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La vecchia chiesa La Chiesa Parrocchiale - la seconda nel tempo - quantunque abbastanza recente, si trovava in precarie condizioni statiche. Il tetto minacciava di crollare; infiltrazioni avevano corroso parecchie travi e specie i modiglioni che sostenevano le catene. Mons. Gaio poi lamentava il pessimo stato del pavimento. Bisogna dire che aveva anch'essa la sua bella storia. La sua costruzione risaliva al Pievano Francesco
Pittoni, di Aquileia, dottore in Diritto Canonico e Civile, ed era stata sollecitata da una petizione firmata dai capifamiglia di Miane,
Visnà, Vergoman, Campea e Premaor nel 1700. Essa realisticamente faceva rilevare al Vescovo Mons. Lorenzo Da Ponte, molto attento alle esigenze del culto, che la loro chiesa parrocchiale era quasi cadente avendo sulle spalle molti secoli d'esistenza, non poteva più contenere la popolazione ormai cresciuta e appariva ormai inidonea ad una corretta
partecipazione dei fedeli ai Sacramenti e alla Parola di Dio. I Parrocchiani dichiaravano infine di assumersi tutte le spese. Tutto piaceva al Vescovo ma più di tutto, in quel momento, gli recava
sollievo la conclusione perché egli era impegnatissimo nella costruzione della
Cattedrale. Mons. Lorenzo da Ponte delegava per la posa della prima Pietra - la Pietra auspicale - l'Abate Antonio Maria Brandolini che aveva abbandonato la già
promettente carriera delle armi per il Sacerdozio. Come appare dalla foto, la chiesa, in parallelo con la Casa Canonica, aveva il Coro rivolto ad oriente secondo la tradizione, e quasi toccava il vecchio stabile dell'ufficio postale; con la facciata arrivava a qualche metro dall'attuale campanile e tutt'intorno un vasto cimitero si estendeva fino alla metà della nuova Chiesa parrocchiale. Il disegno,
semplice ma decoroso, della Chiesa usciva dallo studio dell'Architetto Conte Ottavio Scotti, discepolo dei Conte Girolamo Riccati di Treviso,
restauratore dell'Architettura. E' lo stesso del Duomo di
Ceneda. Misurava metri 28 in lunghezza e metri 16 in larghezza. Accanto al coro sembra avesse la cella mortuaria. Il dipinto dei
cielo era un affresco dello Scogliare pittore veneziano, molto stimato ai suoi tempi. Nessuno ricorda che cosa rappresentasse e purtroppo dovette essere sacrificato nella demolizione. Aveva dipinti dei Belluci e del Dall'Oglio trasferiti poi nella nuova Chiesa. Nel mezzo della Chiesa v'era la tomba del pievano Donato Nob.
Corradini, defunto nel 1660, recentemente manomessa nei lavori per la strada aperta nel mezzo dei vecchio cimitero. Davanti alla porta maggiore c'era invece disposta la tomba di Mons. Francesco Gaio ancora visibile e ben conservata. Il numero degli altari ed il loro titolo non è stato mai bene precisato nelle varie relazioni. L'Arciprete Dall'Oglio nel 1750 ne ricorda 5: l'altare maggiore con tabernacolo di marmo, S, Filippo Neri, S. Pietro, S.
Antonio e il Rosario. L'Arciprete Da Re nel 1787 e Mons. Gaio nel 1848 ne ricordano 6: Altar maggiore, S. Croce,
Rosario, S. Pietro, S. Antonio e S. Eurosia. Pare che quest'ultimo facesse pendant con il Battistero. Con la nuova chiesa - edificata inglobando la primitiva per poter continuare il servizio liturgico - furono introdotti anche i quattro altari laterali che vediamo nella chiesa odierna. Come stile risalgono al tardo barocco della metà del 1700. Si pensava per il passato che il Pievano dall'Oglio li avesse acquistati in occasione della demolizione di molte chiese avvenuta a Venezia; ma è molto più probabile che sia opera dei nostri valenti lapicidi trevigiani che lavoravano sui moduli comuni di quell'epoca. E la primitiva chiesa di
Mìane?, Ne abbiamo solo un tenue ricordo che ci è stato lasciato da Mons. Nicolò Trevisan Vescovo di Ceneda nella relazione della sua visita pastorale compiuta nel 1475 il 21 aprile.
«Die XXI mensis aprilis praefatus clominup episcopus visitavit in forma consueta ecclesiam plebis Sancte Marie de
Míanis, cuius rector et plebanus est presbjter Albanus. Et jurati fabrice diete plebis sunt ser Antonius
Pantalonus, messer
Bartholinus faber de vicinatu... ... Nota quod dieta ecclesia indiget
reparatione. ... Dicto die praefatus dominus episcopus visitavit ecclesiam de
Combajio...
