Ricordi di Vita Partigiana nella Bigrata "Piave" e Contributo alla Resistenza del Paese di Lago

Giuseppe Cecchinel

Ricordi di Vita Partigiana nella Bigrata "Piave"
e Contributo alla Resistenza del Paese di Lago

Lago - Veduta dal pittore Giuseppe Grava di Revine

Presento questi ricordi del periodo doloroso e glorioso della Resistenza, raccolti dall'amico Giuseppe Cecchinel e dedicati alla popolazione di Lago, con lui unita in tanti episodi di coraggio e di sacrificio nella ribellione alla violenza. Lo faccio come amico, come resistente e membro del C.L.N. provinciale e come dernocratico cristiano; e come editore modesto, che intende anche con queste pubblicazioni contribuire alla informazione ed alla conoscenza della presenza dei Cattolici in un momento della nostra recente storia, purtroppo non sufficientemente conosciuto dai giovani, alcuni dei quali strumentalizzano il nostro antifascismo per obiettivi opposti ai valori che hanno ispirato la nostra scelta. Ad essi un augurio particolare, sperando che queste pagine diano un valido contributo alle loro decisioni future.

Bruno Marton

PREMESSA

LAGO: COSTANTE TRADIZIONE ANTIFASCISTA

Prima di introdurmi nel periodo vero e proprio della guerra di liberazione, desidero, in merito al paese di Lago, ricordare quale fosse lo stato d'animo di tutti i suoi abitanti nei riguardi del regime fascista. Che Lago sia stato da sempre di tradizioni antitotalitarie è dimostrabile fin dai tempi in cui il fascismo era maggiormente in auge. I pochissimi tesserati al P.N.F. miravano semplicemente a moderare gli inevitabili scalmanati che nel .territorio comunale tendevano purtroppo ad imperversare.
Ricorderò alcuni fatti essenziali.
Indimenticabili le prepotenze di Antonio Grava di Revine:
costui veniva di sera a Lago, intimando pistola alla mano, di serrare le porte e spegnere le luci. Noi ragazzi, avevo allora undici anni e correva l'anno 1 929, ne eravamo terrorizzati. In una di quelle bravate egli arrivò a colpire a sangue il consigliere Costante Fava, noto antifascista, che rientrava da una riunione comunale. Il fatto destò grande impressione ed irritazione ed una conclamata volontà di reagire ad ulteriori molestie ed intimidazioni. Fra i più coraggiosi si dimostra Luigi Fava detto Gasperon, valoroso combattente della grande guerra, decorato di medaglia d'argento al valor militare per le s'ue rischiose missioni di spionaggio sulla linea del Piave in collegamento con il capitano Alessandro Tandura notissima medaglia d'oro. Sotto

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pretesto di un incontro di chiarimento e di riappacificazione, il Fava viene invitato a Revine dalla locale cricca fascista ad una festa che doveva aver luogo presso l'osteria "Al Ponte". Interrompendo un lavoro d'innesto cui attendeva, egli si reca sul posto in compagnia di Sante Carpené. Sopraggiunto al luogo prestabilito, anziché la festa prevista debbono affrontare un'animata discussione politica al termine della quale, mentre si accingono al ritorno, subiscono il proditorio agguato di alcuni fascisti che si erano celati dietro il muro di cinta delle scuole di Revine: li comandava Antonio Grava. I due, nonostante disperati tentativi di difesa e l'aiuto portato da Antonio Da Rodda, vengono bastonati a sangue e ridotti allo stremo. Con la forza della disperazione Luigi Fava estrae di tasca il coltello da innesto e vibrandolo contro il Grava, lo riduce in fin di vita.
La vista del sangue interrompe lo scontro e consente agli assaliti di allontanarsi. Il mattino seguente il paese di Lago èsetacciato in ogni sua parte: si ricercano l'omicida ed i suoi complici. Ricordo il soqquadro portato dai carabinieri in casa di Antonio Da Rodda, la cui abitazione distava pochi passi dalla mia; si vogliono almeno rintracciare documenti compromettenti, visto che i tre fuggitivi si erano rifugiati in montagna. Tre giorni più tardi, per tema di eventuali rappresaglie sui familiari, i tre "responsabili" si presentano ai carabinieri di Conegliano. Luigi Fava si assume la responsabilità dell'uccisione del Grava, invocando la legittima difesa e scagionando i suoi compagni. Non si sentono ragioni: essi vengono imprigionati e si imbastisce un processo smaccatamente politico, dai risvolti addirittura farseschi. Antonio Grava viene assunto a martire fascista, si pubblica un libro sulla sua vita, nella sua casa viene eretto un cippo celebrativo ed il suo nome viene inciso sul monumento ai caduti di Treviso; per decantare le sue virtù civiche e familiari, si ricorre finanche alla mistificazione, approfittando dell'omonimia dell'ucciso con altra persona di specchiata fama. Con tutta questa grancassa la sorte degli arrestati è segnata; a nulla valgono la loro buona condotta precedente né l'adoperarsi dell'allora parroco don Angelo Folegot: ai tre imputati di omicidio vengono comminati dal tribunale di Treviso 30 anni a Luigi Fava e a Sante Carpenè e 20 anni ad Antonio da Rodda (il Fava ottiene la riduzione di 6 anni di

