Il Molinetto della Croda
racconta...


La grande guerra: cure termali per gli austro-ungarici

Il Molinetto della "Croda" si potrebbe chiamarlo più propriamente "delle Crode" tanto esse sono numerose nei dintorni. Una di esse ha fatto storia per la sua conformazione ad ala, che dà copertura e protezione.
Grazie alle ripetute testimonianze del nonno Girolamo e dello zio Pietro, vissuti al Molinetto durante l'invasione nemica del 1917-18, ora posso raccontare un pezzettino di storia di quell'epoca.
In quel periodo la linea del fronte era sul Piave e il Molinetto, fino agli ultimi giorni della guerra, era stato fuori tiro per i nostri cannoni sul Montello. Sotto quella croda, al riparo anche da eventuali granate, i tedeschi avevano costruito un accampamento fisso per mandarvi a riposo i soldati provenienti dalle trincee della prima linea. Il loro breve soggiorno al Molinetto non serviva tanto per il riposo, quanto per levare di dosso la sgradita compagnia dei pidocchi, che nasceva e maturava in trincea. Qui c'era il necessario per una toilette completa: l'acqua fresca del Lierza, il "gorgo" per le nuotate tonificanti e purificanti. Una vera cura termale, dunque, per l'igiene personale. Da come venivano descritti dai vecchi, quei soldati non erano dei prepotenti; parlavano diverse lingue, a seconda della regione di provenienza dell' Impero Austro ungarico: polacco, bosniaco, ungherese, sloveno. Erano comunque soldati affamati, forse più dei civili italiani. Alcuni mangiarono perfino polvere di farina ammuffita. Se il mulino avesse funzionato, difficilmente la farina sarebbe arrivata nel sacco!
Verso la fine di ottobre del '18 l'accampamento venne abbandonato e quei soldati affamati se ne andarono per sempre.


Sottofficiali austro-ungarici alloggiati presso la casa Lorenzon, al Molinetto del Croda nel marzo 1918

I nostri cannoni sul Montello alzarono il tiro ed i proiettili raggiunsero e passarono oltre il Molinetto. La mattina del 29 ottobre 1918 si udì un fracasso infernale, causato dagli scoppi delle granate nei dintorni. Verso le 9. 30 una granata cadde ai piedi della cascata, sul lato destro. Non causò gravi danni, fatta eccezione per i vetri della casa. Zia Luigia, moglie dello zio Pietro, si era subito inginocchiata per ringraziare il Signore per lo scampato pericolo, ma non riuscì a terminare la preghiera che una seconda granata piombò sul lato sinistro della cascata. Risparmiò la casa, ma recò gravi danni alla ruota mettendola fuori uso. Il povero Molinetto rimase mutilato proprio alla fine di una guerra vittoriosa, lasciando in lacrime la famiglia Morgan.
Non era certo facile in quel periodo drammatico riparare un danno così grave.

La fatica del mugnaio: "dal biaver alla panera"

Il "povero" Molinetto della Croda non ha mai ingrassato il padrone. Ha dato lavoro a molte generazioni, ma sempre con scarsi guadagni. Circa la metà degli avventori abitavano in luoghi scomodi in cui potevano essere serviti a domicilio solo con la bestia da soma. Erano sempre rimasti fedeli al Molinetto anche perché non potevano "interessare" ai mulini del Soligo, una decina circa. Questi clienti dovevano essere serviti uno alla volta e non sempre presso le famiglie vicine si trovava il carico di ritorno, cosicché il viaggio avveniva a vuoto. Il passo della bestia a pieno carico era lento e a poco serviva il bastone per accelerarlo. Mediamente, in una giornata di lavoro senza limiti di orario e con un carico me-
dio di circa 75 kg. , un abitante del Molinetto riusciva a servire due clienti: uno più lontano, come a Rolle, Zuel, Arfanta, Mondragon; l'altro più vicino, come a Vallotai, Valderustè, Costa de Vai o S. Duanet. In queste condizioni il guadagno giornaliero medio del servitore, al lordo delle spese di mantenimento e ferratura della bestia, era di circa nove kg. di farina, se il cliente pagava "a moldura"; 3 lire e 15 centesimi nel 1933 se pagava in contanti una volta all'anno.

