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La polenta
La
polenta: un alimento che per secoli ha sfamato intere generazioni: bianca
o gialla a seconda delle zone, ma sempre e comunque presente sulle tavole
dei nostri nonni. Polenta a mezzogiorno, alla sera, ma spesso anche alla
mattina , per colazione.
Come mai era considerata così importante? Ce lo siamo chiesti spesso,
ma per trovare una risposta abbiamo dovuto intervistare i nostri nonni
e invitare alcuni di loro a scuola per parlarci di come vivevano una
volta e soprattutto come e cosa mangiavano.
Numerose sono state le testimonianze raccolte, tanti i racconti e le storie
curiose e quelle sulla polenta non sono mai mancate.
Una presenza costante, quasi un simbolo di un’epoca trascorsa e talmente
radicata che ancor’ oggi per dire: “andiamo a mangiare” si dice
spesso:” ‘ndon a polenta”; non per nulla i Veneti vengono definiti
per antonomasia “polentoni”.
A Revine si racconta:” La Polenta l’è na siora/ chi che la vet se inamora/
chi che la magna se sostenta/ benedeta la polenta”; oppure: “polenta
e lat me iova, ma no la camisa nova”.
Il mais, prodotto base per la polenta, è arrivato in Europa con Cristoforo
Colombo e, già all’inizio del XVIII secolo, aveva larga-mente soppiantato
gli altri cereali.
Le persone che sono venute a scuola, ci hanno raccontato che ai loro tempi
non c’era un fazzoletto di terra incolto, e dove era appena possibile,
dopo aver arato il campo con l’aiuto dei buoi, ma più spesso delle stesse
mucche da latte, veniva seminata la biava (tu ciol par semenzha quela
pi bel e pi picenina).
Nello stesso campo venivano seminati anche i fagioli per sfruttarne
il lungo gambo al posto delle scarazhe e per terra, ai bordi della
larga, venivano seminate zucche di ogni qualità.
Il raccolto avveniva tra fine settembre e ottobre, e le panoie,
dopo essere state lasciate per qualche settimana appese a gruppi di tre
o quattro, legate insieme sulle cantinele del piol o in un posto
assolato ad essicare, venivano scartozhade, cioè venivano tolte
le caratteristiche foglie (foiole) che avvolgono la panocia
o panoia e, dopo una semplice lavorazione, si potevano impiegare
per impagliare sedie, fare borse, o più semplicemente venivano messe nel
paion, l’antenato dell’attuale nostro materasso; si dice anche
che quelle più morbide fossero usate per avvolgere il burro da vendere.
Nelle
sere d’inverno, nelle stalle, durante il filò, le panoie venivano sgarbade
a mano o con la mitica macchina da sgarbar biava.
Col tutolo rimasto (mognola, muzhola o botol) i nonni costruivano
dei giocattoli per i nipoti: bambole, soldatini, statue per il presepio,
cavallini ecc.
Andare al mulino e tornare a casa col sac de farina era
una cosa così usuale che veniva spesso citata nelle filastrocche e nei
proverbi locali.
La farina veniva conservata nella cassapanca in cucina e prima di versarla
nella caliera da polenta a piccoli pugnetti e ben rigirata per
quasi un’ora, veniva passata col tamiso per eliminare le impurità
o i piccoli insetti (tarme e zole) che vi si annidavano.
Una volta cotta veniva versata sul grande taier posto al centro
della tavola, tagliata a fette con lo spago e coperta con un tovagliolo
affinché non si raffreddasse e per dare il tempo a tutti di sedersi a
tavola. La polenta locale era bianca, molto più morbida e leggera e delicata
di quella gialla che era si più nutriente ma rozza e forte.
Verso la fine dell’estate, quando le scorte di farina stavano per finire,
cominciavano a formarsi dei piccoli vermetti bianchi; segno che la farina
stava per finire e in gergo locale si usava dire:” la farina la ciama
al novo”, cioè si stava approssimando il nuovo raccoltoLA PREPARAZIONE
DELLA POLENTA:
(Tratto dal libro “le ricette inutili”di Aldo Toffoli, Dario de Bastiani
editore).
Perché l’esito sia ottimale è necessaria una caliera di rame con
relativo manico di ferro a semicerchio, agganciato a due occhielli sporgenti
dall’orlo.
La caliera va appesa alla cadena del camin, nel caso
si voglia fare la polenta sul larin; altrimenti va integralmente
immersa nel bus centrale della cusina economica. Bisogna
salar subito l’acqua per evitare tragiche, irrimediabili dimenticanze
(la polenta desavida è immangiabile).
Quando l’acqua l’à ciòt su el bòio la caliera
deve essere allontanata un po’ dal fuoco (scurtar tre-quattro anèi
de à cadena o aggiungere do- tre zhérchi sula cusina)
perché la boie pian mentre si versa la farina.
