Tratto dalla Rivista quadrimestrale di studi vittoriesi - IL FLAMINIO n°11 - 1998 - Edita dalla Comunità Montana delle Prealpi Trevigiane
MARCO PERESANI(1)

RISULTATI PRELIMINARI DELLE RICERCHE(2)
ARCHEOLOGICHE E PALEOAMBIENTALI SUL CANSIGLIO.

INTRODUZIONE.
IL POPOLAMENTO DELLE ALPI ORIENTALI NELLA PREISTORIA ANTICA


Lo studio delle culture e del modo di vita delle comunità primitive che avevano abitato l'arco alpino tra 200.000 e 6.500 anni fa si propone, tra le altre finalità, di comprendere quali relazioni erano intercorse tra l'Uomo e l'ambiente naturale o, in altri termini, di mettere in evidenza gli aspetti relativi all'evoluzione dei processi di adattamento umano agli ecosistemi montani. Dopo trent' annidi ricerche è possibile osservare, ad esempio, come ad ognuna delle avanzate glaciali che avevano investito gran parte dei territori alpini corrispondeva un ritiro altimetrico e latitudinale delle fasce vegetazionali, in rapporto al quale i gruppi umani avevano variato la loro mobilità territoriale, occupando in diverso modo grotte e altre località all' aperto.
A partire da Homo erectus fino agli ultimi Neandertaliani europei, le nuove acquisizioni sul piano culturale e comportamentale avevano consentito la sopravvivenza negli ambienti montani, grazie all'adozione di strategie

1) 1 Dipartimento di Scienze Geologiche e Paleontologiche, Università di Ferrara
2) Ricerche realizzate anche grazie alla collaborazione del Centro Ricerche Corbanese (R.Favero), degli Amici del Museo di Belluno (C.Mondini e A.Villabruna), del Gruppo Archeologico di Cordignano (S.Gai) e dei Sigg. E..Fuin e G.Testori (supporto tecnico).


MARCO PERESANI. Geologo, è ricercatore in Scienze Antropologiche presso l'Università di Ferrara. È coordinatore delle ricerche in Cansiglio e dirige scavi in svariate località delle Prealpi. I risultati della sua attività scientifica sono stati pubblicati su riviste nazionali ed internazionali e sono stati presentati a numerose riunioni scientifiche.

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di adattamento, la cui documentazione è conservata in quelle poche testimonianze archeologiche risparmiate dai fenomeni glaciali e periglaciali del Pleistocene. Con il procedere dell'evoluzione umana si osserva un affinamento ditali strategie (es. l'accensione dei fuochi, lo sviluppo di sistemi di approvvigionamento e di circolazione di selci e manufatti, la diversificazione delle risorse alimentari, lo sviluppo del sistema insediativo), grazie alle quali Preneandertaliani e Neandertaliani avevano potuto abitare l'Europa periglaciale.
Con la comparsa dell'Uomo anatomicamente moderno in Europa si assiste a un drastico cambiamento culturale e comportamentale. Gli studi relativi al Paleolitico superiore risultano più completi, non solo grazie al maggior numero di giacimenti, ma anche per le accresciute possibilità di applicazione del metodo di datazione del radiocarbonio, il cui limite massimo di utilizzo si colloca proprio in corrispondenza della sostituzione tra le due sottospecie, Homo sapiens neanderthalensis e Homo sapiens sapiens. Tali cambiamenti avevano consentito a Homo sapiens sapiens di fronteggiare in maniera più efficace le difficoltà relative alla sussistenza primaria e all'approvvigionamento delle materie prime litiche, mostrando svariate innovazioni tecnologiche che consentivano di realizzare supporti litici laminari e strumenti in materie dure animali. La possibilità di disporre di uno strumentario specializzato composto da oggetti destinati alle attività venatorie (armature microlamellari e microlitiche), appare del tutto innovativa nei confronti delle precedenti culture musteriane.
Grazie a questo insieme di conoscenze sulla cultura e sull'economia di caccia-raccolta delle popolazioni preistoriche (che avevano uno stile di vita prevalentemente nomade), è stato possibile delineare i rapporti intercorsi tra i gruppi umani e il loro contesto ambientale e ricostruire, talora, i loro movimenti su scala regionale, nonchè le relazioni intercorse tra aree culturali contigue. Grazie a questi dati si è riconosciuta l'influenza dell'ultimo massimo glaciale nel frazionamento di regioni precedentemente unificate dal punto di vista culturale e nell'isolare, attraverso la formazione di barriere naturali come ad esempio le catene montuose glacializzate, popolazioni primitive che per qualche migliaio di anni avevano conservato le proprie tradizioni culturali e specifici comportamenti alimentari.
All'opposto, in coincidenza del ritiro delle calotte glaciali dai rilievi montani, si assiste ad un intenso movimento di popolazioni verso i territori precedentemente glacializzati. Tale processo sembra avere seguito le tappe dell'evoluzione climatica del Tardiglaciale wùrmiano, tra circa 15.000 e 10.000 anni fa.
Per questo intervallo temporale i dati del versante meridionale delle Alpi orientali risultano tra i più ricchi ed interessanti dell'arco alpino. Essi derivano principalmente dalle indagini sistematiche effettuate in numerosi siti all 'aperto ubicati a diverse quote nelle Prealpi Veneto-Friulane e nel resto

