Tratto dalla Rivista quadrimestrale di studi vittoriesi - IL FLAMINIO n°9 - 1996 - Edita dalla Comunità Montana delle Prealpi Trevigiane

Rassegna Bibliografica

IDO DA ROS. 1915. Lettere dal fronte, Ed. Dario De Bastiani - 1998

In verità è molto difficile ascrivere questo libro ad una specifica categoria:
non é un saggio perché non esamina la materia, non é un documento perché le lettere sono già state ridotte (a detta dell'autore) dalla censura militare e da quella del "Gazzettino" che, a suo tempo, le pubblicò e non si tratta di una ricerca storica perché degli autori delle lettere, tranne il vittoriese Ettore de Gregori, non ci viene detto nulla.
Quindi si tratta di un lavoro di copiatura con tre paginette e mezza di introduzione.
Ed è proprio quest'introduzione a creare alquante perplessità, nel suo contraddirsi e nell'esprimere valutazioni scarsamente attendibili.
In essa il curatore dichiara che si éaccinto a fare il lavoro di copiatura per riempire il vuoto di epistolari sulla Grande Guerra, ma tale vuoto sarebbe stato logico riempirlo consultando gli Archivi, i vari Musei o chiedendo, ad esempio, ai discendenti di quanti combatterono in quegli anni, non ricopiando le pagine dei giornali.
Inoltre il Da Ros scrive: "risulta difficile credere che quelli espressi nelle lettere fossero sentimenti autentici del soldato italiano in guerra o, per meglio dire, della maggioranza dei soldati. Tuttavia, pur tenendo conto della censura (non così onnipotente e onnipresente) va accordato alle lettere un certo grado di veridicità". A questo punto é bene chiarire: i sentimenti espressi sono autentici oppure no?
É più logico ritenere che la minoranza dei soldati che sapeva leggere e scrivere si occupasse della corrispondenza propria e di quella della, purtroppo, larga fetta di commilitoni analfabeti che aveva al fianco, da qui l'uniformità delle espressioni e dei concetti. Dubito che le frasi d'affetto venissero tagliate dalla censura, piuttosto si trattava del pudore di uomini d'altri tempi che, soprattutto dovendo dettare ad un' altra persona, non amavano mettere in mostra i propri sentimenti e, altro particolare dimenticato, non volevano urtare la sensibilità dei parroci dei paesi d'origine eletti, dai destinatari, quali lettori privilegiati delle missive dal fronte.
Perché meravigliarsi dell'esultanza di un soldato per aver visto passare il Re? Ai nostri tempi si fa di peggio, quando folle in delirio quasi si ammazzano per vedere un attore o quattro scombinati che miagolano in un microfono.
Se davvero, come dice il curatore, le lettere esprimono "i comportamenti, gli stati d'animo di giovani partiti per il fronte armati di forti motivazioni e di solide convinzioni" perché in altra parte afferma che quasi tutti partirono perché costretti a farlo? E i molti volontari?
Sembra che tutti facciano a gara a dimenticarsene.
E un vero peccato che queste lettere non siano servite come trampolino di lancio per una ricerca capillare sugli uomini che scrissero o fecero scrivere le lettere, sulla realtà quotidiana che si lasciarono alle spalle partendo per il fronte, se erano mariti o padri e se tornarono.
Leggerle così non ha senso, é solo un esercizio di lettura che non dice nulla nè al cuore, nè all 'intelletto ed é perlomeno discutibile affermare che quanti partirono vedevano la guerra come spettacolo, come festa e divertimento.
Mi creda, caro Da Ros, la guerra ésolo dolore, lacrime e sangue!

Loredana Imperio


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