Il Molinetto della Croda
racconta...
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La valle del Lierza Il Lierza è il principale affluente del fiume Soligo. Viene definito "fiume" perché presenta al suo inizio qualche risorgiva, e "a carattere torrentizio" perché riceve gli apporti improvvisi delle ripide vallette fra i colli. Le sue sorgenti sono considerate la polla ben visibile ai piedi di un dosso in località Costa e, tra Rolle e Arfanta, il ruio Rosada, acqua un tempo famosa per le sue proprietà naturali. I colli principali, come il Mondragon e il Franchin, mantengono inalterato il loro rapporto con gli insediamenti umani costituiti da case coloniche ancora abitate. La zona sorgiva del torrente è quasi un'area protetta nella quale le condizioni antiche della flora si sono conservate pressoché intatte. A due chilometri dal centro di Refrontolo la valle del Lierza rivela uno dei più ameni angoli della Marca Trevigiana, il Molinetto della Croda, che nei suoi oltre tre secoli di storia ha ispirato poeti e incantato migliaia di visitatori. Una storia tramandata Come l'arte si tramanda di padre in figlio, così la storia si tramanda di generazione in generazione. Quella del Molinetto, con le sue vicende liete e drammatiche, é rimasta impressa nella mia mente fin dall'infanzia, quando la sentivo raccontare dai saggi vecchietti del borgo Molinetto: il nonno Girolamo e lo zio Pietro, suo fratello; Giovanni Casagrande, soprannominato "Transito"; Lodovico Zambon, da tutti conosciuto come "e! sior del borgo" e suo cognato Matteo Cesca, anzi "Mattio Marendon". Era quest'ultimo, in parti- co!are, a raccontarci le "storie" del Molinetto, che gli erano state, a sua volta, tramandate dal nonno; lui, nato nel 1866 nella casa appena sopra il borgo, che dall'età di sedici anni era stato per tre anni servitore proprio al Molinetto. Ora anch'io, divenuto nonno e bisnonno, sento il bisogno di aggiungere a quelle la "mia" storia del Molinetto, sperando che essa trovi benevolo interesse nella generazione dei miei nipoti. Un mulino ad acqua Stabilire con esattezza l'età del Molinetto non è cosa facile,anche
se gli elementi architettonici e stilistici disponibili fanno ragionevolmente
supporre che la primitiva costruzione risalga alla prima metà del 1600.
La grande ruota motrice esterna è sempre stata in legno e sul modello
di quella esistente attualmente. Si chiama ruota di carico perché, oltre
a ricevere una spinta dall'alto, riempie le cassette con l'acqua ed aumenta
di peso generando così più forza motrice per far girare le mole interne
del mulino. Quel modello di ruota è senz'altro il più valido, in quanto
evita lo spreco d'acqua, che nel Lierza è spesso carente. All'interno
del grosso perno in legno fusolato della ruota esterna, un'altra ruota
in legno molto più piccola, dentata lateralmente con denti in legno, funzionava
da ingranaggio. In posizione verticale rispetto a quest'ultima c'era un
albero in ferro con pignone conico dentato il quale, oltre a far girare
velocemente la mola caricata su di esso tramite un bilancino, consentiva
anche di registrare la granulazione della farina per mezzo di una grossa
vite che alzava ed abbassava la trave su cui appoggiava. Le mole erano
protette da una scatola in lamiera rotonda, intelaiata in legno, sufficientemente
robusta per sopportare una tramoggia in legno della capienza di un quintale
e più di grano. Al fondo della tramoggia era applicata una canaletta in
ferro con due catenine e, all'altra estremità, un cordino di acciaio arrotolato
ad un legno tornito che serviva come chiave di tesatura della cordina.
Su un lato, all'estremità della canaletta, era fissato un tronchetto di
legno della lunghezza di circa trenta centimetri il quale, picchiato tre
volte ogni giro di mola, faceva cadere pochi grani per volta al centro
della macina. Quel "brevetto" di dosatura, che ho visto applicato su tutti
i mulini a mole, è senz'altro il particolare più ingegnoso di tutta la
macchina del mulino.
Dalla nascita al suo tramonto, il mulino in lavoro al completo dei suoi indispensabili accessori manovali qui sotto disegnati e ognuno indicato con un numero
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