»
La Nuova Chiesa La Pietra Auspicale
La posa della Prima Pietra ebbe luogo il 17 maggio 1874, giorno dedicato al Cuore Purissimo di Maria Vergine.
La scelta del giorno rivelava la devozione filiale che Mons. Brandolini aveva per la Madonna, argomento frequente delle sue prediche ai fedeli e tema
fondamentale delle sue Missioni. Il Vescovo Mons.
Cavriani, con speciale attenzione, lo aveva delegato per questa onorifica cerimonia.
Già nel 1796 un altro Prelato di Casa Brandolini aveva avuto lo stesso incarico. Mons. Brandolini chiamò a compierla il Prevosto - Parroco di Serravalle Mons. Gaetano
Saccon, sempre premuroso di offrire una parola nuova ai suoi fedeli. Il celebrante procedette prima alla benedizione del luogo dove una croce
segnava il posto dell'Altare Maggiore; quindi benedisse la Pietra stessa, sulle cui facce, incise con una punta di ferro le croci. Recitata poi un'antifona coi salmo, il Celebrante, aiutato dal capomastro, depose la pietra nello scavo praticato
dicendo una preghiera ed aspergendola. Il rito si chiuse con il canto dei « Veni Creator » ed un fervido discorso di circostanza recitato da Mons. Saccon durante la Messa Solenne.
In precedenza era stato posto nell'interno della prima Pietra un bossolo di piombo con la seguente dedica dettata a ricordo dell'avvenimento dallo stesso Mons.
Brandolini: D.O.M. . Anno reparatae salutis M]DCCCLXXIV - die XXVII Maji . Regnante Summo Pontifice Pio IX - Pontificatus anno XXVIII . Rev.mus D. Nob. Sigismun- dus Comes Brandolini - Cubicularius a segretis Supranumerarius - Sanetitatis D.D. Piì Pp. IX - Archipresbyter - Huius Paroeciae - Hanc Ecclesiam a fundamentis pro viribus - adjiuvante plebe - erigens . facultate ab Episcopo Cenetensi - Ill.mo ac Rev.mo D.D. Corradino Maria ex March. Cavriani - Rabita - Pro huius primarii lapidis benedictione ac impositione - Rev.mum D.num Cajetanum Saccon - Prae- positum Parochum de Serravallo -
advocavit. Faxit Deus. Il corso dei
lavori
Il progetto presentato dall'Architetto Segusini peccava forse di grandiosità e quindi di non facile esecuzione. Mons. Brandolini ricorse ancora alla Ditta Giuseppe Narduzzo di
Farra di
Soligo, impresa di provata esperienza e fornita dei mezzi adeguati. Le prime difficoltà comparvero quando si cominciò a tracciare e a gettare le fondamenta. Il terreno, specialmente lungo l'asse della strada comunale era instabile per copiosi rigurgiti d'acqua.. In un primo momento si pensò addirittura di adottare il sistema veneziano dei pali infissi. Si trovò il rimedio con lo scavo di fondamenta profonde e larghe quasi
quattro metri, le quali non impedirono però un leggero cedimento sull'angolo destro della facciata. Esso interessò - spezzandolo - l'architrave della porta laterale. L'area della Nuova Chiesa era vasta. Occupava una buona metà del vecchio Cimitero ed una porzione della « Centa »
prebendale. Il coro era rivolto al tra- monto; allora non esistevano né il Municipio né le attuali Scuole. Qualche diffi- coltà deve essere sorta al riguardo se anche oggi si ricorda il verso popolare «oh
Athellentha, deh restè co noi, farem la porta dove votè voi»! Edificio fuori dell'ordinario, la nuova Chiesa richiedeva un fabbisogno di
materiali il cui volume era davvero eccezionale in legname, sassi, pietrame, calce, travi, acqua, sabbia, tavelloni e tegole. Il cantiere rumoroso e movimentato offriva uno spettacolo mai visto nei nostri paesi. Internamente andava crescendo ogni giorno il castello delle armature in
sintonia con la crescita delle muraglie, s'allungavano i piani inclinati sui quali
cigolavano le carriole, ed in alto stridevano le carrucole azionate dai mulinelli
a corda rustici ma efficienti. Nel rumore assordante s'intrecciavano ordini e richieste, talvolta invano ripe- tute, come in una piccola Babele. All'esterno l'animazione - quasi staccata dai meccanismi rigidi interni - dava una idea più spontanea e più umana del lavoro che si andava
