Pan e vin 2002

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Si è sempre sottolineato che il rito della "fogarata" presenta un substrato di elementi che riguardano usi e costumi della passata civiltà contadina. Ciò è vero anche per quel che riguarda le tradizioni culinarie che accompagnano le diverse fasi della buberata ed il momento dell'anno in cui il rito era consumato. Il Panevin cadeva nel periodo più opportuno, ma c'era tempo fino a Sant'Antonio abate, per copar 'l porzhèl, allevato nella stia fin dai primi mesi dell'anno. Era una circostanza festosa, perchè, in quei giorni, si sarebbe consumato un po' di carne senza la consueta eccessiva economia.
Qualche giorno prima della fogarata, ci si era fatta la bonaman.
Il primo dell'anno la consuetudine degli auguri coinvolgeva soprattutto i bambini che, passando per le case dei parenti e conoscenti, ripetevano delle filastrocche bene auguranti e in cambio dell'augurio ricevevano, come bonaman, qualche dolciume e qualche soldino dai più abbienti. L'usanza della bonaman a Capodanno era diffusa anche tra gli adulti e consisteva generalmente in frutta secca di stagione.
La sera del panevin, dopo aver tratto gli auspici, il rito prevedeva la consumazione della pinza, detta anche focaccia {fuazha) o pane giallo {pan dàl). Era un impasto di farina gialla di granoturco con fichi secchi, uva passa, qualche seme di finocchio; altri ingredienti erano talvolta la farina di segala e la zhuca santa. Cotta precedentemente sul larin sotto la cenere o contemporaneamente sotto la brace del falò, veniva consumata, tra canti e grida di festa, insieme al vin brulè, vino nuovo riscaldato con l'aggiunta di fettine di limone o di mele, droghe alimentari e un po' di zucchero.
In alcune località, attorno al panevin, si consumavano pinze di sette diverse qualità fatte da sette mani diverse: era un segno di buona fortuna nella relazione con gli altri e la comunità paesana. Ma anche il richiamo biblico ai sette giorni della creazione era evidente.
Dopo la pinza si mangiavano talvolta le salsicce di carne dI maiale ucciso da poco, luganeghe e figalet, anch'esse cotte sulla brace del larin. Dopo il Panevin ci si ritirava in casa, ove talvolta si consumava la minestra e il pezzo di carne di maiale conservato per quella circostanza. Più abbondante del solito, quella sera, la razione di polenta. Sul larin grossi ceppi riscaldavano l'ambiente, mentre si continuavano ad attingere robusti boccali di vino perchè era una serata da
trascorrere in allegria.
Il giorno dopo, dalle ceneri della vecia, purificate dal fuoco, nasceva la buona vecchia, la befana, che porta ai bambini i doni e con essi la speranza di una buona annata. La befana portava anche mele, che nella tradizione popolare sono simbolo di fertilità e di salute.

Enrico Dall'Anese

Vedi anche:
Divieto dell’uso di petardi ed altri fuochi artificiali in occasione dei “Panevin 2002”.

 

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