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pena in seguito agli innegabili meriti di guerra). Dopo 10 anni di carcere il Da Rodda e dopo 14 il Fava faranno ritorno in paese festosamente accolti e prenderanno parte alla resistenza nella formazione della Brigata "Piave"; il Carpenè, successivamente deportato in Germania, più non potrà rivedere Lago. Va anche ricordato che ai funerali di Antonio Grava, svoltisi a S. Andrea di Vittorio Veneto, dovettero partecipare per disposizione precisa, rappresentanti di ogni famiglia del paese di Lago. Il paese stesso, per qualche tempo, dovette essere presidiato dai carabinieri, per impedire le rappresaglie di squadracce fasciste che avevano minacciato "una grande retata" o l'incendio delle case.
In quel periodo viene nominato segretario del fascio l'impiegato del Comune Ugo Luco, acceso fascista, che si dimostra all'altezza della situazione, sottoponendo i cittadini a continue minacce e prepotenze; gravissima l'aggressione a Rodolfo Carrer: le ferite riportate da una proditoria bastonatura lo condurranno a morte.
La popolazione tuttavia reagisce alle violenze in ogni modo possibile, anche ricorrendo al ridicolo. Resta memorabile la macchietta Celeste Rizzo, detto Musica, vicino di casa del capoccia fascista, che a tutta fisarmonica gli suonava sotto il naso le note di "Bandiera rossa". Il Luco ripetutamente lo denuncia ed esasperato lo fa anche imprigionare. Ma l"artista" non si arrende: insiste con la solita musica, sostenendo di essere un appassionato di fisarmonica e di non conoscere purtroppo altro repertorio.
Per quanto mi riguarda personalmente ricordo la minacciosa irruzione del Luco in casa mia, a seguito di una denuncia che mia madre aveva coraggiosamente inoltrato a suo carico alla Federazione di Treviso: ella lo aveva accusato di turpiloquio e bestemmie esibite durante il corso premilitare che egli dirigeva e che noi ragazzi del paese eravamo costretti a seguire. Al fine di intimidirla, il gerarca era arrivato a dirle che le avrebbe fatto ritirare la pensione di vedova di guerra. Ricordo che mia madre gli replicò a tono, come a tono ebbe a rispondere, durante le "requisizioni" delle fedi matrimoniali per il sovvenzionamento delle imprese fasciste: al Luco disse che, se del caso, avrebbe scritto anche a quelli di Roma; ai "cercatori d'oro" per le

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aggressioni militari osservò che alla "Patria" aveva già sacrificato il marito, caduto nella grande guerra.
Quanto alle guerre, si è poi visto come sono andate a finire...
Quanto al Luco, successivamente partito per civilizzare l'Etiopia a capo di una squadra di operai, si sa che - a detta comune - è stato dagli stessi eliminato per le sue prepotenze.
Ad ulteriore dimostrazione e conferma dello storico antifascismo di Lago, valgono infine i risultati delle consultazioni elettorali svoltesi dalla Liberazione in poi: da quando ognuno ha avuto modo e possibilità di manifestare apertamente le proprie idee, i consensi al MIS non hanno mai superato i 3 voti (e anche questi, per opinione comune, concessi da persone immigrate in paese).

Introduzione

Ho pensato di accingermi a scrivere alcuni episodi della lotta di liberazione nel trentesimo anno della sua conclusione, spinto, più che dal desiderio di ricordare tale tragico periodo, dall'intento che ciò possa servire alle giovani generazioni per ben operare e difendere la libertà conquistata a così caro prezzo.
Nel contempo, questo mio scritto vuole essere dedicato, oltre che agli eroici giovani caduti per un così nobile ideale, anche a mia madre che, insieme e forse più degli altri miei paesani, ha sofferto, lottato per un avvenire migliore, scevro da sopraffazioni e tirannie.
Ciò che scrivo, è frutto di ricordi lontani ma ancora impressi nella mia mente anche se non sempre corredati da documenti o date, perché quanto avevo scritto è andato smarrito nei continui rastrellamenti e negli spostamenti cui ero costretto da un luogo all'altro.
E' un susseguirsi di episodi presi così a caso e che rispecchiano la realtà di quel periodo, tralasciando fatti d'arme anche importanti, ma già noti, per rievocare invece eventi semplici di tutti i giorni che meglio rispecchiano l'animo della nostra buona gente. Parte delle notizie riferite sono state ricavate dal diario storico della Brigata "PIAVE".

continua alle pagine 13-30 >>>


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