Alcuni esempi, riferiti agli anni Trenta ai quali fa riferimento il mio racconto, possono dare l'idea del misero guadagno. Il granturco valeva dalle 25 lire al quintale nel 1933 alle 40 nel 1939; un uovo:20 centesimi; la paga oraria di un operaio di S. Duanet che lavorava all'acquedotto comunale nel 1936 era di una lira; una multa dei carabinieri per una bicicletta senza fanale di notte: 10 lire e 10 centesimi. La completa ferratura di un asino e di un mulo costava rispettivamente 7 e 10 lire. I quattro zoccoli della bestia erano in strada tra pietre e fango tutta la giornata e d'estate chi l'accompagnava poteva camminare anche scalzo ma l'asino, senza i ferri, si fermava come l'auto con le gomme a terra.
La "moldura" era la forma di compenso del mugnaio ed equivaleva, per ogni quintale macinato, a 6 kg. di farina o all'equivalente in lire di 6 kg. di grano al prezzo di mercato, pagate una volta all'anno dagli avventori più benestanti. Ben s'intende, questi conteggi erano attendibili se il mulino godeva buona salute, aveva acqua a sufficienza e "lavorava" anche di notte.
Qualche ulteriore vantaggio avveniva quando un solo servitore riusciva ad accompagnare due bestie da soma.
Gli avventori di Refrontolo centro, Mire alte e Mire basse, fino al confine con 5. Pietro di Feletto, venivano serviti
con il mulo e la carretta a quattro ruote e così il guadagno era superiore perché maggiore era la quantità che si riusciva a servire.
Il lavoro del mugnaio degli anni Trenta, che doveva servire gli avventori "dal biaver alla panera", dal granaio alla cassa dove si conservava la farina, era veramente faticoso. Quando andava a ritirare non sempre trovava il carico pronto e a volte non trovava nemmeno chi lo aiutasse a caricare perché gli uomini erano nei campi e in casa c'erano, tutt'al più, la sposa, magari incinta, e la vecchietta intenta alle faccende domestiche. In quei casi il mugnaio saliva nel granaio, riempiva il sacco e, dopo la pesatura, lo prendeva in spalla e lo portava al suo mezzo di trasporto.
La pesatura si ripeteva almeno quattro volte: due da parte del cliente al ritiro e alla consegna, due da parte del mugnaio, prima e dopo la macina.
Un ulteriore ritardo si verificava se l'avventore non possedeva la stadera e doveva correre dal vicino a farsela prestare in quanto non si fidava certo del mugnaio. Il grano, per passare attraverso la tramoggia di macina ed arrivare alla "panera" del cliente come farina, veniva manipolato dalle abili braccia del mugnaio molte volte ed il sacco, nei vari spostamenti, perdeva sempre un po' di polvere.
Questo calo "fisiologico" non veniva però considerato durante l'ultima pesatura da parte del cliente ed anche una lieve differenza doveva essere risarcita nella successiva macina.
Quante umiliazioni per il povero mugnaio, trattato quasi come un ladro!
Ricordo in proposito la buon'anima dello zio Pietro, che aveva lavorato una vita al mulino. Era molto simpatico e
quando andavo a Moriago a fargli visita mi divertivo ad ascoltare le sue battute scherzose. Un giorno mi domandò se avessi imparato il mestiere di mugnaio e per esaminarmi mi fece fare il segno della croce. Quando mi segnai, esclamò: "ecco un altro che come me morirà povero! Se vuoi campare al Molinetto devi segnarti così: Mi segno con il nome di rubare / sempre seguitare / mai restituire / a costo di morire / e così sia".
Poi mormorò: "Ma anche questo segno non te lo consiglio, perché ormai non funziona più. Nelle case degli avventori ci sono oggi più stadere che Santi appesi ai muri e quando vuoti il sacco della farina nella "panera" ti fanno scrollare anche i peli dell'asino che vi sono rimasti attaccati!"

