CAPITOLO XIV


LA GESTIONE AMBIENTALE

 

1) Politiche gestionali secondo la Landscape Ecology

La forma e le dimensioni delle patches condizionano il ciclo vitale ed il comportamento di un gran numero di animali. Esiste inoltre una netta differenza nella forma e struttura degli ecotoni tra foreste intatte e foreste sfruttate. Nelle foreste intatte gli ecotoni si presentano ampi con una struttura successionale assai eterogenea, dove una ricca comunità di specie può trovare un vero e proprio habitat. Per contro nelle foreste sfruttate gli ecotoni sono molto sottili ed in grado di sostenere solamente comunità assai povere e/o meno stabili nel tempo.

Le dimensioni delle patches sono particolarmente importanti. Questo carattere ha effetti notevoli sulla fauna vertebrata. Addirittura gli effetti del cambiamento del mosaico ambientale si fanno sentire anche su specie che vivono all' interno di aree protette in cui il mosaico è mantenuto in condizioni naturali. Gli effetti delle modificazioni dei mosaici ambientali vengono avvertiti anche a grandi distanze soprattutto da organismi dotati di mobilità quali gli uccelli. Questo fatto deve essere tenuto in grande considerazione quando si mettono in atto scelte gestionali sul territorio.

Perchè l' azione gestionale possa esprimersi in maniera efficace, fondamentale è la scelta dell' opportuna scala spazio-temporale in cui applicare tali scelte. Solo dopo aver individuato lo spazio ed il tempo "invisibili" in cui i processi ecologici si realizzano, sarà possibile progettare interventi mirati e con molte possibilità di successo. Infatti in assenza di studi a lungo termine e/o a grande scala spesso errate interpretazioni dei patterns e dei relativi processi possono essere considerate valide. L' espansione temporale consente di raccogliere dati di fenomeni che si verificano ad intervalli di tempo di decadi o di secoli e di comprendere quindi il comportamento dei sistemi stessi. Infatti considerando l' organizzazione gerarchica dei sistemi ambientali le oscillazioni e/o i cambiamenti dei sistemi si riducono all' aumentare dell' intervallo temporale e ciò che a breve scala temporale appare una semplice oscillazione, a scala temporale ampia può apparire come un trend.

 

1.1) La gestione delle foreste

Sta emergendo tra gli ecologi che studiano i sistemi ripariali la convinzione che il taglio di piccoli appezzamenti dispersi contribuisce ad un disturbo cronico dei sistemi ripariali, in quanto nel tempo esisteranno sempre aree deforestate. Per contro il taglio di una vasta area a scala superiore al bacino idrografico consentirà successivamente un recupero delle funzioni del bosco ed un periodo di "tranquillità" di circa un secolo (fino al taglio successivo), durante il quale i processi della successione secondaria potranno riequilibrare il sistema. Harris (1984) propone un sistema di rotazione di tagli nelle foreste al fine di garantire la presenza di appezzamenti di foreste mature interdisperse a patches di differente età (fig.1).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

fig. 1: Modello di sequenze spazio-temporali di taglio di boschi con l' obiettivo di mantenere a livello costante la copertura con foreste mature (Harris, 1984)

 

1.2) La gestione dei boschi ripariali

La gestione dei sistemi torrentizi e fluviali riveste sempre maggiore importanza in termini non solo della qualità delle acque ma anche in termini di mantenimento di equilibrati flussi di nutrienti e di sedimenti. Infatti la foresta condiziona i corsi d' acqua regolando i nutrienti e la struttura dei sistemi acquatici, compresa la luce necessaria alla produzione primaria nelle acque. Gli input di sostanza organica proveniente dalle foglie che cadono in acqua o in questa trasportate dal vento condizionano le catene di detritivori. Inoltre la presenza di radici e l' accumulo di tronchi modificano il deflusso delle acque. Un corso d' acqua può essere considerato a diverse scale spaziali e temporali ed è così possibile studiare i meccanismi che ne regolano i processi. I boschi ripariali sono inoltre ambienti di rilevante valore naturalistico: in molte regioni agricole rappresentano spesso gli unici elementi "naturali" del mosaico ambientale, come il medio corso del Piave.

 

1.3) Obiettivi nella gestione dei sistemi ambientali

Le linee-guida per una corretta gestione dei sistemi ambientali possono essere individuate in:

1) la conservazione della biodiversità;

2) la riqualificazione di aree agricole soggette ad una agricoltura

intensiva;

3) il recupero di aree degradate e/o abbandonate da precedenti usi

(agricolo, industriale, etc.);

4) il miglioramento ambientale di aree urbane e periurbane;

5) la conservazione di risorse specifiche.

