CAPITOLO IX


IL SOTTOSISTEMA FITOLOGICO

 

Il paesaggio vegetale, rappresenta un aspetto rilevante del paesaggio inteso nella sua accezione più ampia. Negli studi di Landscape Ecology, grande valore assume la carta della vegetazione elaborata secondo metodi fitosociologici, che individuano nella vegetazione l'espressione migliore e più sicura del bilancio naturale nel suo complesso intreccio inorganico e biotico e l'indicatore della struttura delle correlazioni intermedie consolidatesi negli anni.

Lo studio del paesaggio vegetale in fitosociologia inizia con il riconoscimento delle comunità di piante (associazioni) definite da una combinazione statisticamente ripetitiva di entità, alla quale si giunge attraverso la comparazione dei rilievi, costituiti da tutte le specie che si rinvengono in una zona uniforme per caratteristiche floristiche, strutturali ed ecologiche. Per riconoscere le associazioni si usano le specie guida o specie caratteristiche che si ritrovano solo in quella determinata associazione e mancano in quelle vicine.

La vegetazione non rappresenta comunque qualcosa di stabile: i boschi possono venire abbattuti dal vento, dal fuoco o dall'uomo; i prati vengono pascolati e falciati; le paludi si prosciugano, ma dopo il fatto catastrofico normalmente tende a ricostituirsi fino a ritornare alle condizioni naturali. A queste cause va inoltre aggiunta la tendenza naturale a crescere fino ad occupare tutto lo spazio disponibile, compatibilmente con le risorse esterne e con i fattori genetici interni. Non si tratta solamente di crescita quantitativa ma anche di aumento del numero di individui e spesso anche delle specie presenti. In questo modo si giunge ad un progressivo aumento della complessità della vegetazione, che risulta massima nel bosco.

Il processo che comporta variazioni rilevanti nella vegetazione viene denominato successione. Una singola successione è composta da almeno due associazioni (di solito fino a 5 o 6), che si succedono l'una all'altra con regolarità formando una serie. Le prime di queste (oppure la prima), ricevono il nome di associazioni pioniere; lo stadio di vegetazione finale viene indicato come climax, condizione comunque teorica, raramente osservata. Per questo motivo, quando la vegetazione ha raggiunto un certo equilibrio con le condizioni locali, si preferisce parlare di vegetazione naturale potenziale anzichè di climax. La vegetazione reale nei nostri paesaggi antropizzati,coincide raramente con queste comunità naturali, che nell'Europa centrale sono per lo più rappresentate da comunità forestali; di solito, si trovano comunità sostitutive condizionate dall'uomo.

Quando invece le interrelazioni, che si stabiliscono tra le specie e tra i siidui, agiscono come stabilizzatori del sistema, le trasformazioni vengono ostacolate e si parla di omeostasi.

 

1) Ecosistema fluviale

La vegetazione ripariale, si differenzia nettamente da quella dei terreni asciutti circostanti poichè le sue componenti biotiche sono selezionate non tanto dal clima generale o locale, quanto dal regime delle acque che condiziona la genesi del suolo, la disponibilità idrica, il rifornimento di sostanza nutritiva, ecc. Nella golena, il livello stagionale dell'acqua corrente e della sua falda freatica, seleziona tutte quelle specie che non tollerano di avere fusto e radici più o meno costantemente sommerse, come il faggio, la rovere, gli aceri. Per questo motivo, la distribuzione delle diverse cenosi vegetali diventa funzione dei livelli raggiunti dall'acqua nei diversi periodi dell'anno: tra il livello di magra e il livello medio raggiunto in estate vivono solo specie erbacee (con piante annuali, canne ed erbe palustri); tra il livello medio estivo e quello di massima normale regna il bosco golenale a legname tenero (con salici, pioppi e ontani); tra il livello di massima normale e quello di massima assoluta il bosco golenale a legname duro (con olmo, frassino e farnia); solo oltre il livello di massima piena, ossia fra i campi coltivati, può diffondersi il bosco planiziale con quercia e carpino. Una simile sequenza vegetazionale è possibile comunque solo in condizioni di equilibrio e naturalità e in assenza di elementi perturbatori quali l'azione dell'uomo e l'alternanza della portata, entrambi riscontrabili nell'area studio. La vegetazione climatica potenziale, rappresentata dal querco-carpineto planiziale, cioè dal bosco subigrofilo e mesofilo di latifoglie con farnia e carpino bianco in posizione dominante, a causa del trasporto e deposito di detriti che ringiovaniscono continuamente i suoli impedendo loro di evolversi verso substrati più maturi di matrice limosa, ha lasciato il posto ad un bosco ripario che non mostra capacità evolutive oltre il consorzio misto di pioppi e salici anche nelle situazioni più evolute. Manca oltre al querco-carpineto, che si afferma solo dove i suoli vengono risparmiati dalle piene più eccezionali, la tipica quinta con olmo e frassino.

