Concorso Lettarario L'AZIONE - Settimanale della Diocesi di Vittorio Veneto

IL SENTIERO DELL'ARCO Di Alberto De Riz

Lunedì 11 marzo, inizia una nuova settimana: ricominciano le lezioni abbandonate la settimana precedente, ricominciano le corse da un'aula all'altra per non arrivare in ritardo, ricominciano le fughe verso la stazione per non perdere il treno. Inizia forse anche la primavera: spuntano i primi fiori e gli uccellini cominciano a cantare. Ogni mattina dal treno saluto le nostre montagne che sembrano ridere: loro sanno bene che mi rivedranno presto. E' una giornata particolarmente limpida tanto che la linea sinuosa delle Prealpi, che si staglia contro il cielo, mi accompagna per quasi tutto il viaggio. Non è facile riconoscere ogni singola montagna quando offre di sé un'altra faccia, diversa dalla solita che siamo abituati a vedere, ma quella sembra essere proprio il Col de Moi! La mia mente non può fare a meno di ripercorrerne la salita, fatta qualche tempo fa, in una giornata altrettanto splendida: ricordo di essere partito da località Peraz di Cison di Valmarino, oltre il piazzale degli alpini, là dove finisce la strada asfaltata e dove ci s'immerge attraverso tortuosi sentieri in immagini, sensazioni e pensieri distanti anni-luce dalla quotidianità. Quel giorno era un'occasione di sfida personale con la montagna, non un confronto ostile ma piuttosto una gara tra vecchi amici, cui piace misurare reciprocamente le proprie capacità. Raggiungere il Col de Moi attraverso il "sentiero dell'Arco" è abbastanza impegnativo, ma sentivo di poter compiere l'ascesa in minor tempo rispetto a quello impiegato la volta precedente: questa era la sfida! Dopo aver indossato il leggero abbigliamento adatto per la corsa in montagna, immediatamente partimmo io e mio papà che staccai quasi subito lungo il sentiero che inizialmente si snoda tra un boschetto di carpini. Superai la cascatella del "Pissol" con lo sguardo fisso a terra attento che qualche radice non mi facesse lo sgambetto; nei passaggi più erti i rami degli alberi venivano in mio aiuto protendendosi verso di me ed offrendomi solidi agganci. La vegetazione cominciava a farsi più rada man mano che salivo, lo sguardo poteva spaziare intorno e vedere nella bassa lontananza il paese di Cison distribuito sapientemente lungo il Ruio, mentre in alto si distingueva il suggestivo arco di roccia: quella finestra attraverso la montagna, si apriva, di tanto in tanto, dopo qualche serie di zig-zag del sentiero, su di una porzione di cielo sempre maggiore; segno questo che mi ci stavo avvicinando. Di corsa leggera sotto la parete che funge da palestra di roccia, a passo spedito nel tratto successivo; l'andatura fu nuovamente ripresa lungo il sentiero erboso che spiana prima dell'arco. Le stoppie impedivano una corsa agevole, bisognava prestare attenzione a dove mettere i piedi; sul terreno le tracce dei più assidui frequentatori di quei luoghi: i caprioli. Poco dopo potei affacciarmi sull'ampio fornice naturale per godermi il paesaggio; papà arrancava più in basso; un fischio, un cenno di saluto con la mano e via! Si riprendeva il tragitto per il Col de Moi; il tempo intermedio era buono, potevo farcela... Dopo un altro passaggio impervio superato senza problemi, nonostante la fatica si facesse sentire, ecco il sentiero che si allungava lungo la cresta del Monte Schiaffet fino a Forcella Foran; qui l'aria era più fresca, forse qualche brivido era dato anche dal vedere, qualche centinaio di metri più sotto, la strada del Passo Praderadego sulla sinistra e quella che invece porta al Bosco delle Penne Mozze sulla destra. Ormai il Col de Moi, che per tutto il tragitto si nasconde dietro lo Schiaffet quasi per non intimorire col suo aspetto serioso e sacrale colui che