compiendo. Pro viribus adjuvante plebe
L'entusiasmo dei fedeli si concretizzb in un concorso e collaborazione a livello generale. Da ogni angolo del paese giungevano, col materiale più vario, carretti e carri dei coloni dei Conti
Brandolini, della Contessa Ocra e delle famiglie di Mìane. S'erano scavate enormi fosse per la calce che proveniva dalle Fornaci dei Tommasi di Tarzo e dalla fornace della Madonna del Carmine. L'acqua era dedotta da una piccola fontanella nella Centa ma per la maggior parte era prelevata con le brente dalle
Fontanazze, sorgive abbastanza ricche e poco distanti. Le prestazioni erano delle più varie. Ma quello che faceva notizia era la messa in opera di una catena di montaggio « sui generis » vivente e gioiosa. Ordinati in una fila ininterrotta, uomini, donne, ragazzi e ragazze si passavano di mano in mano i sassi non troppo pesanti che simultaneamente venivano liberati dalla vecchia chiesa in demolizione ed alimentavano di continuo il sudato lavoro dei muratori. La stessa scena generosa si ripeté, su scala ancora più grande, quando la catena di mani si stabilì tra la Chiesa e la cava di pietre sovrastante in località « Rusciè ». Mons. Brandolini s'aggirava meravigliato e riconoscente tra gli improvvisati operai di ogni ora rivolgendo loro parole di incoraggiamento e somministrando vino e companatico. Tutti i Mianesi potevano dire di aver portato la propria pietra alla fabbrica. Mons. Brandolini aveva inserito nell'iscrizione della prima pietra questa frase « pro viribus adiuvante plebe ». E fu, conoscendo il cuore dei suoi fedeli, facile profeta. L'atto più impegnativo di questa epopea paesana consistette nella
incastellatura delle capriate e della loro
imbrigliatura. Bisognava ottenere travi della campata di quasi venti metri ciascuna. Ci si riuscì per mezzo di un innesto ingegnoso - brillante dal lato tecnico - e non- dimeno di una resistenza a tutta prova. I nostri capimastri l'ammirano ancor oggi. Sono le catene che sostengono le correnti del tetto e le assi del soffitto sopportando il peso dell'uno e dell'altro. Chi per avventura s'introduce tra loro ha l'impressione di esplorare una selva quasi vivente nella quale si avverte - più che in un moderno edificio calcolato col compiuter e scolpito nel cemento - l'umanità e la gentilezza unite alla
fantasia e alla semplicità. E' nominato il
vescovo di Chioggia
Anche se il pensiero di poter essere nominato Pastore di una Diocesi è un desiderio - secondo S. Paolo - encomiabile, questa previsione non s'era mai
affacciata alla mente di Mons.
Brandolini. La sua umiltà glielo impediva in modo assoluto. Siamo nel 1877, nel pieno fervore dei lavori della Chiesa che hanno
impegnato tutte le sue forze sul duplice fronte pastorale ed economico. Il Santo Padre Pio IX gli comunica la nomina a Vescovo di
Chioggia. Per Mons. Brandolini è un fulmine a ciel sereno. N'è letteralmente costernato. Si porta subito a Roma e al Sommo Pontefice domanda di essere dispensato
non sentendosi all'altezza della missione di Vescovo ed adducendo il suo
temperamento portato alla tristezza. Il Papa Pio IX, che ha il gusto e la tendenza alle
battute - gli risponde che nei momenti di depressione troverà l'antidoto col leggere le « Barufe Ciosote » di
Goldoni. Ma quando Mons. Brandolini insiste nel rifiuto facendo rilevare al Papa che non può lasciare la sua Parrocchia ed i suoi fedeli con tutti gli impicci di una grande chiesa in costruzione, Pio IX ha un grande sorriso e lo congeda dicendogli: « Siamo d'accordo, continuate la vostra missione parrocchiale, vorrà dire che la vostra Chiesa la consacrerete voi stesso ». Mons. Brandolini ritornò a Miane col cuore sollevato certo di aver stornato dal suo capo un grave pericolo. E tornò con animo sereno alla sua intensa abituale attività. La
chiesetta di S. Vito
