pressi delle porte cittadine(87). Inoltre, il già menzionato documento del gennaio 773, menziona uno staffilo (starfora), corrispondente longobardo del terminus latino e probabile limite dello spazio urbano, nelle vicinanze della porta - e quindi della barriera difensiva - situata vicino al ponte di 5. Chiliano. I documenti a disposizione lasciano intravvedere una città ruralizzata e caratterizzata dalla presena di spazi coltivabili entro la cerchia muraria.
Nessuna fonte databile tra il VI e l'VIII secolo indica esplicitamente i limiti completi del ducato longobardo di Treviso dal momento della sua istituzione (569) fino alla conquista franca del 774 . Nemmeno le fonti di està

83) C. LAMANNA-F. PITTALUGA, Treviso, la struttura urbana, Roma, Officina Edizioni,
1982, p. 28.
84) L'esistenza della cinta in età romana è attestata solamente dalla lapide in questione e dalla
testimonianza oculare del Bailo. L. BAlLO, appunti inediti scritti a mano.
85) CIL, V, 2116.
86) Un contratto conservato all'Archivio Capitolare, b. 1, p. 10, dell'8 gennaio 1102, riporta
un murum come limite di una proprietà in località "Comarubta".
87) G.P. BOGNETTI, L'età longobarda, Milano, Giuffrè Editore, 1967, p. 215.

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posteriore forniscono alcuna indicazione utile a una ricostruzione dei confini ducali completi. Di parziale utilità risultano le indicano fornite da un diploma ottoniano del 996, sulla base dell'ipotesi di una situazione confinaria identica a quella di età longobarda, convenzionalmente accettata. I confini del ducato longobardo possono essere dunque parzialmente ricavati in via deduttiva dall'opera di Paolo Diacono, da un diploma carolingio degli inizi del IX secolo, dalla documentazione veneziana relativa all'estensione territoriale della Civitas Nova Eracliana e dalla lettura storica e archeologica degli elementi antropici del paesaggio, come strade e luoghi fortificati.
Le ultime vicende politiche del ducato trevigiano sono cartterizzate da eventi bellici. Chiamati da papa Leone III nel 773 per porre definitivamente fine alle mire espansionistiche del regno longobardo, i Franchi, superate le difese in Va! di Susa, entrarono nella pianura padana assediando la capitale Pavia, capace di resistere per oltre un anno e Verona, città dove si era rifugiato Adelchi, figlio del re Desiderio e da questi associato al trono dal 759. Rispetto alle fonti papali, secondo la più attendibile testimonianza di Andrea da Bergamo, autore circa un secolo dopo di una historia , l'esercito franco si comportò da conquistatore, compiendo stragi, rapine e seminando carestie(88). La resistenza più forte fu attuata da Gaido, duca di Vicenza, dal duca di Treviso Stabilinio e da quello del Friuli, Rotgaudo(89), intervenuti a quanto pare - solamente quando i Franchi entrarono nel Veneto. Secondo il racconto di Andrea da Bergamo e degli Annali franchi, i duchi venetofriulani opposero una tenace resistenza agli invasori d'Oltralpe. I Trevigiani, i Vicentini e i Friulani, dopo aver riportato la vittoria in una battaglia presso il Livenza, trattarono la pace con i Franchi. La scarsa coesione, se non addirittura l'ostilità esistente tra il lignaggio padano cui apparteneva l'ultimo re, Desiderio e il forte centro di potere veneto-friulano - la cosiddetta Austria longobarda - i cui membri aristocratici erano legati da saldi rapporti, può spiegare l'astensione dal combattimento e dalla resistenza armata dei duchi dell'Italia settentrionale e dei loro seguiti, nei momenti di reciproco bisogno, che finì per favorire solamente gli invasori. Inoltre, soprattutto nell'Italia settentrionale, anche se non sempre rintracciabili, sopravvivevano ulteriori divisioni etnico territoriali. Tali divisioni erano un pesante retaggio dello stanziamento di popolazioni eterogenee tra loro sul territorio italico, terminale delle loro migrazioni, particolarmente frequenti, rovinose e drammatiche nel corso del V secolo. Una di queste enclave era la città di Ceneda(90), descritta nel VI secolo come centro fortificato di gruppi di Franchi stanziati

88) S. GASPARRI, Dall'età longobarda, cit., p. 22.
89) Ibid., p. 23.
90) PROCOPIO DI CESAREA, Bel/un Gothicum, cit. IV, 26. AGATHIAS, De bello
Gotthorum ed aliis peregrinis historiis temporum suorum, lI, 3.