vi si avvicina, appariva prossimo, ma il sentiero che da Forcella Foran arriva alla cima, esposto al vento che soffia perennemente in senso contrario e senza un albero che possa fare da riparo, fu il tratto più duro; era l'ultimo sforzo dopo il quale avrei potuto respirare a fondo e recuperare le forze. Strinsi i denti e mantenni l'andatura anche quando le irregolarità del terreno mettevano a dura prova le caviglie. Finalmente raggiunsi la cima, era la croce, che dovevo toccare, dopo di che stoppare il cronometro: il tempo impiegato era di parecchi minuti inferiore alla precedente crono-scalata.
La sfida era stata vinta, la montagna mi aveva comunque aiutato e mi aveva offerto come premio un panorama incomparabile a 360°: a nord-ovest, si intravedevano le Vette Feltrine, in parte nascoste dalla dorsale che dal Cesen scende a Lentiai; risalendo l'ampia valle del Piave si notavano, alle propaggini del Pizzocco, dietro il quale si ergeva la cima dell'Agner, i centri di Cesiomaggiore e di S.Gregorio. Ai piedi dello Schiara e del Monte Serva, si estendeva Belluno con tutte le sue frazioncine. Il panorama ad est era occupato dal Visentin, ma a sud si poteva intuire che quel luccichio all'orizzonte, oltre la pianura trevigiana costellata di paesi, era proprio il mare! Il poter cogliere in un solo giro su se stessi due realtà così diverse, la montagna e il mare, faceva sentirsi veramente un puntino isolato, ma parte integrante dell'ambiente.
Talvolta, quotidianamente ci si può sentire isolati nel bene o nel male, ma difficilmente si comprende l'unitarietà della nostra vita con la Vita e del nostro mondo con il Mondo intero. Non so bene dire se fosse passato un secondo o un secolo da quando ero entrato in contemplazione, ma ad un certo punto sentii una pacca sulle spalle: "Bello, eh?". Anche mio papà era arrivato lassù e ora mi spiegava le cime visibili. Un colpo di vento sferzante ci gelò il sudore lungo la schiena e per non rischiare un malanno decidemmo di scendere contro la nostra volontà. Dopo una rapida firma sul registro di vetta ci lanciammo giù per il sentiero stavolta con il vento a favore. Raggiunta di nuovo Forcella Foran, percorremmo la cresta dello Schiaffet in scioltezza; anche i passaggi difficoltosi affrontati in salita furono agilmente superati. Ormai eravamo giunti di nuovo presso l'arco di roccia, ci guardammo indietro per vedere dove ci trovavamo pochi minuti prima e nella mente potevo ancora rivedere il panorama che mi si era impresso indelebile. Senza il pensiero di dover raggiungere la cima, che mi aveva accompagnato durante la salita, la vista sulla Vallata sembrava quasi più piacevole e spensierata. Lasciatoci alle spalle l'arco scendemmo di nuovo per il tratto di sentiero esposto al sole che ci scaldava; più in basso gli alberi offrivano la loro ombra, finché alla cascata del "Pissol" potemmo abbeverarci e ristorarci. Ci bagnammo il volto e la nuca con l'acqua fresca; era il più bel regalo che la montagna potesse farci in quel momento. Riprendemmo la discesa al passo, ormai eravamo in prossimità del luogo dove avevamo lasciato l'auto, infatti ci arrivammo poco dopo, stanchi, ma soddisfatti. Tornando a casa passai per quei luoghi che dal Col de Moi vedevo piccini, rivalorizzavo tutti i particolari cui, fino ad allora, non avevo mai badato e sentivo che parte di me era rimasta lassù sulla cima a contemplare il paesaggio. *** Ormai dal treno il Col de Moi non è più distinguibile, fra poco quando la linea ferroviaria devierà verso sud non lo rivedrò più, almeno fino a quando non tornerò a casa questo pomeriggio e non deciderò di andare a trovare quella parte di me che ho lasciato lassù in una giornata particolarmente limpida quanto questa.

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