E qui entra in scena l'oratorio di S. Vito. Non possiamo passarlo sotto
silenzio perché sostenne egregiamente il ruolo di Chiesa comparrocchiale per qualche anno. Utilizzata ben presto la vecchia chiesa per avere a portata di mano il suo materiale, Mons. Brandolini scelse per le celebrazioni liturgiche l'Oratorio di S. Vito in Visnà come il più centrale rispetto alle frazioni e vi trasferì il
SS.mo. Lo rese funzionale aggiungendovi una grande tettoia adattata in modo da rac- cogliere e proteggere i fedeli che così la
frequentarono senza notevoli disagi. La nuova chiesa
è aperta al culto
Siamo ormai alla metà del mese di dicembre del 1878. Dopo quattro anni di intenso lavoro, il Sacro Edificio, liberato dalle impalcature, si erge maestoso nel biancore della sua tinta. La sera della vigilia, sull'imbrunire, viene fatto il trasporto del SS.mo da S. Vito e all'indomani il nuovo Tempio è aperto al Culto di Dio e alla fede del popolo di Miane. E' il suo primo giorno di vita e coincide quasi col primo giorno di vita di una bimba che Mons. Brandolini ha voluto ricordare uniti nella sua relazione che trascriviamo. « li 22 dicembre 1878 - ZANUS Benedetta Luigia, figlia di Giovan-Battista di Giovanni e di Maria Spader di Angelo, nata oggi alle ore 3
antim., ed oggi fu battezzata dal Padre Leopoldo Pieralise (de licentia) - Madrina VimMaria moglie di Luigi di Vergoman». Questo fu il primo Battesimo amministrato nella nuova chiesa
arcipretale, la quale fu benedetta nel giorno 15 corr. 1878 dall'Ill.mo Mons. Carlo Nardi, Proto- notario Apostolico, Arciprete di
Vazzola, Delegato da Sua Eccellenza l'Ill.mo Mons. Corradino Maria de' Marchesi
Cavriani, Vescovo di Ceneda, fra una moltitudine di popolo devoto e fervido di caldo affetto per lo zelo della Casa di Dio, il quale, come un'onda fluttuante, irruppe nel tempio novello con tanto e tale fervore ed impeto religioso, che li Reali Carabinieri a stento poterono rallentare la voglia ardente di ognuno di entrare per la prima volta nella Casa del Signore. Fu cantata la prima Messa di Mercadante dai nostri filarmonici uniti a quelli di
Follina, diretti dal Parroco di Combai, Don Giovanni Frare. La banda di Soligo rallegrava la Santa Funzione con le più soavi e toccanti melodie. Mons. Nardi teneva analogo e fervido sermone e fu chiusa la sacra solen- nità con il canto del « Te Deum » e la Benedizione col SS.mo Sacramento. Non si poté compiere la processione che era preparata solennissima perché copiosa neve ed un orrido vento si opposero crudelmente al compimento di
questo atto pubblico di fede che voleva manifestare si buona popolazione unita col sottoscritto Arciprete Monsignor Sigismondo Brandolini - Rota ». Il
Centenario Lavori nel centenario della
chiesa
La vita dei Popolo di Dio è legata a filo doppio alla sua formazione liturgica. Metodi, mezzi, finalità per conseguirla sono stati indicati dal Concilio
Vaticano Secondo con la Costituzione « De Sacra Liturgia ». La Chiesa di Miane aveva assoluto bisogno di adeguarsi in modo stabile e definitivo e fu l'impegno assunto con decisione da Don Marco Pizzol che fece il suo ingresso in parrocchia nel 1974. La Parrocchia si liberò alla svelta e con disinvoltura dei peso non indifferente dei residui debiti. Un Consiglio Economico di nuova nomina aveva lavorato sodo in questo senso. Intanto si avvicinava il centenario della Chiesa che bisognava onorare con una degna commemorazione. Un primo stralcio di lavori interessarono il
Santuario del Carmine. Punto cruciale riguardante propriamente la Chiesa Parrocchiale era un nuovo Altare sostitutivo del grande Altare Maggiore Il nuovo Altare
doveva essere visibile da tutta l'assemblea ed il più vicino possibile ai fedeli come esigito dalla riforma liturgica introdotta dal Concilio. Impensabile trasferire il grande altare esistente. Demolirlo voleva dire quasi distruggerlo. Sarebbe stata una cosa assurda. La soluzione idonea, approvata dalla Commissione di Arte Sacra Diocesana