La sagra di San Duanet

Il santo festeggiato al Molinetto è 5. Giovanni Battista, il 29 agosto. La chiesetta a lui dedicata, situata sul colle al di là dell'acqua non molto lontano dal mulino, è compresa nella parrocchia di Solighetto al confine con quella di Rolle. Venivano celebrate due sante Messe, la prima dal parroco di Rolle, la seconda da quello di Solighetto. Ma poteva essere definita la sagra "delle tre parrocchie" o "dei tre comuni", perché la festa vera e propria si svolgeva al di qua del Lierza nel territorio di Refrontolo.
Gli organizzatori della sagra erano sempre gli osti, ì più "interessati". Io ne ricordo due, Rachele De Biasi e Pietro Stival, quest'ultimo un valido organizzatore che da quando venne ad abitare a Refrontolo non mancò mai. Ma i primi osti ad organizzare la festa, a ricordo dei più anziani, furono
Clementina Ghene, che precedette lo Stivai, e Gigetta De Stefani.


1936: tradizionale sagra sotto la Croda


La sagra di "San Duanet", come viene chiamata nel dialetto locale, è sempre stata molto sentita dagli abitanti della vallata e dei dintorni, Rolle ed Arfanta compresi. Essa veniva consumata in un so! giorno, raramente in due se seguita o preceduta da un giorno festivo e si svolgeva alla grande curva del torrente Lierza dove terminava la strada comunale proveniente da Refrontolo. Lo spiazzo della strada si allargava al prato adiacente molto opportuno per accogliere l'afflusso dei festanti che arrivavano in serata. L'oste preparava tavoli, sedie e panche e tutto intorno piantava dei pali per appendervi le lampade a carburo per l'illuminazione notturna. Non mancavano i fusti di vino buono.
I clienti abituali cominciavano la festa in mattinata con una abbondante "sopa co le tripe", seguita durante il giorno da "pan e sopressa" e magari da una spiedina "de osei". Per molti era sagra "a tutta gamba", come dicevano i nostri vecchi, perché il ritorno a casa avveniva nelle ore piccole dei giorno dopo. Passavano tutta la giornata a giocare a carte o a pestarsi le dita sui tavoli nel gioco "alla mora", benché fosse proibito.
Lungo la strada, fìno al ponticello sotto il borgo, si collo-cavano i venditori di angurie: tra i più assidui, Scottà e Guerrino Dalla Pieve. Accanto, si allestivano anche due o tre bancarelle di dolciumi e giocattoli per bambini e, calata la notte, tutti illuminavano il loro banco con lumi a petrolio o candele. Era davvero caratteristica quella sagra.
Il clou della festa avveniva nel pomeriggio quando arrivava il Pin Mieto (Giacomo Favero) che con la sua celebre fisarmonica e il suo liscio orecchiabile faceva ballare giovani
e meno giovani. Si ballava sulla strada, ma tante erano le coppie che si sconfinava anche nel prato. Il ballo si prolungava anche oltre la mezzanotte; quella fisarmonica, tante volte accompagnata da una chitarra, era davvero instancabile!