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in Italia la quale, pur sede di un ducato strettamente legato al Friuli, non risulta schierata a fianco di Cividalesi, Trevigiani e Vicentini, nella persona del proprio duca, per motivi particolaristici e per comprensibile "solidarietà etnica" con gli invasori transalpini. Nel 776 Rotgaudo e il suocero Stabilinio, in un primo momento lasciati da Carlo nelle loro rispettive cariche, si ribellarono al nuovo sovrano. La presenza di un nome romano per un titolo di una certa importanza come quello ducale è un chiaro segno di come nell 'VIII secolo esistesse ormai una certa coesione tra alcuni gruppi gentilizi dell'aristocrazia di origine germanica e di quella italica, capace sicuramente di attrarre a sè, sotto il profilo culturale e istituzionale, gli elementi più aperti degli alti lignaggi longobardi, ormai da qualche decennio entrati anche nella sfera culturale del cattolicesimo. In seguito a questo secondo intervento franco, Treviso venne assediata ed espugnata. Carlo, celebrata la Pasqua del 776 a Treviso, conquistò le città friulane "ribelli" e secondo quanto riportano gli annali franchi(91), "Treviso con gli altri ducati che si erano ribellati, li affidò tutti al controllo dei Franchi", facendo poi ritorno in patria. Effettivamente, fino alla rivolta di Rotgaudo i duchi e l'apparato amministrativo del regno rimasero in piedi, a dimostrazione del fatto che, nonostante la sconfitta, probabilmente molti duchi si trovavano ancora in posizione politica e militare tali da incutere rispetto e consigliare quindi prudenza ai Franchi. La conquista franca determinò profondi cambiamenti politici e amministrativi. I Franchi istituirono le 'marche', particolari circo scrizioni territoriali appositamente costituite nelle zone di confine. Nell'Italia nordorientale fu creata la Marca del Friuli comprendente i comitati di Treviso, Ceneda e Cividale, quest'ultima capoluogo comitale. Il conte franco, funzionario regio, era in origine una figura istituzionale risalente all'età merovingia la cui presenza venne estesa ai paesi conquistati. In ogni comitatus, il conte era un rappresentante diretto del re ed aveva poteri amministrativi, presiedeva il tribunale, convocata e comandava l'esercito in caso di guerra.
Il Chronicon Tarvisinum di Andrea Redusio da Quero, scritto nella seconda metà del XIV secolo, ricorda un diploma carolino di grande importanza per la storia trevigiana(92). Secondo quanto è stato tramandato, il diploma, di cui non ci è giunta alcuna trascrizione, nemmeno parziale, faceva risalire all'anno 801 la concessione - da parte di Carlo Magno - delle prerogative comitali ai coniugi longobardi Gerardo e Albergonda di Treviso

91 )Annales regniFrancorum etAnnales Einhardi, in M.G.H., Scriptores rerum germanicarum
in usum scholarum separatin aediti, a c. di F. Kurze, Hannover, 1895, p. 44. Cfr. Gasparini
Dall'età longobarda, cit, p. 23.
92) P.A. PASSOLUNGHI, I Collalto. Linee, documenti, genealogie per una storia del casato,
Istituto Storico Trevisano, Italia Veneta 5, Treviso-Villorba (TV), B&M Edizioni, 1987, p. 34.

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e il diritto di trasmetterle per via ereditaria(93). Gerardo, esponente di quella parte dell'aristocrazia longobarda filofranca(94), fu l'immediato successore di Stabilinio oltre che il primo conte franco di Treviso e l'unico di età carolingia conosciuto. I Franchi, dunque, ressero Treviso e il suo territorio raccogliendo l'eredità politica e amministrativa del ducato longobardo. Quest'eredità fu tale da lasciare il segno per secoli nella lingua, cultura, società, istituzioni e paesaggio.

93) Ibid., pp.34-35.
94) Id., p.35.


Il territorio del Ducato Longobardo di Treviso

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