e accolta con generale soddisfazione, fu ritenuto l'assetto di una nuova grande Mensa marmorea, avanzata verso il popolo su spaziosi gradini, circondata da una comoda piattaforma, in continuità del presbiterio. Quello che fino a poco tempo fa era un pio desiderio ed argomento di
discussione, di pareri diversi, di condizionamenti tradizionalisti, è stato tradotto con slancio generoso dei Mianesi nella realtà. Il nuovo Altare verrà consacrato con riti grandemente simbolici da S. E. Mons. Antonio Cunial Vescovo di Vittorio Veneto, il 5 maggio prossimo, data centenaria della consacrazione della Chiesa e verso il quale convergeranno, con le linee archi- tettoniche dell'Edificio Sacro e la nuova strutturazione dello spazio
presbiterale, i volti ed il cuore dei fedeli. A memoria imperitura, è stata introdotta in un cilindro di piombo, collocato sotto l'altare, una pergamena con la seguente iscrizione: « D. 0. M. ac B. MARIAE NASCENTI - B. MARIAE V. DE CARMINE PEREGRINANTIS IN PAROECIA - PATROCINIO - IOHANNIS PAULI II SUMMI PONTIFICIS - AUSPICIIS - HANC INOVAM MENSAM - QUO FRUCTUOSIUS SACRA MYSTERIA CRHISTIFIDELES - PARTICIPARENT - AMPLIS GRADIBUS PRESBYTERIO ADIECTIS - POPULUM VERSUS PRODUCTAM - PAROCHUS ET PLEBS MIANARUM - UNANIMITER ERIGENDAM CURARUNT -
ILL.MUS. AC REVMUS D. D. ANTONIUS CUNIAL EPUS VICT. VENE. JUXTA RITUM INSTAURATUM DEDICAVIT - ANNO SAE- CULARI HUIUS TEMPLI - A REVMO D. SIGISMONDO DE CO. BRANDOLINI ARCHIPRESBYTERO - EXSTRUCTI . MENSE AC DIE CONSECRATIONIS - AB Interno con altare nuovo
EODEM EPO COADIUTORE ANT. CENET. ELECTO PERACTAE - MARCO PIZZOL DE MONTANARA ARCHIPRESBYTERO PAROCHO - AEGISTO COLMELLERE SYNDICO - PRIMO MANTESE ARTIS PERITO - BORTOLINI IOSEPHO Q. ALO1SII - BORTOLINI PAULO Q. IOSEPHI - BORTOLINI VICTORIO Q. MARINI - DE BIASI PAULO ANTONII FILIO - DE ZOTTIS MARCELLO Q. ALOISII - VIAN ALOISIO Q. ANGELI - LUI CELESTE Q. NEARCHI CONSILIO OECONO- MICO DEPUTATIS -
TESTIBUS. a. d. IV Nonas Majas A.D. MCMLXXIX. A Dio Ottimo Massimo e a Maria Nascente
Sotto il patrocinio della Madonna dei Carmine
Pellegrina in parrocchia con la benedizione particolare del Sommo Pontefice
Giovanni Paolo II
il parroco ed i parrocchiani di Miane
unanimi eressero questo nuovo altare
disposto verso il popolo su ampi gradini aggiunti
al presbiterio
perché i fedeli potessero più fruttuosamente
partecipare ai Sacri Misteri
e
l'Ill.mo e Rev.mo Mons. Antonio Cunial Vescovo di Vittorio V.
lo dedicò secondo il rito rinnovato
nel centenario di questo tempio
edificato da Mons. Sigismondo Brandolini Arciprete
e nel mese e nel giorno della sua consacrazione
compiuta dallo stesso Arciprete Vescovo Coadiutore eletto
di Ceneda
Don Marco Pizzol da Montaner Arciprete Parroco
Prof. Egisto Colmellere sindaco
Prof. Primo Mantese Progettista
Bortolini Giuseppe fu Luigi - Bortolini Paolo fu Giuseppe
Bortolini Vittorio fu Marino - De Biasi Paolo di Antonio
De Zottis Marcello fu Luigi - Vian Luigi fu Angelo - Lui Celeste fu Nearco
del Consiglio economico
Testi
5 Maggio 1979 Importanza e simbolismo dell'altare
Nutriamo il fondato timore che alcuni abbiano considerato l'installazione della Nuova Mensa soltanto come un ornamento del tempio e quindi forse come una spesa quasi superflua. A costoro è probabilmente sfuggita l'importanza ed il simbolismo formatore ed educatore dell'Altare che il Pontificale Romano non esita ad identificare con
Cristo: « Altare Christus est ».
l. Memoriale della Passione e Morte di Cristo, monumento del suo amore, pietra del Sacrificio nel quale si rinnova misticamente ogni giorno quello del Calvario, mensa celeste sempre imbandita, donde si riceve il pane della vita eterna, l'Altare è la cosa più augusta del Tempio e la ragion d'essere del sacro edificio; senz'Altare la chiesa non ha alcun significato.