E’ questo un momento delicato, perché si corre il rischio de far gnòc
(a Revine si chiamano potoi): per evitarli bisogna versare
la farina lentamente, con la mano sinistra, mentre con la destra si agita
continuamente l’acqua, usando il mescol (mescola).
Arrivati alla densità voluta (tenendo presente che nel corso della
cottura la polenta evapora e quindi diventa più solida), si reimmerge
la caliera in pieno fuoco e si mescola per circa un ora. Anche
mescolare è un arte, e per farlo con la caliera appesa alla catena
del larìn occorre abilità da virtuosi. Descrivere questo rito è
impossibile: vale solo, per chi lo voglia apprendere, assistere all’esibizione
dei maestri.
Basti comunque dire che si deve usare ‘l mescol impugnandolo pressoché
a metà, per consentirgli di fare leva sull’ avambraccio e mescolando la
polenta per parti progressivamente più grandi, tagliandola obliquamente:
chi volesse tentare di mescolarla a tondo non riuscirebbe a farcela per
più di due o tre minuti e alla fine nemmeno la cottura riuscirebbe bene.
Dopo circa un’ora (ma se ‘l fogo l’è bon, bastano anche
cinquanta minuti), se leva el brustoin, che è il sapore inconfondibile
della buona polenta (sapore assente irrimediabile dalla polenta dei supermercati).
Non basta ancora e non ci si deve fermare: la cottura è al punto giusto
solo quando la polenta se destaca da le croste de la caliera, anche
le croste cominciano a levarsi, e ‘l mescol non peta più
sulla polenta. (La prova definitiva che la polenta è cotta perfettamente
viene poi dalle croste che, dopo sartada, si staccano dalla caliera
in un pezzo solo).
Prima de sartarla sul taier, la polenta deve essere petenada
col mescol, cioè ordinatamente disposta nella caliera:
A questo punto – una mano tiene il manico e una l’orlo della caliera,
naturalmente aiutandosi coi ciapin – se la sarta con colpo secc
al centro giusto del taier. ( Gli incidenti tipici dei principianti
sono: accompagnare troppo la caliera sul taier e quindi
scottarsi le dita della mano che tiene la caliera, investite dalla
polenta; oppure sartar la polenta fora del taier, cioè sbagliare
la mira e non calare direttamente la polenta al centro del…bersaglio,
con le ovvie conseguenze). Il taier, s’intende, deve essere di
legno, meglio se de pez, ed avere il manico provvisto del fil.
Senza ‘l fil, è il caso di non mangiare nemmeno la polenta.
Anzi, diffusa abitudine era anche quella di tagliare una fetta della polenta
appena sartada e mettergliela sopra. Pensiamo – ma ci potremmo
sbagliare – che fosse per avere, e dare, la prova che la polenta era solida
al punto giusto. Ciò perché la fetta la si doveva poter prendere con la
mano. (E con la mano, normalmente la si distribuiva ai commensali).
Una volta sartada, la polenta si può mangiare subito. Ma è buona
norma lasar che ‘a se sore (se iazhe) per una decina di minuti.
Alla fine dei quali- se osservato quanto precede- si potrà direttamente
constatare quanta ragione abbia chi definisce la polenta la regina della
tavola veneta (e, per derivazione legittima, vittoriose).
Le molte faccie della...polenta
Le croste
Nella caliera usata per la polenta rimanevano le croste
che venivano tolte dalla caliera e frammentate perché dopo aver
aggiunto del latte sarebbero state una prelibata colazione.
La polenta boista
I protagonisti di questa prelibatezza erano due: la polenta ed il latte
freddi.
Si procede così: il latte si fa bollire in una pentola, si mette del sale
e si aggiunge la polenta spezzettata, il risultato? Una crema di polenta.
La polenta brustolada
Quando avanzava della polenta, o si mangiava fredda, oppure si riscaldava
brustolandola, questa semplice alternativa si svolgeva appoggiando
un trapiè sora le borzhe o sulla piastra rovente della stufa, si
lasciava riscaldare fino a quando la fetta si staccava da sola dalla piastra
formando una sottile e gustosa crosta, la si girava dall’altra parte ripetendo
l’operazione e quindi si serviva in tavola.
Polenta e fichi secchi
Una dolcezza da 110 e lode erano: una fetta di polenta mangiata insieme
ai fichi secchi.
Ma la regola vuole che i fichi siano locali perché più dolci.
Polenta e zuchero o polenta e cane
Altro che cioccolata! I veri dolciumi antichi
erano, semplicemente una fetta di polenta spolverata con dello zucchero
oppure con un po’ di cannella.
Gli alunni della Scuola Media Statale "T.
Vecellio" Tarzo:
Baccichet Clarissa Bortoluzzi Veronica Carpenè Giulia Nannini Roberta
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