Nel 1933 con la costruzione del ponte sul Lierza e la conseguente deviazione del tracciato della strada comunale, la sagra fu "trasferita" al Molinetto sullo spiazzo in verità angusto ed accidentato di fronte alla cascatella. nessuna difficoltà per l'oste Pietro Stival che collocò cantina, banco e tavoli sotto la croda ad ala, ma molte lamentele da parte dei venditori d'angurie e di dolciumi costretti a sistemare alla meglio le bancarelle lungo la stradina. La nuova sede non intaccò comunque il successo della sagra: l'afflusso dei Lestanti fu sempre notevole e gli appassionati del valzer continuarono a "girare" alla meglio, anche tra i ciottoli della grava, al ritmo della fisarmonica del Pin Mieto. Io stesso imparai in quelle occasioni a muovere i primi passi del liscio.
Fin da ragazzo ho sempre provato tanta nostalgia per quella Lesta, annunciata dal suono allegro delle campanelle di S. Duanet che invitavano alla messa. Con gran fatica cominciavo un mese prima a mettere da parte qualche sudato soldino, come le palanche di nonna Marietta che uscivano dalle profonde tasche delle gonne lunghe Lino alle caviglie solo dopo aver riversato sulle verze dell'orto almeno una decina di secchi d'acqua e ancor di più quando dovevo vincere la concorrenza di mio fratello Giuseppe.
La sagra coi suoi tradizionali festeggiamenti continuò con gli stessi protagonisti fino al 1939. Uanno dopo l'Italia entrò in guerra e il luogo della Lesta fu macchiato dal sangue di tre soldati polacchi caduti sotto le raffiche di mitra delle brigate nere. Io fui testimone di quel drammatico eccidio
che ho già raccontato nel mio libro "Nozze in guerra".
Passata la guerra e la crisi postbellica, la sagra di S. Duanet uscì dal suo lungo letargo negli anni sessanta grazie alla Pro Loco di Refrontolo. Negli ultimi anni è stata allestita una grande piattaforma da ballo, rallegrata dai migliori complessi musicali locali. Non mancano nemmeno il chiosco enoteca e il profumo delle salsicce alla griglia. L'illuminazione è a giorno ed il grande parcheggio è custodito. Numerose sono anche le manifestazioni collaterali e tutto concorre a garantire a questa sagra un vasto successo di pubblico.
Io però, sinceramente, voglio confessare che nel mio cuore è rimasta la nostalgia "del San Duanet' degli anni trenta, con i lumi a petrolio e il liscio suonato dalla fisarmonica del Pin Mieto e ballato tra i sassi della grava.

"Prigioniero delle piene"

Fino al 1933, quando furono costruiti i tre ponti per Rolle ed Arfanta, tuttora esistenti, in nessun modo era possibile attraversare il Lierza a guado quando l'acqua non lo permetteva. Era difficile calcolare il limite di sicurezza dopo la piena; il letto del torrente creava sorprese con sassi e nuove buche.
L'asino o il mulo senza carico, potevano rischiare anche i 50 centimetri d'acqua, se non c'era molta corrente; ma per l'asino carico i 30 centimetri erano ritenuti già pericolosi, a seconda dei guadi, che erano tre per Rolie e cinque per Arfanta.


Scene di vita al Molinetto. "Nani Muner" ultimo a destra
Sotto: Nonna Regina al lavoro

L'asino, il più adatto per quel lavoro, anche se considera-
to proverbialmente un animale stupido, non lo è a tal punto da non riconoscere il pericolo. Quando si rifiutava di attraversare, era meglio non insistere. E' accaduto più volte che, costrettovi a suon di bastonate, l'animale obbedisse, ma a modo suo. Prendeva infatti la rincorsa e attraversava velocemente il guado, ma c'erano molte probabilità che il carico cadesse in acqua trasformandosi in.. .polenta.
Nei periodi di pioggia, un terzo degli avventori, che si trovavano sull'altra sponda del Lierza, erano nell'impossibilità di essere serviti. Difficile dire quanti giorni all'anno il mulino fosse "prigioniero" dell'acqua.
I guadi menzionati creavano problemi anche nei freddi mesi invernali.
Quando l'acqua è poca e non c'è corrente, gela con più facilità. Noi mettevamo dei chiodi sporgenti nei ferri degli zoccoli dell'asino per impedire che scivolasse, ma molte volte il ghiaccio cedeva sotto il carico e le sue zampe erano in pericolo. Sostituire l'asino era più costoso che sostituire il sacco di farina al cliente!
Il tempo atmosferico, del resto, ha sempre condizionato il lavoro del mulino. Per troppi periodi dell'anno la penuria d'acqua faceva soffrire quella ruota in attesa di poter girare. Il mugnaio, per non perdere la sua clientela era costretto a macinare nei mulini lungo il Soligo, dove l'acqua non mancava. Il loro favore era compensato con metà della "moldura". Il povero mugnaio del Molinetto aumentava così il suo lavoro e vedeva dimezzato il suo guadagno. I mugnai macinavano il nostro grano dopo aver ultimato il loro, cioè di notte.
Completate le elementari, lo zio Giovanni cominciò a portarmi con lui a Soligo alla vecchia latteria, che disponeva
di un mulino a tre macine, gestito da Bisson. Scaricava il carro, staccava il mulo e lo metteva a riposare; saliva quindi sulla bicicletta, che si era portato sul carro, per ritornare a casa a riposare: al mattino lo attendeva la consegna della farina.
Il mio compito era di aiutare il mugnaio nelle pesature o nel carico del ritorno. Accadeva di frequente che mi addormentassi sopra i sacchi pieni e, quando venivo svegliato, mi trovavo coperto di sacchi vuoti e con il carro pronto per il ritorno. Riattaccato il mulo, anch'esso riposato, ripartivo nelle ore piccole verso casa. La raccomandazione del Bisson era di non addormentarmi per via,anche se il vecchio mulo mi avrebbe riportato comunque a casa perché la strada la conosceva meglio di me. Io dovevo solo usare il freno nelle discese e la zeppa nelle salite, quando il carico era pesante e l'animale si fermava a riprendere fiato. A quei tempi, alle tre di notte, non circolava anima viva; se qualcuno si poteva incontrare, questi poteva essere solo un mulo e il suo mugnaio.
A qualsiasi ora arrivassi, c'era sempre la nonna insonnolita ad aspettarmi. Quella povera donna dormiva in piedi come il mulo; non aspettava solo me, ma anche che si riempisse d'acqua la rosta per poter macinare.