2. Esso è il centro della Liturgia. Il Celebrante siede alla sua destra, il clero, i chierichetti ed il popolo gli fanno corona. Nessun ministro osa salirvi senza aver prima confessato i propri peccati e purificata l'anima con i sentimenti della vera contrizione. All'Altare sono riservati i maggiori segni di venerazione e di rispetto: il bacio dell'amore e l'onore della
incensazione.
3. Tutti gli atti della vita cristiana che si riferiscono alla nostra origine e al nostro fine soprannaturale hanno una stretta connessione con l'Altare. Le acque del Battesimo scaturiscono dal costato di Cristo che ogni giorno dall'alto dell'Altare distende di nuovo le sue braccia redentrici; gli Olii delle sacre unzioni ricevono sull'Altare la loro virtù santificante; sull'Altare si compiono i misteri della
Eucarestia; intomo all'Altare i ministri del Signore vengono iniziati a quella sublime dignità che li fa rappresentanti di Cristo; all'ombra dell'Al- tare la nostra spoglia mortale riceve l'estrema benedizione prima di risolversinella polvere dei sepolcro. Perciò gli antichi lo volevano « unico, isolato » nel mezzo della Chiesa « eleva- to » da terra sia perché visibile a tutti, sia perché esprimesse la sua funzione di elevare le anime a Dio.
4. Il suo significato spirituale ha ancora nuovi aspetti preziosi. L'Altare è di pietra e la Pietra è una figura biblica di Cristo; cinque unzioni sono tracciate sulla pietra dell'Altare e richiamano le cinque piaghe del Redentore. La Pietra è purificata da numerose abluzioni, perché rappresentano il Pontefice eterno, innocente santo immacolato
(Eb. VII). Riceve parecchie unzioni con l'olio dei Catecumeni e col Sacro Crisma, perché
è l'emblema di Colui di cui fu scritto « lo Spirito del Signore riposa su di me, per questo egli mi ha unto ».
5. Un altro simbolismo deve essere caro al cristiano. 1 nostri avi hanno veduto nell'Altare
l'unità della Chiesa. Dio vuole l'unità di tutti i fedeli nell'obbedienza ad un solo Pastore. La Chiesa cattolica, che nel luogo più augusto presenta una sola « Cattedra ed un solo Altare » significanti l'unità di giurisdizione e l'unità del Sacerdozio è l'espressione viva di queste verità
primoidiali.
6. Partecipare alle celebrazioni religiose permeati e persuasi di questi ricchi pensieri circa il simbolismo dell'Altare è come emettere una solenne professione di fede e testimoniare una profonda vitalità spirituale.
(Enc. Catt.-Altare). Il cristiano stesso allora, come membro dei Corpo mistico di Cristo, diventa un altare spirituale sul quale offre il sacrificio di una vita santa. L'arte
nella chiesa Arcipretale Immersa nel verde di una piccola macchia di piante lussureggianti quasi secolari, la Chiesa parrocchiale continua a vivere in tutta la sua imponenza la sua vita anch'essa centenaria. La sua mole, che dovrebbe renderla quasi un elemento statico da appesantire il panorama, acquista una snellezza
impensabile dall'indovinato movimento degli elementi disseminati sapientemente attraverso il gioco vario della loro consistenza e della loro misura. I muri perimetrali, infatti, sono intervallati verticalmente da masse emergenti, tre delle quali raggiungono il tetto, creando altrettanti spazi vuoti. Appaiono poi divisi in senso orizzontale dalle linee di apertura alla luce: finestroni e trifore in alto, finestre normali in corrispondenza agli ambienti di servizio e, negli
interstizi di queste, alcune eleganti ogive. E tutta questa intrecciata dinamica sembra far risaltare e convergere ai
monumentali ingressi. La facciata
Un viale pietrato, aperto di recente tra i cedri sempreverdi del sagrato, sul quale sorgeva l'antica, conduce all'ingresso principale della Chiesa
Arcipretale, ornato di un elegante portale, sopra il quale spicca una lapide con la seguente iscrizione: D.
