1953: l'ultima farina.
L'ultima guerra mondiale ha modificnto profondamente anche le abitudini
alimentari della cucina veneta.
Per secoli la polenta era stata il cibo principale sulle nostre tavole:
la si faceva due volte al giorno e quella della sera veniva in parte
conservata per la "marenda" del mattino dopo. Il lavoro per
i mulini era quindi assicurato, anzi esso aumentava in autunno, quando
c'erano i maiali da ingrassare.
Poi venne la guerra e con essa la penuria di grano e dei generi di prima
necessità: ognuno dovette arrangiarsi a mangiare quanto poteva
trovare, con o senza tessera, al mercato legale o a quello nero.
Con la ricostruzione si tornò lentamente alla normalità
ed anche nelle famiglie contadine le nostre donne non ebbero difficoltà
ad abbandonare gradualmente il mestolo ed il paiolo della polenta per
il pane più sostanzioso e meno laborioso cotto nei forni di paese.
Le farine cominciarono ad essere fornite dai grandi mulini elettrici:
quelli ad acqua entrarono in crisi e una dopo l'altra le mole cominciarono
a riposare per sempre.
Il Molinetto della Croda venne colpito da quel "virus" tra
i primi: non godeva di ottima salute e gli avventori andavano diminuendo.
Nel 1953 quella ruota, stanca quanto i suoi padroni, smise di far girare
le sue mole. Ed anche il suo mugnaio Morgan Giovanni, fedele amico per
52 anni, rimase disoccupato.

1953, ultime macine al mulino
sotto: 1965, la ruota appesa al muro in abbandono

Ancora il Lierza traditore
I miei vecchi si erano ormai abituati alle sorprese che il Lierza di
tanto in tanto improvvisava, ma quella volta i protagonisti erano novelli.
Sentir parlare dell'acqua grande èuna cosa, vederla è
un'altra. Fu così che in quel giugno 1953 mia moglie Ida e i
figli Cesare, di otto anni e mezzo, e Romeo, di sei, per la prima volta
provarono il terrore che io avevo provato quando avevo poco più
della loro età.
A quel tempo il mulino era già a riposo.
La famiglia Morgan si era divisa in tre rami: il primo era composto
da mio padre con la seconda moglie Rosa, la figliastra Elsa, la nipotina
lole e la suocera Regina; il secondo dallo zio Giovanni e sua moglie
Enrica; al terzo appartenevano la mia famiglia e i miei fratelli Giuseppe
e Girolamo. Io e Giuseppe eravamo in Grecia per lavoro.
Mia moglie, come tutte le brave spose, abituate a lavorare e con poche
esigenze, aiutava con impegno la famiglia, allevava il maiale ed il
pollame, coltivava un piccolo orticello che io avevo costruito sulla
grava del torrente portando la terra con la carriola. Nelle ore libere
andava a legna nel bosco per il suo fabbisogno.
Alla sera andava a dormire con le spalle dolenti per il fascio pesante
che aveva portato a casa. Al Molinetto non esistevano posti sicuri dove
l'acqua non arrivasse a danneggiare, ed era un grande favore che la
famiglia Lorenzon ci permettesse di usare lo spazio sotto la croda;
mia moglie, che non aveva mai conosciuto il Lierza traditore, lo utilizzava
per allevare il maiale e conservare la legna. Quel giorno, come nelle
precedenti grandi alluvioni, l'acqua non diede preavviso, arrivò
con violenza e mia moglie non ebbe il tempo di mettere in salvo le cose
e gli animali più in pericolo. La veemenza dell'acqua spazzò
via il porcile, ritenuto al sicuro in alto sotto la croda: fu incredibile
osservare quella bestia di mezzo quintale liberarsi e nuotare per circa
un chilometro senza affogare in quella corrente così travolgente;
fu tratto in salvo dagli abitanti di Costa de Val.
Anche il pollaio, situato sotto il portico vicino alla cucina, dondolava
sulle onde turbolente con le ochette che starnazzavano. Le onde frattanto
avevano raggiunto la soglia della cucina, dove i bambini disperati avrebbero
dovuto trovare rifugio prima che fosse troppo tardi. Mia moglie, aggrappata
con una mano ai cardini della porta, approfittò di un' onda che
aveva riavvicinato il pollaio per afferrarlo e salvare, tra la gioia
dei bambini, le loro bestioline. Della legna rimasero i dolori sulla
schiena di mia moglie, dell'orto i sassi della grava.
Ormai era chiaro che solo il cemento armato avrebbe impedito che gran
parte della struttura del Molinetto, coi muri
fatti e rifatti a secco, venisse danneggiata dalle periodiche alluvioni.
Del resto le foto illustrano ben più delle parole come fossero
ridotti l'accesso alla casa e la ruota del povero mulino.