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della regione alpina, in particolare nell'area dolomitica. Il processo di colonizzazione preistorica di questi territori è testimoniato dal grande numero di insediamenti e da svariati dati di carattere interdisciplinare. Le ricerche naturalistiche mostrano come lo sviluppo di coperture forestali sui versanti montani era iniziato a partire dall 'Interstadio di Bolling (13.000-12.000 anni fa), per svilupparsi durante 1 'Alleròd (11.800-10.800 anni fa) ed arrestarsi nel corso del Dryas Recente (10.800-10.200 anni fa). Con l'inizio dell' Olocene, e precisamente nel Preboreale (10.200-9.000 anni fa), si hanno evidenze di una risalita del limite superiore del bosco fino a quote intorno a 2.300-2.400 metri.
A tali modificazioni paleoambientali corrispondono più fasi di frequentazione antropica che, a partire dal Dryas antico (15.000-13.000 anni fa), delineano una progressiva penetrazione dell'Epigravettiano (un complesso di culture della fine del Paleolitico superiore) nel territorio alpino, che diviene particolarmente marcata alla fine del Bòlling e durante l'Alleròd. Nel Dryas recente, a causa di un brusco raffreddamento climatico, sembra di osservare invece una regressione nel processo di popolamento.
In questo periodo l'Uomo del Paleolitico superiore occupava siti residenziali di fondovalle, spesso in ripari sotto roccia e, nella media montagna (1.000-1.500 m), campi stagionali orientati funzionalmente verso diverse attività quali la produzione litica oppure la caccia nelle limitrofe praterie montane. Oltre agli aspetti puramente economici e insediativi, è interessante notare che dall'interstadio di Bòlling si registrano nelle industrie epigravettiane alcune innovazioni tecniche e tipologiche legate alla diffusione di forme particolari di strumenti, comuni ad altri ambiti culturali. Tale fenomeno sembra marcare l'instaurarsi di un sistema di relazioni interregionali, reso possibile evidentemente dalle mutate condizioni ambientali.
Il popolamento sarà destinato ad intensificarsi in età postglaciale, e specialmente nel Sauveterriano (un complesso di culture della prima parte del Mesolitico), i cui insediamenti risultano largamente più numerosi di quelli castelnoviani (un complesso della seconda parte del Mesolitico). Essi si ubicano sia in posizione di fondovalle, sia entro la fascia altitudinale compresa tra 1.900 e 2.300 metri, con massima concentrazione nell'area dolomitica. Gli insediamenti d'alta quota occupano posizioni morfologiche ricorrenti: in vicinanza di zone umide, su crinali, selle e terrazzi morfologici e in piccoli ripari alla base di massi erratici. Nell'insieme, la posizione e le caratteristiche funzionali dei siti montani e di fondovalle (in prevalenza campi residenziali e appostamenti di caccia), consentivano lo sfruttamento delle risorse naturali di tutto il sistema territoriale alpino, dai fondi delle vallate alle praterie alpine d'alta quota. Il Mesolitico dell'area alpinopadana, se da un lato sviluppa ulteriormente le innovazioni tecnologiche proprie della fase terminale dell'Epigravettiano, dall'altro acquisisce nuovi elementi esclusivi della tradizione sauveterriana, diffusi soprattutto nelle