Le periodiche alluvioni.

Io non ricordo un anno che non siano arrivate le grandi piene del Lierza. Non giungevano puntuali, come succede per i grandi fiumi d'Africa che io conosco molto bene, ma sempre di sorpresa, in seguito a grandi temporali. La mia fa-
miglia è vissuta sempre con il terrore dei temporali, in particolare quelli che si formavano a nord della nostra abitazione. Più volte, in quelle occasioni, ho sentito la nonna invocare la protezione dei Santi. Scoppiato il nubifragio, mi ritrovavo bagnato fradicio a portare in salvo le cose più in "pericolo".
La zia era sempre preoccupata per i "lavador", i laveili in legno per lavare la biancheria al torrente; per le anitre e le oche, che in quelle circostanze non correvano al riparo, come facevano le galline, ma stavano tranquille in acqua ad attendere la pioggia: molte volte, travolte dalla corrente, Linirono in altre pentole.
Ogni volta che mi veniva affidato questo compito, mi trovavo a balbettare in cuor mio: "Quando diventerò grande e lascerò questa casa, non andrò mai ad abitare in un'altra vicino all'acqua". Gli anni passarono, diventai adulto e non solo rimasi in quella casa ma vi portai anche la mia sposa, vi nacquero i miei figli e sotto quel tetto provarono le mie stesse paure. Negli anni più fortunati quando le piene non erano eccezionali, ad essere danneggiata era sempre la strada. La prima grande piena a mettermi terrore fu quella del 1934, che ricordo con molta chiarezza. Al nuovo ponte, appena costruito, venne data la colpa di aver sbarrato il flusso della grande massa d'acqua costringendola a tracimare sulla strada e a scorrere sulla campagna dei fratelli Balbinot, ora proprietà del comune di Refrontolo. Il nuovo rilevato del ponte scomparve, come non fosse mai esistito. In realtà il nuovo ponte poteva aver contribuito a frenare la massa d'acqua, ma per la sua lontananza non poteva aver danneggiato il Molinetto.
In quella piena abbiamo avuto i primi danni seri che io
ricordi. A quel tempo non gestivamo solo il lavoro dei mulino e della terra, ma anche l'appalto per la raccolta e il trasporto del latte per la nuova latteria sociale di Refrontolo.
Le carrette a quattro ruote, una per il trasporto del latte e l'altra del grano, passarono entrambe sotto il nuovo ponte trascinate dalla piena. Il loro recupero fu lungo e difficile, ma l'ingegnoso nonno Girolamo riuscì a farne funzionare una sostituendo i pezzi rotti o mancanti. Quella del trasporto latte, recuperata in parte, non fu riparata ma venne sostituita con urgenza. In quei momenti io non parlavo, i miei occhi erano fissi sulle onde dell'acqua fangosa che andava coprendo un gradino dopo l'altro. Notavo nel volto dei miei familiari tanta desolazione. Passata la furia dell'acqua noi ragazzi, come la colomba di Noè, corremmo per primi fuori dalla nostra "arca" a constatare i danni.
Nonno Girolamo, uomo saggio e di molto coraggio, ci disse subito: "La vita deve continuare, io ne ho viste di peggio, non ci siamo scoraggiati e con l'aiuto del Signore abbiamo sempre rimediato a tutto; anche questa volta rimetteremo ogni cosa a suo posto". E agli amici e curiosi che venivano a farci visita nonno Girolamo indicava una linea che lui a suo tempo aveva tracciato sulla porta del mulino e che segnava il livello superiore raggiunto dall'acqua in una alluvione precedente. In quella piena il mulino non subì gravi danni; ripulito dal fango, con altre piccole riparazioni ricominciò a funzionare. Il danno principale fu il crollo di una parete della stalla e dello stavolo dei maiali. Il bestiame con tanta fatica era stato avviato dietro la casa e messo in salvo; le scrofe, invece, una volta liberate si erano messe in salvo da sole salendo verso il bosco.
Il nonno non aveva sbagliato: col passare degli anni anche le piante sradicate germogliarono e rifiorirono e col nostro lavoro i danni furono riparati.

