(1)- Bosco di Basalghelle Relitto di bosco
planiziale autoctono, composto da querceto ceduo con presenza di Farnia, Olmo, Carpino,
Pioppo Nero, Pruno Spinoso e denso sottobosco erbaceo.
(2)- Vizze
Significativo toponimo (dal longobardo "wizza"), bosco bandito, che indica la
permanenza di una vasta zona boscosa, sopravissuta alla trasformazione agraria della
colonizzazione romana.
(3)- Tremacque
Denominazione ricorrente per indicare la confluenza di due o più corsi d'acqua.
(4)- Pra' dei Gai
Vasta e suggestiva zona di prateria stabile, periodicamente sommersa dalle piene del
Livenza, quindi con funzione di cassa di espansione naturale; significativa l'origine
longobarda del nome, da "gahagi", che indica un terreno comune riservato al
pascolo.
(5)- Livenza
L'antico "Liquentia", dall'apparente carattere di tranquillo corso d'acqua di
risorgiva, è invece in termini idrogeologici un sistema fluvio-torrentizio per l'apporto
del Meduna-Cellina e del Monticano, con piene improvvise e spesso disastrose di notevole
pericolosità idraulica nel medio corso inferiore dove il fiume attraversa su un alveo
pensile la pianura.
Di particolare interesse naturale e suggestione sono le due principali sorgenti del
Gorgazzo e della Santissima (presso Polcenigo), che sgorgano alla base del massiccio
carsico dell'altopiano del Cansiglio, enorme serbatoio sotterraneo con apporti e capacità
non ancora del tutto esplorati. Alle sorgenti si aggiungono i numerosi fontanili che
affiorano distribuiti allo sbocco delle valli collinari di Polcenigo lungo la fascia delle
risorgive.
Proprio su queste aree paludose, oggi in buona parte bonificate, si sono rinvenute le
testimonianze di insediamenti palafitticoli preistorici, come nel Palù di Livenza e nel
vicino Palù di Cordignano.
Sin dall'antichità le sponde del Livenza sono state quindi area privilegiata di
insediamento, di scambi, di incontro fra culture diverse, innervate da un vettore fluviale
di notevole importanza commerciale. Ricordiamo infatti che attraverso il Monticano il
Livenza collegava come via d'acqua navigabile la romana Oderzo (Opitergium) con Caorle
(Caprulae) e il suo probabile scalo a mare, il "Portus Reatinum", mentre a
Portobuffolè esisteva il "Portus de Septimum", terminal commerciale veneziano
per i "burci" carichi di mercanzie.
Il fiume attraversa diversi ambienti sia naturali che trasformati dall'intervento
antropico: dal tipico paesaggio agrario fatto di piantate, fossi, siepi o filari di salici
alternati a prati o seminativi, al fitto bosco di ripa dei numerosi meandri, fino ai
piatti orizzonti delle bonifiche idrauliche del corso inferiore.
(6)- Portobuffolè
E' l'antico "Portus Buvoledum" dal veneto "bovolo", gorgo, oppure
secondo la tradizione più semplicemente porto dei fufali, quelli stessi che trainavano
dalle rive del Livenza i "burci" veneziani carichi di sale e di mercanzie.
Il porto fluviale (Portus de Septimum) era un importante terminal interno, ceduto nel
997 in locazione dai vescovi di Ceneda (che a loro volta lo avevano ricevuto nel 908
dall'imperatore Berengario) al doge Pietro Orseolo II, ed era difeso da una fortificazione
strategicamente eretta su un'ansa del fiume a controllo del guado. In seguito a numerosi
capovolgimenti di fronte, Portobuffolè venne assoggettata prima da Treviso poi dal
vescovo di Ceneda, dal 1307 divenne feudo di Tolberto Da Camino e infine entrò a far
parte dei territori della Serenissima, dal 1339 fino alla caduta della Repubblica.
La denominazione originaria di "Septimum de Liquentia" testimonia l'interesse
dei romani per il porto e il guado sul Livenza, presso il quale passava la strada che da
Oderzo portava al Norico (Austria) ed esisteva una "statio" posta esattamente al
settimo miglio di distanza da Oderzo.
Il Livenza, fonte di ricchezza commerciale ma anche di disastrose inondazioni, venne
purtroppo deviato nel 1931, abbandonando la parte del suo corso che lambiva il perimetro
murato verso la Porta Friuli. Entrando infatti dalla strada che proviene da Prata,
percorriamo il ponte a due arcate in parte interrate che traversando l'antico alveo
conduce alla Porta Friuli, detta del "torresin", rimaneggiata in epoca
veneziana, che assieme ai tratti di mura posti ai suoi lati e alla maestosa torre di
guardia (28 metri di altezza), costituisce la testimonianza superstite della
fortificazione. L'interno del piccolo centro storico è un gioiello urbanistico e
architettonico: sull'impianto ortogonale trecentesco si sono costruiti nei secoli XV e XVI
semplici edifici di impronta rinascimentale, arricchiti da affreschi ancora in parte
visibili; in particolare è da ricordare la cosidetta "casa di Gaia Da Camino"
(attribuzione popolare storicamente impossibile dato che l'attuale costruzione è
sicuramente più tarda rispetto alla morte di Gaia avvenuta nel 1311), con eleganti bifore
trilobate su portico ad arcate gotiche e con all'interno un affresco che ritrae l'antica
città.
Restano inoltre gli edifici sedi dei pubblici uffici della Serenissima quali il Monte
di Pietà e la Loggia Comunale (attuale municipio), ricavata dalla ristrutturazione
dell'antico "fontego", magazzino dei grani e dei sali.
Uscendo di nuovo da Porta Friuli, si oltrepassa a sinistra l'antico ospedale con
l'oratorio di San Rocco del XV sec. e si raggiunge infine villa Giustiniani (eretta nel
1695), circondata da un giardino punteggiato di statue, con corpo centrale, barchessa e
annesso oratorio di Santa Teresa.