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regioni del Mediterraneo nord-occidentale. Esso può ritenersi, pertanto, espressione del definitivo superamento delle barriere glaciali, e del ristabilirsi di rapporti culturali ed economici con le regioni dell'Europa occidentale. Rapporti che saranno ancora più intensi ed evidenti con la diffusione delle culture neolitiche, quando l'Uomo cacciatore-raccoglitore del Mesolitico aveva già avviato il processo di abbandono dei territori montani.
Per quanto riguarda la fascia delle Prealpi, pur considerando che lo sviluppo delle indagini ha consentito la messa a punto di un quadro paleoambientale utile a collocare ed interpretare - anche se in termini piuttosto parziali - le strategie insediative adottate dalle comunità paleomesolitiche, va lamentata la frammentarietà del dato archeologico. Le ragioni principali sono dovute non solo alle condizioni di fossilizzazione delle testimonianze archeologiche, ma anche alla mancanza di un'adeguata ricerca di superficie. In effetti, se si escludono alcune aree dove sono state avviate prospezioni geoarcheologiche (Altopiano dei Sette Comuni; Altopiano di Tonezza-Folgaria), vaste zone risultano tuttora inesplorate, oppure segnalate per sporadici rinvenimenti casuali. Grazie alla loro posizione geografica, alle caratteristiche morfologiche che le contraddistinguono e per essere state sede di frequentazioni sia nel Tardiglaciale che nell 'Olocene antico, le Prealpi dispongono di una notevole potenzialità scientifica, tale da consentire un'analisi approfondita dei diversi aspetti connessi alla realtà archeologica e di confrontare comportamenti tecno-economici e strategie insediative tra Epigravettiano e Mesolitico.
In questo quadro i dati paleoambientali e paletnologici provenienti dall 'Altopiano del Cansiglio rappresentano un nuovo contributo. Quest'area montana, per la sua posizione dominante la Pianura Veneto-Friulana e per il fatto che essa si pone all'estremità orientale di una più vasta regione prealpina ricca di calcari selciferi, è stata scelta come area-campione per lo studio del popolamento umano alla transizione Tardiglaciale-Olocene antico. Il lavoro che segue presenta i risultati preliminari delle ricerche avviate nel 1993 e tuttora in corso. Anche se i dati appaiono significativi e qualificati grazie alla presenza di consistenti testimonianze archeologiche, essi rappresentano tuttavia un campione estremamente limitato, non statistico, dell'utilizzo del territorio.


LA RICERCA ARCHEOLOGICA E PALEOAMBIENTALE IN CANSIGLIO


L'obiettivo della ricerca è capire che cosa rappresentava il Cansiglio per le popolazioni preistoriche che frequentavano questo altopiano ed i rilievi circostanti per sfruttarne le risorse naturali. Per conseguire tale scopo la ricerca scientifica ha dovuto avvalersi del contributo di diversi specialisti come geologi, palinologi, paleobotanici, paletnologi, traceologi (questi

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ultimi riconoscono la funzione di uno strumento di selce attraverso l'esame microscopico delle tracce d'uso conservate sul suo margine), ai quali spetta l'arduo compito di raccogliere ogni informazione possibile da qualsiasi elemento, archeologico o naturale, rinvenuto nel corso degli scavi oppure durante le prospezioni sul territorio. La ricostruzione dell'ambiente naturale al tempo delle frequentazioni preistoriche è possibile in Cansiglio, dove l'impatto antropico è, se si escludono alcuni interventi recenti, sempre stato contenuto.


