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Intervista
a Moz Feruccio
Mio
nonno, Moz Ferruccio, su nostro invito è venuto in classe a raccontarci
della sua infanzia e di come si viveva 50/60 anni fa a Lago. Il suo racconto
è stato estremamente interessante, volte curioso e a volte toccante.
Riassumo brevemente quanto ci ha raccontato:
Il mangiare non era come adesso poiché c’era miseria: alla mattina si
mangiava polenta e latte, a pranzo e a cena polenta, minestrone e fagioli.
Il pasto principale era a mezzogiorno: polenta, latte talvolta allungato
con l’acqua perché ce n’era poco, pasta con un po’ di conserva, verdura
condita con lo strutto di maiale che serviva anche per friggere. Alla
sera si mangiava minestrone di fagioli e una fettina di salame o formaggio
e come contorno radicchio.
I contadini avevano le galline, che le uccidevano solo in occasione di
matrimoni, battesimi, ricorrenze particolari o in caso di qualche malato
in casa. Quando nasceva un bambino, alla
mamma (paiolana) davano da mangiare brodo e un pezzo di pollo.
La polenta era molto comune e viniva usata come il pane di oggi, essa
veniva salata col sale grosso, perché quello fino non esisteva.
Altra pietanza comune erano fagioli e le patate.. C’erano due tipi diversi
di fagioli: quelli per il minestrone e quelli per l’insalata.
Il burro, fatto in casa si conservava nell’acqua fresca per soli due giorni.
Per fare il caffè macinavano granelli di orzo e segale tostati in casa.
Tutte le famiglie coltivavano un orto di cui si coltivavano tutte le qualità
di ortaggi.
La pasta si faceva con la farina allungata; si facevano anche le tagliatelle.
Quando si andava a comprare la conserva per fare la pasta, si comprava
a etti dal casolin, un negozietto di alimentari. Ogni tanto si comprava
anche uno-due etti di tonno.
Agli anziani poiché non avevano molti denti gli davano da mangiare: polenta,
formaggio o salame e da bere vino, per i più ricchi, ai più poveri il
vin pizhol cioè un po’ di vino con tanta acqua. Riguardo alla grappa
c’è un detto popolare che dice: fa viver chi la vende; asassina
chi la compra.
In caso di malattie si usavano pietanze particolari: quando si aveva mal
di denti si adoperavano le foglie di CREN (rafano), ridotte in poltiglia,
dopodiché si metteva sopra il sale e l’aceto e poi si metteva le foglie
sulla parte dolente; per il mal d’orecchie: in un pentolino si mescolava
l’olio d’oliva con dentro una mandorla tritata e se né metteva alcune
gocce nell’orecchio.
Chi soffriva di insonnia faceva un precotto di fiori di tiglio.
In caso di influenza o raffreddore venivano utilizzate le prugne secche
fatte prima cuocere nell’acqua per i bambini e nel vino per gli adulti
e poi si beveva il liquido.
Per conservare le mele si essiccavano e poi si infilavano in un filo formando
delle collane, dette morene.
Le mele essiccate venivano utilizzate al posto delle foglie di tè e veniva
bevuto l’infuso e mangiate le mele.
A Lago si usava dare alle persone con mal di gola un pezzo di pane cucinato
il giorno de San Biasi e conservato nella cardenza , così
si pensava che il mal di gola passasse.
Il pane veniva spesso allungato con patate e farina da polenta, così se
ne poteva fare di più; alcune volte le donne, facevano in casa il pane
con la zucca.
Il primo giorno dell’anno i bambini andavano in giro per le case a fare
gli auguri, così che la gente dava a loro: qualche castagna, fichi secchi
nocciole, mele e se andava bene qualche centesimo. Quando si faceva il
panevin si mangiava la pinzha:
A carnevale le donne si ritrovavano e facevano le frittelle, crostoli
e buzholà.
Il venerdì Santo, non si poteva mangiare carne, ma si mangiava la renga
con la polenta.
A Pasqua, ovi lesi insalata e come dolce la focaccia (fugazha).
Il giorno dell’ Asensa si cucinava al lengual, a San Giuseppe
e san Simon le trippe.
Quando c’era il periodo delle castagne, si mangiavano per merenda
cotte sulla piastra della cucina o col fer da categne, o lesse. La
sera dei morti (primo novembre) le famiglie che una volta erano molto
numerose, si radunavano per dire il rosario e dopo si cucinavano le castagne.
A Natale si mangiavano i primi pezzi di maiale.
Come caramelle c’erano le mentine e le “giugiole” che erano
un composto gommoso ricoperto di zucchero.
Il mangiare, affermano gli anziani, una volta era molto più profumato
e quando si tornava a casa dai campi al suono della campana di mezzogiorno,
già da lontano si sentiva nell’aria il profumo della polenta e delle pietanze
che bollivano in pentola.
gli alunni della Scuola Media Statale "T. Vecellio"
Tarzo: Rizzo Elia
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