La più grande "bastonata"

Con l'alluvione del giugno 1941, erano le quattro del pomeriggio del Corpus Domini, il Lierza causò i danni più gravi della sua storia recente. Io, già militare, ottenni un permesso dopo una decina di giorni per far visita ai miei familiari e prendere atto dei danni. Ricordo di essermi fermato più di mezz'ora giù al ponte, lo spettacolo era tanto impressionante che non avevo il coraggio di arrivare fino a casa. Non si distingueva la strada dal letto del torrente:scomparsa ogni forma di vegetazione, sparito il muro che sosteneva il cortile, pulita come alle origini la roccia delle fondazioni.
Lo stavolo, ricostruito in muratura nel 1934, era di nuovo scomparso con i maiali dentro; i muri in pietra della stalla nuovamente demoliti; solo le bestie, fuori per lavoro, si erano salvate. Il carro e molti attrezzi necessari furono portati via. L'acqua, nella stanza del mulino, aveva raggiunto circa il metro e mezzo: per entrarvi ci si doveva servire di una scala come per salire al piano superiore.
In quell'ora tragica si trovavano in casa mia zia Enrica e mio fratello Giuseppe, che mio padre aveva spedito a casa prevedendo il tempo minaccioso. La piena, improvvisa e imprevista nelle sue dimensioni, impedì di mettere in salvo molte cose. Anche il grano e la farina, collocati a un metro d'altezza, furono spazzati via.
Con la fune con cui aveva intenzione di "trattenere" il carro e portarlo in secca, mio fratello riuscì invece, grazie
alla sua esuberante forza fisica, a salvare la zia Enrica che, nel disperato tentativo di portare in salvo le oche, stava per essere fatalmente travolta dalla corrente. Anche un giornale riportò la cronaca di quel gesto coraggioso. Non ho notizia, e la cosa mi meraviglia, di foto scattate in quella circostanza; certo esse non avrebbero bisogno di commento: davanti al Molinetto l'alluvione di quel giovedì aveva cancellato ogni cosa che mano d'uomo aveva costruito.
In quel tragico 1941, con l'Italia in guerra, la mancanza di qualsiasi forma di indennità per calamità naturali, alle armi gli uomini più validi e tutti gli altri nei campi nella stagione in cui il lavoro agricolo richiede più manodopera, il Molinetto conobbe la solidarietà degli amici paesani.
Fu una gara per recuperare le "cose" disseminate lungo il Lierza per chilometri fino al Piave: la carretta e le sue quattro ruote arenate qua e là sulla ghiaia; le tre grosse travi di supporto alla ruota del mulino portate lontano dalla corrente. A questo punto del mio racconto sento struggente il bisogno di rivolgere ai miei vecchi, a mio padre Leone e allo zio Giovanni la mia più viva stima e ammirazione per il coraggio con cui seppero affrontare il lavoro così improbo e costoso della ricostruzione; loro, che a quel tempo non disponevano in tasca dei quattrini sufficienti per un nuovo vestito! Essendo allora militare, non ricordo quanti mesi dopo il mulino ricominciò a funzionare; i tempi stavano rapidamente mutando: tessere sui pane, controlli sul macinato, servizio non più a domicilio. La ruota fu riparata sul posto, forse dal solito Angelo De Nardo, che anche anziano continuava ad essere un bravo e valido artigiano. Le tre grosse travi tornarono al loro posto appoggiate all'interno della loro nicchia sulla roccia; il muro fu ricostruito a secco, come prima, sen
za una palata di calcestruzzo. I miei poveri vecchi trascurarono la prevenzione più elementare: una legatura con funi d'acciaio ed un ancoraggio a ganci fissati su roccia avrebbero trattenuto quelle travi e non si sarebbero piu mosse. Ma èpossibile farne loro una colpa?