LE EVIDENZE PALEOAMBIENTALI


La Geomorfologia e la Geologia del Quaternario ci possono fornire utili indicazioni sull'origine delle morfologie del paesaggio attualmente visibili, nonchè sulle variazioni dei processi di modellamento del rilievo avvenuti nelle ultime decine di migliaia di anni. L'evoluzione morfologica di questo massiccio calcareo è riconoscibile solo a tratti per le fasi più antiche, mentre a partire dall 'ultima grande espansione glaciale wurmiana, cioè intorno a 25-20.000 anni fa, i dati sono più precisi e attestano l'attivazione di processi morfogenetici glaciali e periglaciali. Tra i primi va considerata l'azione del ghiacciaio alpino del Piave e dei ghiacciai del Monte Cavallo, i quali hanno interessato l'altopiano solamente nel suo settore settentrionale, mentre tra i secondi, la deposizione di loess (polveri di origine eolica) aveva investito l'altopiano e soprattutto i versanti esposti a Sud; questa, inoltre, era associata a fenomeni di soliflusso e di gelifrazione dei calcari. Gli eventi morfogenetici di età recente consistono nella formazione di depositi colluviali ed alluvionali, in un incremento dell'attività carsica, e nell'evoluzione di suoli bruni e bruni lisciviati sulla piana.
I dati più interessanti per lo studio dell'evoluzione fisica e botanica a partire dall'ultimo massimo glaciale fino all'Olocene antico provengono dalla torbiera di Palughetto, che si trova sul margine NO dell'altopiano a 1.040 m di altitude, in corrispondenza di un complesso di depositi abbandonati dal ghiacciaio del Piave (fig. 1). Nell'ambito di una ricerca geoarcheologica che mirava ad indagare un insediamento epigravettiano posto su uno dei cordoni morenici che formano tale complesso, sono stati effettuati due sondaggi stratigrafici (1994 e 1995) e, successivamente, uno scavo archeologico (1997) in una zona della torbiera adiacente l'insediamento stesso.
I depositi del bacino lacustre e torboso mostrano una interessante successione di ambienti. La serie stratigrafica si compone di una parte inferiore prevalentemente inorganica (unità da T14 a Ti 1), di una intermedia quasi esclusivamente torbosa (da T10÷T7), e di una superiore con prevalenza di componenti inorganici (da T6÷T1) (figg. 2 e 3). L'unità più antica (Tl4) è

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Fig. I - Panoramica della torbiera di Palu ghetto vista da SW. E' visibile il cantiere dello scavo archeologico 1997 e, alle sue spalle, il cordone morenico alla sommità del quale si trova l'insediamento epigravettiano scavato nel 1993-1994.


Fig. 2 - La successione stratigrafica de/bordo settentrionale del bacino di Palu ghetto (sezione PL 1997). Sono visibili le porzioni prevalentemente inorganica (in basso, unità da T14 a TI 1), organica (al centro, unità da T10a T7) e la parte sommitale della serie stratigrafica (unità da T6 a T4). Sulla sinistra della sezione affiora un tronco di lance (la profondità della sezione è di 190 cm).

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un pacco di ritmiti glacio-lacustri, coperto da uno strato (T13) di limi grigio verdastri contenente minute particelle di sostanza organica. Verso l'alto seguono argille grigio chiare (T12) apparentemente inorganiche, alle quali si sovrappongono limi grigio verdastri (Tl 1) caratterizzati da un'alternanza di lamine limose e di lamine più ricche in sostanza organica; talora sono presenti pigne di pino mugo e lance (un campione al tetto di quest'unità ha dato un'età radiocarbonica di poco superiore a i2.000 anni fa).
La porzione intermedia è costituita da una torba umificata rossastra, ricca di macroresti di lance (fig. 4), dominanti quelli di abete (fig. 5) e di betulla (TIO, risalente a circa 12,000 anni dal presente). Superiormente (T9, di circa 500 anni più recente) si ha una torba a legni (conifere e betulla), aghi e pigne di abete e lance, talora con livelli più ricchi di muschi; la frazione legnosa costituisce un vero e proprio orizzonte di radici, ceppi e fusti. L'unità T8 èuna torba a muschi, datata intorno a 10.000 anni fa, con aghi di abete e lance abbondanti, coperta da una torba a foglietti piano paralleli di cuticole di monocotiledoni.
La porzione superiore della serie marca evidenze di formazione di suoli ripetute nel tempo. Alla base si trova un suolo forestale con reperti archeologici (T6, datato a circa 9.500 anni dal presente), ricco di sostanza organica e di resti vegetali parzialmente conservati, questi ultimi appartenenti ad apparati radicali di lance o peccio, e di probabili rami di peccio. Superiormente si trovano limi grigiastri (T5), e quattro unità (T4-Tl) prevalentemente limose e organiche, che contenevano manufatti di età storica (fig. 3).