I tipi di vegetazione che popolano l' ecosistema fluviale dell'area in esame possono essere suddivisi nelle seguenti categorie:

- Boschi ripariali

- Arbusteti ripari e di greto

- Formazioni erbacee

- Comunità idrofitiche delle depressioni e dei canali

- Coltivi e altre formazioni artificiali

 

1.1) Boschi ripariali

Il salici-populeto

Rappresenta la situazione preclimatica destinata a mantenersi stabile per lungo tempo in relazione ai condizionamenti derivanti dal livello della falda e dagli episodi di ringiovanimento. Il bosco maturo con salice bianco e pioppo nero quali specie guida, ha una struttura arborea di notevole pregio (altezze di 25-30 metri), una ricca componente arbustiva e una composizione erbacea variabile che risente dei fenomeni di eutrofizzazione. La variante in cui Salix alba domina nettamente sul pioppo è la migliore e rappresenta la situazione pioniera in cui il rifornimento idrico si mantiene costante e la matrice del suolo è quasi esclusivamente di natura limoso-argillosa. Nuclei in cui prevalgono ora l'una o l'altra delle due specie guida si susseguono in relazione alla morfologia del suolo con frequenti compenetrazioni. La presenza di Alnus glutinosa individua zone in cui il ristagno idrico è più prolungato.

Tra le specie più caratteristiche del sottobosco erbaceo sono presenti Carex pendula e Carex Remota, entità che rivelano una buona qualità ambientale, entrambe specie caratteristiche dell'Alno-Ulmion che include i boschi di latifoglie più igrofili e maturi. Il sottobosco comprende anche numerose entità nitrofile come Sambucus nigra e Rubus caesius, ma rimangono ancora possibilità di recupero fino a quando nella composizione non compare la robinia, rappresentante un sintomo di degrado irreversinbile.

Alcune cenosi della suddetta formazione, sono caratterizzate da bassa densità e da segni di senescenza precoce in seguito ad incendi e variazioni del livello della falda.

 

Le formazioni a salice cinerino

Il Salicetum cinereae è il saliceto che più di ogni altra vegetazione legnosa è in grado di sopportare lunghi periodi di inondazione e che peraltro si localizza lungo le anse del fiume o le sue adiacenze dove l'acqua ristagna o defluisce lentamente e affiorano le risorgive. Risulta spesso infiltrata da ontano nero e forma una compagine molto compatta; ha la capacità di ramificarsi fin dalla base divenendo così ricettacolo di una variegata componente avicola acquatica. E' composto da diversi salici (S. cinerea, S. triandria, S.purpurea, S. eleagnos), ontano nero (Alnus glutinosa), frangolina (Frangula alnus), dal cui strato si possono elevare singoli esemplari di pioppo nero (Populus nigra) e salice bianco (Salix alba). Le componenti erbacee sono poche e per lo più legate ai canneti che fanno da contorno.

 

Il robinieto

Il bosco puro di robinia rivela una situazione di disturbo avanzato e non recuperabile nel breve e medio termine. le sue caratteristiche biologiche di scarso rilievo, hanno portato ad un sottobosco molto impoverito sia nello strato arbustivo che in quello erbaceo con una netta prevalenza di specie sinantropiche più o meno nitrofile.