O. M.
Al Salutifero Nascimento
della Vergine
Mons. Sigismondo Brandolini
MDCCCLXXVIII
a la Grande Pietà del Pastore Munificentissimo
I Mianesi Essa è fregiata ai lati dai simboli del Sacerdozio e
dell'Episcopato a ricordo di Mons. Brandolini che quale Arciprete l'ha costruita e come Arciprete - Vescovo l'ha consacrata. E' un ornamento che s'inquadra con buona estetica nella parte inferiore della altissima facciata culminante in tre timpani a mezzo cerchio senza altri
arricchimenti. Interno
La Chiesa è stata concepita con una intonazione di stile romanico
ecclettico, spoglio cioè di individuabili elementi architettonici che gli diano il corso di una versione precisa. Chi vi entra rimane subito colpito dalla vastità dell'interno ad una sola navata e dell'unica volta, nella quale, a guisa di ali, si aprono le vele slanciate, accoppiate a quattro finestroni e a due trifore. Il suo volume risulta da cifre eloquenti: m. 60 x 20 x 25. Quindi l'occhio guidato da due grandi dipinti, posti ai lati dell'arco trionfale del coro, ammira il superbo tabernacolo, sormontato da una pesante corona e vegliato da due graziosi angeli adoranti. Esso poggia saldamente sul robusto altare situato tra l'abside e l'ampio presbiterio, illuminato da due trifore, dal quale oggi, su articolata gradinata, si protende la nuova Mensa, consacrata il 5 maggio 1979, eretta a ricordo dei centenario dei Tempio. Ornano il
presbiterio gli stalli corali nei quali è inserita la Cattedra Arcipretale di stile rococò 1700 derivata dalla vecchia Chiesa. Fino a qualche anno fa dal suo cielo pendeva una grossa lampada d'argento datata 1792. Quattro cappelle laterali dannomovenza e bellezza alla maestà dell'ambiente. Esso sarebbe più che soddisfacente se le due grandi arcate laterali, anche se in armonia con quella del coro e funzionali per gli ingressi, non rendessero eccessivo il vuoto aperto da esse nei fianchi. Sembrano quasi dividere la chiesa in due parti distinte e rompere una continuità che, almeno in parte, sarebbe stata mantenuta con una soffittatura condotta più in alto. Esaminando i moltissimi disegni dell'Architetto Segusini presso il Museo Civico di Feltre, ci siamo imbattuti in quello che pare essere stato il disegno originario della nostra chiesa. Infatti i difetti accennati sarebbero scomparsi se sì fosse mantenuta la sopraelevazione evidenziata in quel progetto di cui
presentiamo un cliché. Il Battistero, collocato in una cappellina a destra dell'ingresso principale, è una grande vasca di marmo sostenuta da tre colonnine a zampa di leone, e forse esce dal laboratorio della Ditta Possamai di
Solighetto. La soprastruttura ha un cimelio dell'antico. Il pavimento è formato da grandi lastroni irregolari di pietra bianca tratta dalle cave presso Belluno. La parte che interessa il coro e la grande Croce intersecante la navata è della stessa pietra ma a due colori: bianco e rosso, a quadrati regolari. Sulle pareti della Chiesa sono installate le 14 stazioni della Via Crucis sotto le stazioni
da unzione consacratoria della Chiesa. L'Organo è uno strumento medio, con un manuale di 50 tasti e una
pedaliera di 17, ambedue spezzati. Dispone di 10 registri più il ripieno a sette file. E' opera indiscussa di Gaetano Callido (Venezia 14-1-1721 - 8-12-1813) e, degli
strumenti del celebre organaro ha tutte le caratteristiche ed i pregi: la sonorità quasi aerea del principale, la composta potenza del ripieno, il timbro dolce e quasi velato dei flauti, la chiara voce della tromba. E' veramente lo strumento di chiesa, la calda voce che invita al raccoglimento e sostiene l'anima nella supplica e nella lode a Dio. L'altare
maggiore
L'altare dei Presbiterio è di marmo olimpico di Carrara ed è creazione della Ditta Arcangelo Zanette di Vittorio Veneto conosciutissima per tante pregevoli opere disseminate nel Veneto. Gli Angeli in adorazione portano la firma di Luigi Bianchi di
Follina, allievo dello scultore Marco Casagrande di Campea di Miane, a sua volta allievo del grande
Canova. 1 due angeli hanno tutta l'aria di essere una copia di altri due gettati in gesso da Andrea Casagrande per la Chiesa di Cison e, considerata la finezza della loro riproduzione nel marmo, ci pare lecito intravedere anche la mano del Maestro. Altri, come il
Bernardi, attribuiscono bozzetto e riproduzione al solo Bianchi. Secondo l'uso tradizionale, l'altare come nome aveva quello della Chiesa. Oggi l'altare ha il solo riferimento a