LE SCOPERTE ARCHEOLOGICHE


Le prospezioni archeologiche in Cansiglio sono tuttora in corso. Esse hanno messo in evidenza un insieme di siti distribuiti in zone ben caratterizzate dal punto di vista morfologico: la zona umida di Palughetto, le creste che circondano l'altopiano, il Massiccio del Monte Cavallo, i settori inferiori dei versanti circostanti il Piano del Cansiglio. Tuttavia solo alcuni degli insediamenti scoperti risultano più consistenti e meglio conservati, come ad esempio Palughetto e i siti posti ai margini del Piano; su questi, di conseguenza, si stanno indirizzando gli sforzi di questi ultimi anni.


Le risorse litiche dei gruppi umani in cansiglio: varietà e distribuzione delle selci nelle Prealpi Bellunesi e Trevigiane

Lo studio delle selci impiegate per la fabbricazione di strumenti o armi da caccia si prefigge di individuare l'area di provenienza e di conoscere le ragioni della scelta ditale materia prima, le strategie di approvvigionamento,


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Fig. 3 - Rilievo della sezione dei depositi al margine NO della torbiera: 1-strada forestale; 2-suolo attuale; 3-suolo sepolto; 4-limi argillosi grigi (unità T5); 5-limi argillosi organici (unità T6); 6-torba a monocotiledoni (unità T7); 7-torbe con macroresti botanici (pigne, tronchi, ecc; unità da T8 a T10); 8- argille limose laminate prevalentemente inorganiche (unità T1 1); 9-deposito glaciale. La freccia indica la posizione della riserva di selci scoperta nel 1995.

Fig. 4- Torbiera di Palughetto. Pigne di larice raccolte in un livello datato intorno a 12.000 anni fa.


Fig. 5- Torbiena di Palu ghetto. Pigna di abete rosso raccolte in un livello datato intorno a 11.500 anni fa.

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nonchè gli spostamenti territoriali dei gruppi umani. In quest'ottica, uno degli obiettivi della campagna di ricerche 1996 è stato l'identificazione delle fonti primarie e secondarie delle selci utilizzate in Cansiglio.
Le Prealpi Bellunesi furono una vasta area di approvvigionamento di selci per le popolazioni preistoriche che abitavano i territori compresi tra le Alpi e la Pianura Padana. In questa regione tali rocce sono disponibili sotto una larga varietà di litotipi differenziati per colore, tessitura ed omogeneità, contenuti in formazioni giurassiche e cretaciche (fig. 6).
Ad una maggiore distanza dall 'altopiano si trovano le seguenti formazioni carbonatiche.
- Formazione di Fonzaso, biocalcaeniti e calcai micritici del CallovianoOxfordiano, che contengono molti letti fratturati di selce da grigia a bruno rossastra, e di tessitura da fine a media, idonea alla scheggiatura.
- Formazione del Biancone, calcari micritici del Cretaceo inferiore, ricca di noduli e letti di selci grigio scure e a tessitura fine, e di abbondanti noduli e letti di selce nera, bruno-oliva o bruno scura, bene utilizzabile per la produzione di lame e schegge.
- Formazione della Scaglia Rossa, calcari micritici del Turoniano-Eocene inferiore, con letti e noduli di ottima selce compatta, di tessitura fine, di colore bruno-rossastro.
Più vicine all'altopiano si trovano le formazioni seguenti:
- Calcare del Soccher, calcari micritici-biocalcaeniti del Cretaceo inferiore-superiore, contenente blocchi e noduli di selce da grigio-rossastra scura a grigio-rossastra con tessitura variabile tra grossolana e fine, poco utilizzati.
- Rosso di Col Indes, calcari marnosi del Santoniano superioreMaastrichtiano, con frequenti lenti e noduli di selce rosso-scura che affiora nella parte intermedia, e selce bruno-giallastra leggermente vaiegata nella parte superiore. La qualità della selce è bassa a causa della scarsa silicizzazione, della tessitura media e della densità di fratture.
- Scaglia Grigia, calcari mamosi del Maastrichtiano, ricchi di noduli e letti di buona selce grigio-blu, omogenea, abbondante, e di selce grigia con variegature brune nella parte superiore della formazione.
- Scaglia Rossa, calcari marnosi del Maastrichtiano-Paleocene superiore, con buona selce bruno-rossastra, presente solo nella parte inferiore della formazione.
Sull'altopiano del Cansiglio affiorano le formazioni Rosso di Col Indes e Scaglia Grigia. Quest'ultima contiene selce grigio scura e selce grigia con variegature verdastre. Tuttavia, nonostante la sua tessitura fine e la sua omogeneità, essa risulta inutilizzabile per la produzione di lame, in quanto un fitto sistema di fratture rende impossibile la conservazione di grandi blocchi, ma solo di blocchetti lunghi pari a circa 5 cm, idonei alla produzione di lamelle o di piccole schegge (fig. 7).