 

1.2) Gli arbusteti di latifoglie miste

Il saliceto di ripa

Il consorzio prevalentemente arbustivo caratterizzato dalla netta prevalenza di Salix eleagnos, spesso accompagnato da Salix purpurea, occupa le aree di greto sovralluvionate ma stabili almeno per qualche decennio: frequentemente è invaso da amorfa e da entità dealpinizzate qui fluitate dalle acque. Nello strato erbaceo si trovano entità tendenzialmente xerofile e in minor quantità specie più o meno igrofile. L'aumento di specie nitrofile e sinantropiche segnala la progressiva degradazione. Queste aggregazioni vegetazionali sono soggette a frequenti episodi di ringiovanimento causa le variazioni nel tempo dei rami principali e secondari del fiume.

 

L'amorfeto

E' un consorzio arbustivo con dominanza dell'Amorfa fruticosa, specie di origine nordamericana, ormai naturalizzata e in via di espansione lungo il fiume e gli incolti adiacenti. Partecipa all'associazione la Buddleja davidii , specie ornamentale di origine asiatica.

L'amorfeto rappresenta la principale formazione di sostituzione del saliceto di ripa, rispetto al quale è anche più termofilo. Lo strato erbaceo ricalca quello del saliceto di ripa con prevalenza di entità subxerofile.

 

Il corno-ligustreto

Si tratta di un raro esempio di comunità delle siepi che ricorda la tipica siepe termofila della fascia collinare e dell'alta pianura, oggi rarissima a causa dei mutamenti della struttura del paesaggio agrario. Oltre a sanguinella e ligustro, nettamente dominanti, sono presenti Crataegus monogyna, Rhamnus catarticus, Acer campestre, Fraxinus ornus, Corylus avellana, Lonicera caprifolium, Humulus lupulus. La vicinanza con gli ambienti del greto è segnalata da salici e amorfa.

 

1.3) Le formazioni erbacee magredili

Le alluvioni del Piave presentano aspetti morfoligicamente ed ecologicamente simili ai magredi friulani (formazioni erbacee di aspetto steppico a prevalenza di graminacee su alluvioni ghiaiose), che caratterizzano lo sbocco dei torrenti Cellina e Meduna nell'alta pianura. Questi ambienti di straordinaria ricchezza floristica per la presenza di elementi endemici, di specie microterme provenienti dalla zona montana e di entità xerofile azonali di provenienza illirica, sono stati distrutti dalle arginature e dalle coltivazioni agrarie. I pochi lembi rimasti, concentrati in prevalenza tra Maserada e Spresiano, sono agibili a numerosissimi frequentatori per buona parte dell'anno e pertanto soggetti a calpestio che favorisce la diffusione di specie banali e sinantropiche.

Tra le specie significative di questi ambienti risaltano Stipa eriocaulis subsp. austriaca, Scorzonera austriaca, Plantago holosteum, Cytisus pseudoprocumbens, Orchis coriophora, Potentilla australis.

1.4) Le formazioni erbacee nitrofile e ruderali

Popolano gli ambienti maggiormente soggetti al disturbo ed esprimono situazioni di degrado più o meno accentuato. Il fiume convoglia nei periodi di piena materiali vari ( immondizie comprese ) nelle zone dove inizia la successione i cui consorzi sono dominati da Bidens ripartita, Agrostis stolonifera, Poa bulbosa, Poa compressa, Artemisia vulgaris, Bromus sterilis, Helianthus tuberosum, ecc.

 

1.5) Le comunità idrofitiche delle depressioni e dei canali

Si tratta di ambienti la cui potenziale valenza ecologica viene raramente raggiunta e sostituita da consorzi floristici impoveriti, deturpati e soprattutto eutrofizzati. Grazie alla dinamica naturale del fiume esistono tuttavia piccoli lembi in cui si possono sviluppare comunità idrofitiche capaci di mantenere un apprezzabile livello di biodiversità, composte da Berula erecta, Nasturtium officinale, Veronica anagallis-aquatica, Ranunculus trichophyllus, Phragmites australis, ecc.