Cristo. Il nuovo Altare Conciliare
Il nuovo Altare Conciliare è stato espressamente voluto e realizzato, nel suo insieme architettonico, semplice per la scelta dei materiale impiegato, ed anche per il tipo delle varie modanature inserite nell'opera. Il materiale impiegato è la « pietra d'Istria » di natura molto compatta e di colore giallino. La Mensa, ricavata da un unico blocco, misura m. 3 x 1 x 0,20. La Base che ha funzione di reggere la Mensa ha forma rettangolare, con leggere varianti e con i quattro angoli rientranti per dare spazio alle quattro colonnine esagonali. La parte cromatica è tutta dipendente dalla varietà della lavorazione, lucida- tura e bocciardatura delle superfici piane e delle semplici modanature. - L'opera è stata eseguita, con le gradinate che lo sostengono e ne fanno corona, dal vecchio e noto laboratorio artistico di Possamai e Zannoni di
Solighetto. Dipinti
Due grandi quadri spiccano sopra gli ingressi delle sacrestie. L'uno, rappresentante la Natività della Madonna, in documenti d'archivio
(Reg. Batt. 1846) è attribuito al pittore Dall'Oglio di Valmareno (1705-1784), ma tale paternità è fortemente oggi contestata; l'altro è di Antonio Bellucci di Soligo e raffigura la Purificazione della B. Vergine. E' un quadro di valore. Entrambi provengono dalla vecchia Chiesa. Nell'abside, dietro
l'altare maggiore, si può ammirare un quadro con la Natività del Signore. Non si conosce dì preciso l'autore ma- è certo uscito da un buon pennello. E' molto attendibile però la voce che sia opera comune del Piazzetta e del Dall'Oglio suo allievo. Sulle pareti del coro Mons. Brandolini collocò due altre tele. Quella in cornu evangelii ha come soggetto la Presentazione al Tempio e dovrebbe provenire dalla Chiesa demolita. L'autore però finora è ignoto. La seconda in
cornu epistulae ci presenta un Vescovo ed una processione che si ferma innanzi un fiume e man- tiene tuttora l'anonimato dell'autore e del suo significato. La pala dell'altare di S. Pietro è ancora un dipinto del Dall'Oglio e rappresenta la consegna delle Chiavi del Regno a S. Pietro. L'altare di S. Antonio ha da sempre una pregiata ancona lignea (1600-1700) con i santi Antonio, Valentino e Lorenzo. Quest'ultimo santo è pure il Patrono
secondario della Parrocchia. La cappella del Rosario aveva fino a qualche tempo fa una tela con la
Madonna del Rosario con i suoi misteri e potrebbe risalire al 1600. Oggi custodisce la statua della Madonna pellegrina dedicata agli Emigranti. Gli
architetti
Per ultimi, non certo in ordine di merito, vogliamo rievocare la memoria degli Architetti che hanno concepito il disegno della nostra Chiesa, presieduto ai lavori e condotto a felice compimento l'opera richiesta da Mons. Sigismondo
Brandolini. L'Architetto Cav. Giuseppe Segusini ha indubbiamente il merito e l'onore di essere stato l'ideatore del progetto e di averne diretto l'esecuzione per due anni, dal 1874 al 1876. n Cav. Segusini era nato a Feltre il 15 luglio 1801. Con ogni probabilità il suo nome fu suggerito dall'Abate Iacopo Bernardi di Follina suo amico e ammiratore. L'Architetto Segusini ormai s'era affermato in Italia e all'estero con innumerevoli opere - quasi 200 - nelle quali appariva la genialità delle sue
composizioni architettoniche e del disegno prospettico. Ricordiamo fra queste la Cattedrale di Belluno, il Duomo di
Agordo, la Cattedrale di Erlau in Ungheria, il Duomo di Lonigo, S. Rocco di Agordo ed i Teatri di
Innsbruch, di Belluno e di Serravalle Trevigiano. Anche in tarda età si mostrò svegliatissimo ed infaticabile; ne è prova l'ultima sua creazione, la Chiesa di Miane, che vista in quello che crediamo il di- segno originale, dà una impressione davvero esaltante. Moriva cristianamente com'era vissuto a Belluno, non ricco, avendo
sopportato, con dignità di uomo superiore, invidie ingenerose ed amare delusioni. Ebbe funerali imponentissimi a Belluno e a Peltre (vedi il
Tomatico). L'Ing. Dall'Armi di Montebelluna, chiamato a sostituirlo, ereditò un difficile compito. Forse il trapasso non fu indolore. S'affacciò il bisogno di far presto? Venne eseguita qualche modifica importante? Il biografo di Mons.
Brandolini, sempre bene informato, sembra insinuarla. Ad ogni modo questo nulla toglie alla competenza e capacità
dell'Ing. Dall'Armi espertissimo ingegnere.
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