La seconda guerra: il forzato riposo.

Gravemente ferito alla fine della grande guerra, il mulino rimase prigioniero anche della seconda mentre ancora si leccava le piaghe riportate nella drammatica alluvione del '41. Il mulino lavorava senza riposo; si sentiva debitore verso i suoi fedeli avventori che in quel periodo avevano bisogno di lui. Non era lui a cercarli, ma erano loro che andavano a trovarlo con un piccolo sacco di grano sulle spalle e lui non osava rimandarli indietro scontenti.
A quei tempi la guerra si era estesa a tutti i fronti ed in Italia la crisi alimentare si acuiva sempre più. Il Governo emanava decreti sempre più severi per il controllo dei mulini e del pane,che venne tesserato.
Quella ruota zoppicante era tanto generosa che anche di notte, girando, lavorava.... Il Governo la volle premiare mandando la Finanza con catene e sigilli, per farla riposare. Una condanna severa ed immeritata per un mulino che voleva ancora rendersi utile a chi gli aveva sempre voluto bene.
I miei vecchi accettarono quella condanna con tanto dolore e rassegnazione da fare veramente pena.
Come è nato così è morto "Molinetto" fu il suo giusto nome, poiché in realtà rimase sempre "piccolo." I suoi padroni sono sempre rimasti poveri, perché lui non ha potuto dare di più. Il giorno della sua prima macinazione non poteva essere diverso dall'ultima. I primi accessori indispensabili, li conservò fino alla fine.
Nessuno aggiunse nulla per migliorare la sua prestazione. La stadera a catena con sollevamento a bastone, la bilancia a catene con piatto e sollevamento a mano, il secchione in legno per alimentare la tramoggia, la sessola e il setaccio a mano fatto scivolare su due lame di ferro, hanno servito il mulino per tutta la sua esistenza. Non gli è mai stato applicato un buratto per separare la farina dalla crusca e nemmeno è entrata in quella stanza una bascula per eliminare la fatica della stadera a spalle. Per secoli quei due grossi perni in ferro infilati in quel grosso fuso in legno, hanno girato sopra un cuscinetto di pietra, che molto spesso doveva essere sostituito.
Ricordo che i miei vecchi andavano a trovare quei sassi sul letto del Piave ed erano sassi senza venature, di color verde pisello. Bisognava ingrassare quei perni molto spesso, per evitare il consumo sia del ferro che della pietra. Non aveva mai conosciuto bronzine o cuscinetti a sfera con lubrificazione costante e sicura che lo avrebbe reso piu scorrevole. Poteva rimanere piu "originale" di così? La sua esistenza ha fatto storia e per la sua bellezza gode la celebrità di essere grande e da molti visitato.