 

2) Ecosistema collinare

Nei microcori collinari dell'area studio, il bosco presenta una generale uniformità, per la prevalenza di formazioni dell'orizzonte submontano, zona climatica del Castanetum caldo. In Destra Piave si tratta di cedui a prevalenza di Robinia pseudoacacia, Quercus roverella, Ostrya carpinifolia; più limitati i cedui a prevalenza di castagno.

In sinistra Piave si hanno le stesse associazioni vegetali, con una maggior quantità di cedui a prevalenza di castagno e alcuni castagneti da frutto: qui inoltre si trovano associazioni del Castanetum freddo a prevalenza di carpino nero.

La copertura risulta buona quasi ovunque.

Il Montello invece si può considerare area solo parzialmente boscata, a prevalenza di robinia.

 

3) Ecosistema montano

Nel microcoro del Monte Grappa, la fascia più bassa è occupata da formazioni dell'orizzonte submontano, quasi sempre cedui a prevalenza di carpino nero, mentre il castagno è più presente verso il Monfenera, in zona fitoclimatica del Castanetum freddo. Più in alto nelle valli interne si passa alle formazioni dell'orizzonte montano con cedui a faggio e alcune fustaie a prevalente abete rosso e pino nero. Soltanto nella parte più alta si passa a formazioni dell'orizzonte subalpino, con fustaie ad abete rosso prevalente. La zona fitoclimatica è quella del Fagetum.

Nel microcoro Cesen-Visentin la situazione è pressochè simile pur aumentando i cedui a prevalenza di castagno. In particolare, nella fascia che si estende all'incirca dai 250 ai 300 metri, prevale il carpino nero che formando in massima parte boschi cedui viene sfruttato per ricavare legna da ardere e per la costruzione di manici per attrezzi. A questa specie si aggiungono quercia, frassino minore, tiglio, acero campestre, ciliegio selvatico, ecc. Superata la zona a carpino nero, la fascia fra i 450 e i 550 metri, è occupata da un "consorzio" di piante in cui è difficile trovare la predominanza di una specie; ne fanno parte oltre a Ostrya carpinifolia, Castanea sativa, Betula alba e alcune conifere con esemplari spontanei di Picea abies e Pinus nigra. Il resto delle specie come Larix decidua, Cedrus deodara, derivano da piccole piantagioni dovute a singoli proprietari. Tra i 500 e gli 850 metri, si estende la zona del castagno che forma dei boschi cedui di tre tipi. Il primo è il bosco ceduo giovane, localizzato in vicinanza degli abitati e associato di frequente a carpino nero e betulla. Il secondo presenta le caratteristiche di ceduo irregolare, con esemplari di fustaia sotto i quali è avvenuta la coniferazione, l'introduzione di conifere, per lo più abete rosso, allo scopo di migliorare il bosco con una specie di miglior pregio forestale ed economico. Il terzo tipo può essere definito ceduo composto, per la contemporanea presenza di una fustaia e di un ceduo. Dagli 800 ai 950 metri si estende la zona a faggio e conifere con una distribuzione spesso a gruppi, si trovano infatti cedui di faggio frammisti ad altri di Picea excels e Pinus Montana.

I rimboschimenti sono distribuiti lungo tutti i piani altitudinali e si differenziano dal bosco ormai ben affermato sul territorio perchè alla regolare distribuzione e alla coetaneità delle loro piante, si contrappone la distribuzione irregolare e la discontinuità del bosco spontaneo che è quasi sempre misto, a differenza del rimboschimento, costituito per la maggior parte dei casi da abete rosso, specie frugale, rustica e di sicuro attecchimento.

