Gli alimenti
cambiano col al variare delle stagioni e con le feste e ricorrenze
La qualità e la quantità del cibo
erano strettamente legate all’andamento delle stagioni: in primavera
si faceva generalmente uso di verdure ed erbe, uova, latte, polenta,
formaggio, ricotta e salami.
La primavera era anche il momento più propizio per andar a scios,
rane e a cior su radicele, bruscandoi, sparesi
da ort, da rust e da castagner). C’erano inoltre fragole di bosco,
pancuc o panevin, e i tosat andavano a pesca di marson
e di gamberi.
In estate abbondavano frutta, verdura, patate novelle, e, con la frutta
in eccedenza si facevano marmellate e conserve per i mesi invernali.
In autunno mais, patate, frutta tardiva, funghi, castagne e carni
(prevalentemente di animali da cortile e suine).
In inverno, infine, solo ciò che si era accantonato e conservato dalle
stagioni precedenti.
Pietanze particolari venivano preparate in occasione di feste religiose
e legate alle tradizioni del luogo.
Il 5 gennaio, vigilia dell'Epifania, si usava e si usa ancor oggi
fare il Panevin, la cui tradizione univa sacro e profano. Per
qualcuno era un modo per indicare la strada ai Magi, per altri indicava
semplicemente l'occasione per eliminare ciò che rappresentava il vecchio
(non a caso in cima al falò si mette oncor’oggi la vecia).
Sulle braci del falò, (fogherata) si cuoceva la pinza,
un dolce in cui, oltre alla farina di mais e farina di frumento, venivano
impastati pezzetti di fichi secchi (fighet) , uva passa e altra
frutta secca.
Il carnevale era il periodo in cui si poteva sognare di essere nel
paese delle cuccagna, e si poteva metter mano su crostoi, fritole,
castagnole e pezzetti di lardo ottenuti dall'uccisione del
maiale, che la tradizione voleva avvenisse il 17 gennaio, festa di
Sant'Antonio Abate (porzel de Sant’Antoni).
Finite le feste, con l’arrivo della Quaresima, si comprava la
renga, la si appendeva al lampadario o al soffitto con un filo,
sopra il tavolo, si preparava la polenta e si cercava di farvi intingere
il pesce, ma questo, volutamente instabile si spostava e sulla polenta
ne rimaneva solo l'odore. Un altro piatto quaresimale era il baccalà
battuto su un zoc per renderlo meno duro e si cucinava dopo
una giornata in acqua per farlo maserar .
A Pasqua, giorno di grande festa, uno dei piatti più in uso era il
cunicio in tecia, magari con la peverada, con contorno
di insalatina fresca e l’immancabile polenta. Un altro piatto pasquale,
ma solo per gran signori era il capretto.
Il pranzo era poi seguito dalla fugazza, un dolce soffice fatto
con uova, burro e farina di frumento.
All’indomani, nel giorno di pasquetta, le uova sode facevano da padrone,
cotte col guscio e dipinte con infusi ricavati da fondi de cafè,
scorze de zeola, ortighe o altre erbe , servivano per mangiare
e soprattutto usate nelle scampagnate (i parrocchiani di Revine andavano,
e vanno tutt’ora in pellegrinaggio all’abbazia di Follina) e nei vari
giochi paesani (righea).
In maggio si andava a raccogliere, o meglio a rubare, le
zarese sui zareser. Queste erano solo le prime di un
serie di frutti: amoi, bromboi, ziespe, cuche, more, lampon, e
urioe.
Nel giorno dell’Ascensione (asensa) era in uso nisar al
lengual e cioè affettare una speciale sopressa, che all’interno,
oltre alla normale pasta di carne macinata, conteneva la lingua del
maiale intera.
In giugno, con la natura in piena fioritura, venivano raccolti
i fiori di acacia (cassia), e di zucca si facevano delle gustose
fritole.
Molto importanza era l'ort, che cominciava a dare i primi ortaggi,
curato da tutti i componenti della famiglia, la sua dimensione era
proporzionata alle numero dei suoi componenti. Vi si coltivava di
tutto: salata, radici, bisi, capuz, ravanei, fenoci, verde, brocoi,
pomidori, zuchet, zeole, aio, scarogne, peveron, carote,
sedano, rosmarin, salvia e parsemol. Si usava dividere l’orto
in vari settori (coiere), uno per le erbette precoci (bonorive),
uno per gli aromi, uno per il radicchio, uno per zeole, scarogne
e carote e così via; il tutto recintato scrupolosamente a prova delle
razzie da parte de cavere, pite, anere , oc e quant’altro.
Patate e biava, data la gran quantità di cui se ne faceva
uso, venivano coltivate in un campo a parte (larga), di maggiori
dimensioni e dove venivano piantati anche i fasoi per sfruttare
il gambo del mais come scaraza. Per S. Piero, 29 giugno si
raccoglievano le prime patate precoci chiamate sanpierole o cornete,
picenine ma bone, che di norma venivano piantate sotto le viti
per usufruire del verdorame che andava perduto e che rendeva
le piantine immuni dai parassiti (dorifera).
Finiti i lavori nell’orto e nei campi, la famiglia si trasferiva
in montagna per un paio di mesi con mucche, pecore e gli altri animali
per sfruttare l’erba dei pascoli, ricavandone formaggi, ricotte (puine)
fresche o affumicate e fieno pregiato per l’inverno.
Settembre era il momento in cui la terra dava il massimo dei suoi
frutti e si cominciavano i raccolti: fic, pom, per, cuche
e nosele, ua, ma anche patate e biava, coltivate in gran
quantità. Parte dell’uva veniva messa ad appassire nelle gardize
per poi essere venduta verso Natale ai fruteri della bassa che
la commerciavano nei negozi e per le piazze del Cadore. Con l'uva
rimasta, quella di seconda scelta, si producevano alcuni tipi di vino
(bacò, merican, clinto e verdiso), ma spesso per raggiungere
una certa quantità, mescolavano insieme le varie uve. Con le vinacce
(zarpe) rimaste, scrupolosa-mente conservate n’tel
brent e cuerte con poca de sabia, più tardi, nei momenti
morti della campa-gna, si produceva anche la grappa (sgnapa
da troi), indispensabile per la digestione o “par manca
mai un mal de not”. Essa veniva prodotta de scondon dalle
finanze, che attratte dal strumor della caliera,
erano sempre vigili e pronte a requisire le impreste e sacagnar
i poveri malcapitati ciapadi sul frac. (la produzione della
grappa era infatti proibita da una legge dello stato).
All'inizio di ottobre, nei boschi, si faceva la raccolta di castagne
e funghi. Le prime erano usate soprattutto a colazione con il latte
o arrostite per cena, gli ultimi mangiati al momento o seccati. I
più diffusi dalle nostre parti sono le brise, i ciodin, i brunet
e i capelon.
L'ultimo frutto dell'anno era il poncac o caco, che veniva
anche seccato e conservato in morene appese sul biaver.
Coi primi freddi, con un gran cerimoniale, se copea al porzel,
dal quale si ricavavano le scorte di carne per i mesi invernali: figalet,
muset, luganeghe, saladi, so-presse, panzete, lengual, osocol,
bocon del prete, os par al brodo, trippa, brasiole e costete.
Queste ultime venivano mangiate subito, il resto poteva essere conservato
a lungo al fresco delle caneve. Lardo e grasso (seo)
venivano usati al posto dell’olio per condire e friggere.
gli alunni della Scuola Media Statale "T.
Vecellio" Tarzo:
Marson Riccardo,Tonon Marta, Maricosu Verena, Vukelic Radovan.