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Fig. 6- Carta geologica delle formazioni selcifere nelle Prealpi Venete orientali (I - FormazionidiSoverzene e di lgne); 2-Formazioni di Fonzaso e de/Rosso Ammonitico; 3 - Biancone; 4 - Calcare di Soccher; 5 - Scaglia Rossa; 6- Rosso di Col Indes; 7 - Scaglia Grigia (da Bertola et al., 1997).

Fig. 7- La se/ce della Scaglia Grigia in Cansiglio si trova sotto forma di un detrito a blocchetti come questi, raccolti in vicinanza dell'insediamento di Casera Lissandri I.

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Le più antiche frequentazioni umane in Cansiglio: l'Uomo di Neandertal?

Nell'estate 1995 il Dott. Giulio di Anastasio raccoglieva in località Cornesega Alta una scheggia di selce dai caratteri arcaici, bene differenti da quelli della tecnologia laminare del Paleolitico superiore. Si tratta di un manufatto Levallois (fig. 8) ottenuto, quindi, mediante la tecnica di scheggiatuna più comunemente applicata dall 'Uomo di Neandertal e scomparsa con l'estinzione di questa forma umana intorno a 35.000 anni fa. La scheggia presenta un ritocco semplice sul margine destro ed era quindi stata trasformata in raschiatoio. La sua importante scoperta attesta la presenza dei neandertaliani sull altoptano e, come altri ritrovamenti delle Prealpi Venete, ètestimonianza di frequentazioni dei territori montani avvenute prima dell'ultimo massimo glaciale, quando presumibilmente 1 'ecosistema disponeva di sufficienti risorse alimentari.

Fig. 8 - Scheggia levallois ritoccata in Cornesega alta dal geologo Giulio Di Anastasio.



Le ultime frequentazioni paleolitiche: il sito di Palughetto

Il sito di Palughetto occupa due distinti settori: il primo, indagato durante le campagne di scavo 1993-94, si trova sulla morena che limita la torbiera sul suo lato di NO; il secondo dista pochi metri dal primo ma cade all'interno della torbiera stessa; qui il materiale archeologico riposava nell'unità T6 della successione torbosa. Esso è stato raccolto durante i sondaggi stratigrafici 1994-95 e nel corso dello scavo 1997.
Palughetto presenta le caratteristiche più comuni agli insediamenti montani all'aperto soggetti a pedogenesi, e quindi fortemente impoveriti di alcuni dei principali elementi connessi alle attività antropiche. Sono infatti assenti i resti organici, i resti faunistici, gli eventuali manufatti ricavati su litologie carbonatiche, mentre altre evidenze (paleosuperfici d'abitato, manufatti litici) risultano profondamente disperse. Tale depauperamento èmaggiore nel primo settore, dove i manufatti di selce costituiscono l'unica fonte di informazioni utile a formulare l'attribuzione crono-culturale dell'insediamento e a comprenderne il significato funzionale. Nel secondo settore il dato archeologico offre invece maggiori potenzialità per uno studio paletnologico: presenza di una stratigrafia, conservazione dei carboni vegetali e, naturalmente, dei manufatti di selce.

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