1970, il mulino inattivo da quindici anni
sotto: il Lierza nel periodo delle piogge
L' "ultima" del Molinetto
Nel 1969 il Molinetto, ancora proprietà della Famiglia Morgan,
Fu venduto all'industriale Soligo Silvio di Zero Branco. Il nuovo proprietario
provvide subito a far ricostruire il muro che sostiene il cortile e
l'accesso alla casa; altre piccole riparazioni la mantennero abitabile
e i miei vecchi, senza tante esigenze, preferirono rimanere.
L'ultima a lasciare quella casa Fu la zia Zanardo Enrica, nata a Mareno
di Piave il 3 novembre 1906. Aveva sposato Giovanni Morgan nel 1927
e lo stesso giorno del suo matrimonio andò a vivere al Molinetto
cui rimase fedelissima per 46 anni. Nei suoi 43 anni di vita coniugale
con lo zio Giovanni non ebbe figli, ma appena un anno e mezzo dopo le
nozze ereditò tre nipotini rimasti orfani di mamma e li allevò
con tanta cura come fossero figli suoi. A quel tempo non doveva solo
accudire a noi tre, io avevo quasi otto anni, Giuseppe sei e mezzo e
Girolamo tre; ma aveva anche tutte le faccende di casa: panni da lavare
al torrente, maiali da governare.
Il lavoro che più la teneva occupata era però il mulino.
Di certo non era in grado di trovare il tempo per fare le coccole a
noi nipotini.
E' incredibile come una sola donna potesse Fare tanti lavori, anche
se la nonna le dava una mano e noi bambini ci
rendevamo utili in qualche servizio. La buona salute e la forza fisica
le permisero di lavorare per 46 anni senza sosta. Non ricordo di aver
mai visto quella donna ammalata, prima della vecchiaia; forse non ne
aveva il tempo.
Manovrava i sacchi di grano con l'abilità di un solido mugnaio.
Come il comandante abbandona la sua nave per ultimo con le lacrime agli
occhi, così la zia lasciò il Molinetto con il cuore infranto.
A farle compagnia, dopo la morte dello zio Giovanni nel febbraio 1970,
fu la mia matrigna Stivai Rosa, seconda moglie di mio padre, nata a
Pieve di Soligo il 21 ottobre 1905. Abitava anche lei al Molinetto da
38 anni e lo abbandonò il 10 gennaio 1973 per trasferirsi a Pieve
con la figlia Elsa e la nipote lole, che già un anno prima avevano
abbandonato quella casa.

"Piero Muner" e la moglie Luigina
"Nani Muner" a destra, la moglie Enrica, seconda a destra
Enrica Zanardo, l'ultima a lasciare il Molinetto nel dicembre 1973
Nonno Girolamo, il "patriarca" della famiglia Morgan
Zia Enrica resistette, da sola, ancora un anno, poi, verso la fine
di dicembre 1973, si trasferì nella casa di mio Fratello Giuseppe
a duecento metri dal Molinetto. Per la poca distanza si sentiva ancora
guardiana delle cose al Molinetto e pensava di traslocarle con calma,
senza disturbare altre persone.
Non ebbe il tempo di farlo; gli sciacalli portarono via non solo i mobili
vecchi, ma molti altri oggetti a noi cari. Fra le tante cose, asportarono
la fotografia di nonno Girolamo, per oltre quarant'anni rimasta appesa
al medesimo chiodo. Nelle mie mani è rimasto l'originale di quell'ingrandimento,
dove il Fotografo aveva disegnato il colletto della camicia e la cravatta,
che mio nonno nella sua esistenza non aveva mai portato.
Io e mia moglie, in quel periodo, eravamo per lavoro in Africa e non
mi fu possibile in alcun modo recuperare quello che ci apparteneva e
a cui erano legati i nostri ricordi.
Un anno prima, nell'autunno del '68, l'impresa Fratelli Pradal aveva
riparato, a mio carico, tutte le coperture sostituendo le travi più
guaste ed in particolare quella centrale, il "colmo" della
copertura più alta.

1956: Marialisa, ultimo volo della cicogna al Molinetto