 

3.1) La vegetazione delle lame

Nell' interno degli abbeveratoi si trovano poche macrofite acquatiche sia quantitativamente che per varietà di specie. Causa ne è il bestiame che addentrandosi per bere, smuove il fondo impedendo alle piante di attecchire. Quando le pozze sono poco od affatto utilizzate dagli animali al pascolo, compaiono più comunemente la Lingua d' acqua (Potamogeton natans) che tende ad occupare tutto il bacino, l' Erba gamberaria (Callitriche palustris) e frange di canneto ai margini. Per contro vi è una diffusa vegetazione di microalghe, che rivestono una grandissima importanza come indicatori ambientali. Il bestiame all' alpeggio condiziona notevolmente la vita di questi microorganismi. Essi, a loro volta, possono essere utilizzati come indicatori del livello di contaminazioni da parte dei bovini al pascolo.

Nelle acque delle lame si trovano le Cianoficee, alghe di facile adattamento e di notevole resistenza a diversissimi ambienti, le Dinoficee e le Hydrodyctyacee. Le Diatomee sono scarsamente presenti, sia quantitativamente che per varietà di specie. Invece nelle pozze d' acqua non utilizzate come abbeveratoi del bestiame al pascolo e perciò non inquinate dai loro escrementi, le Diatomee sono più frequenti e vi compaiono con un numero più alto di specie. Le pochissime specie di Diatomee che si trovano negli abbeveratoi, in confronto della varietà di forme che si rinvengono nelle stesse località nei serbatoi d' acqua non frequentati dal bestiame domestico, indicano che le acque delle lame sono poco pulite. Ma il fatto che tra le poche forme che compaiono negli abbeveratoi ci sono proprio tre specie di Diatomee che sono caratteristiche di zone alfa-mesosaprobie, cioè di acque molto inquinate, indica che il livello dell' inquinamento non è certo basso. Nelle lame si trovano inoltre le Euglenofite, alghe unicellulari munite di flagello. Prosperano in acque ricche di sostanze organiche di origine sia vegetale che animale. Perciò in contrapposizione col precedente gruppo delle Diatomee, trovano un ambiente quanto mai adatto in quelle lame dove il bestiame entra per abbeverarsi ed abbandona escrementi. Perciò le Euglenofite possono fungere da indicatore per segnalare abbeveratoi che non vengono frequentemente puliti e per osservare il progressivo aumento di sedimenti organici dall' inizio al finire dei pascoli. Si possono trovare anche le Desmidiacee, che, alla pari delle Diatomee, sono un gruppo di alghe con forme sensibili alle variazioni chimiche dell' ambiente, e perciò sono degli ottimi bioindicatori. La massima parte della specie che compongono la famiglia vive infatti in acque acide. E' alta la loro frequenza negli abbeveratoi dove i valori di pH sono elevati. Anche se generalmente nelle lame si trova poca varietà di forme (vi ricorre soprattutto il genere Cosmarium), ci sono tuttavia due lame particolari dove le Desmidiacee compaiono con molte specie. Sono gli abbeveratoi del Lac sul Tomba e quello comunale di Cadolten, in evidente relazione con il suolo torboso in cui giacciono le due lame, alimentate anche da acqua di sorgente. L' ambiente acido del sottosuolo di torba è proprio l' habitat ad esse idoneo.

 

4) La stretta di Nervesa come ecotono botanico

La particolare posizione della stretta di Nervesa dà ragione del suo peculiare interfacciamento tra specie di pianura, provenienti da sud, e specie termofile, discendenti dalle colline circostanti attraverso i torrenti locali, assieme a specie spiccatamente montane, trasportatevi dalle Prealpi per mezzo del Raboso e del Piave.

Anche dal punto di vista botanico si ha ancora un ruolo di cerniera tra monte e valle in perfetta sintonia con la parallela situazione idraulica: la stretta di Nervesa rappresenta la definitiva chiusura del bacino imbrifero montano del Piave, il quale, dopo gli ultimi apporti idrici da parte del fiume Soligo, delle Fontane Bianche di Sernaglia e dei piccoli torrenti dei colli di Susegana, nella pianura sottostante non prevede sostanzialmente alcun tipo di affluenza.


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Landscape Ecology del Medio Piave - Tesi di Laurea di A.Fregolent e R.Grespan