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L’ort e ‘l puliner
In ogni famiglia, vicino
casa, in un luogo sotto stretta e diretta sorveglianza, si coltivava
un orto, fonte essenziale di verdura e frutta, indispensabili per integrare
e completare l’alimentazione.
Esso forniva una grande varietà di verdure per buona parte dell’anno
e permetteva un continuo cambio di gusti: carote, tegoline,
salatine, bisi, fasòi, ravanéi, da mangiare crudi o per
fare minestre e minestròn. Alla fine dell’inverno, dopo aver sparso
il prezioso letame e vangata a mano la terra, l’orto veniva suddiviso
in tante piccole coiere, in ognuna delle quali, tegnedo de ocio
al calent o cresent de luna, veniva seminata una diversa verdura,
che a maturazione avvenuta lasciava il posto ad altre piantine in un ciclo
produttivo continuo.
Le
prime a dare frutti erano quelle coltivate a salatina fresca, ravanei,
patatine
Sanpierole, bisi, tegoline ecc.. Più avanti arrivavano le patate
novéle, le tegoline da far in umido, non mancavano certo le zhéole
bianche, le scalogne e le erbete rosse.
Nel mese di luglio, nel pieno della produzione, un fòntego de pomidori,
cocumeri, peveròni, melanzhane, zuchét e crén, carote e sédano. In
autunno: patate mericane, bròcoi, vérdhe, capùzh, e i famosi
radici de canp, oggi venduti anche all’estero col nome di “Radicchio
rosso di Treviso e Castelfranco”.
Per tutta l’estate si sono mangiate: scalògne, rave, ravanéi, zhéole,
smàndoi, téghe larghe e tegoline, capuzhét, salata e radicét.
Per l’inverno, restano sempre le zhuche sante da lesar, i pan
de vérdhe, i bròcoi, i capuzh, i radici de canp.
Ormai però la terra si sta raffreddando e per salvaguardare il più
a lungo possibile le ultime specialità è necessario coprire quanto rimane
nell’orto coi manedei de cane, co’ le foiole e le scartòzhe, col stran
de fòje séche e co’ le ramade e, nei casi più disperadi,
bisognea strapiantar i pan de radici co la so tera in tel staul , al calduzh
e così se tirea avanti fin a quando tornea fora le prime radicele, radici
co’ le cape, bruscandoi, zhimole e così via.
Accanto
all’orto, ma da esso ben isolato, perché i polli non uscissero a far
razie e a frazar su tutta la tera, c’era immancabilmente il pollaio
(poliner), con all’interno qualche gabbia per conigli (cunicera),
poichè la carne di manzo era troppo cara.
Per il pranzo domenicale se tirea al col a na pita, o a un cunicio,
”galina vècia fa bon brodo!”era la sentenza. Il brodo veniva messo
da parte par i veci o la pajolana di turno (sopéte e
menestrine); mentre la carne lessata era passata in umido o col riso
(in técia), da magnar e tociar co’ la polénta.
Nulla andava perduto nemmeno le budella (la budelada). Queste aperte
e ben rassade de tut al so’pién, lavate, tagliate, cotte in umido
unite al figàl e al duròn, venivano servite calde con la polenta.
Altrettanto,
apprezzata, quanto la verdura, era la frutta. Oggi viene servita come
soprappiù, ma allora contribuiva a inpenìr la panzha; anche se
di poca sostanza, l’importante era sentirsi sazi.
Pomèr, perseghèr, perèr, susinèr, fighèr, zharesèr, noghèr, brombolèr,
amolèr, kaki erano piantati un po’ dappertutto: nel cortivo
davanti casa, negli orti, nei campi, lungo le siepi (noselèr)
e altri alberi, magari a spalliera, che producevano fighi, pomèt, perèt
perseghi, cachi, pon incarnadi.
Nel periodo della maturazione entravano sistematicamente in azione
le bande de bociasse che nei momenti di rilassamento o di disattenzione
del proprietario facevano man bassa di tutto ciò che si poteva mangiare.
Nessuna ciliegia era più buona di quella rubata nottetempo, con azione
furtiva, sull’albero de Toni, de Bepi o de Nane. Esisteva però un detto
contadino “ chi magna, torna!” , dunque il ladro avrebbe ritentato.
Bastava aver la pazienza de farghe la tira par ciaparlo sul
frac e darghe quatro papine sul muso e do spelazhade n‘tel cul.
Gli alunni della Scuola Media Statale "T.
Vecellio" Tarzo:
Balbinot Loris
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