I principi ispiratori traggono spunto da considerazioni più generali sulle caratteristiche dei sistemi ambientali. I sistemi ambientali sono eterogenei, il mosaico di patches di ambienti e di usi del suolo componenti condiziona le patches adiacenti. All' interno dei sistemi ambientali il flusso di energia, materiali ed organismi passa attraverso le membrane ecotonali. Un sistema ambientale è continuamente modificato nelle sue componenti, funzioni e relazioni da fattori di disturbo (per esempio gli incendi negli ambienti mediterranei).

 

1.4) La programmazione di scenari globali

In molte parti del mondo dove le società umane sono tecnologicamente avanzate appare sempre più chiaro che il rapporto uomo-natura sia mantenuto attraverso meccanismi di economicità che non passano più attraverso l' individuo ma attraverso sistemi produttivi con logiche industriali. La risorsa ambiente viene sempre più manipolata ed un forte input tecnologico espande le scale spazio-temporali del suo utilizzo. Le barriere o le discontinuità determinate dai processi ecologici vengono superate da tecnologie avanzate che richiedono generalmente possenti input di energia. Paradossalmente il rapporto uomo-natura viene semplificato e la programmazione ambientale si muove su binari prevedibili quali:

1) gestione delle risorse naturali;

2) gestione delle aree agricole;

3) gestione delle aree urbane.

 

1.5) Il disturbo come fattore di gestione dei sistemi ambientali

Il disturbo gioca un ruolo fondamentale nella strutturazione delle comunità vegetali ed animali ma le combinazioni di diversi regimi può portare all' invasione di specie estranee. Anche grandi riserve naturali non sono immuni dall' alterazione dei regimi di disturbo per effetto dell' impatto delle attività umane.

Il disturbo moderato può essere una strategia importante per la conservazione della diversità biologica. Nei paesi europei il pascolo produce in genere un aumento della diversità floristica ma questi benefici scompaiono se si introducono erbivori in sistemi che non ne hanno mai avuti. In qualche caso il disturbo a grande scala viene atteso come elemento di ringiovanimento di sistemi sottoposti a stress .

 

 

2) Gli indirizzi di gestione dei sistemi ambientali del Medio Piave

Il Medio Piave presenta sistemi ambientali naturali pregevoli, ma non certo eccezionali. L' elemento di eccezionalità è costituito invece dalla vastità dell' area e dalla sua localizzazione: un sistema lineare di ecosistemi "naturali" sottoposto a forte pressione da parte dell'agrosistema ed ecosistemi urbani circostanti. E' perciò necessario istituire una difesa "attiva" affinchè il degrado ambientale non possa ancora progredire. La difesa "attiva", al contrario della difesa "passiva" ottenuta unicamente attraverso divieti, si basa da un lato sull' educazione e sensibilizzazione pubblica e dall' altro sull' incentivazione economica (negoziabilità).

Gli obiettivi da conseguire attraverso un' attiva politica di gestione del Medio Piave sostanzialmente sono cinque:

1) Incremento della sicurezza idraulica;

2) Incremento dell' ecodiversità;

3) Evoluzione dell' agricoltura "tradizionale";

4) Fruizione turistico-ricreativa;

5) Conservazione dei valori storici e culturali del territorio.

2.1) Incremento della sicurezza idraulica

La sicurezza idraulica rappresenta l' esigenza più forte nella pianificazione del fiume Piave. Essa significa non tanto rigida irregimentazione delle acque in un alveo artificiale, ma lasciare al fiume le proprie aree di espansione; non vuol dire distruzione totale della vegetazione arborea, ma sua costante organizzazione secondo criteri distributivi e strutturali compatibili con il buon deflusso delle acque nei periodi di piena; non vuol dire cementificazione delle rive ma utilizzo della vegetazione ai fini del consolidamento dei terreni e la difesa delle rive. Si possono individuare alcune linee guida per definire gli interventi in risposta all' esigenza della sicurezza idraulica:

a) Individuazione della fascia di pertinenza fluviale: è un' area che va lasciata libera affinchè vi si possano svolgere tre funzioni essenziali del fiume:

1) l' espansione idrologica che possa contenere e stoccare le acque di piena. Per esempio, sfruttando al meglio delle casse di espansione naturali come le grave di Ciano del Montello (ampie 3 km ) si potrebbe rallentare l' onda di piena, tutelando le aree che si trovano a valle;

2) la divagazione geomorfologica che permette di rialimentare quel trasporto solido fondamentale per il ripascimento delle spiagge del litorale veneto orientale, ora in uno stato di accentuata erosione;

3) l' autodepurazione.

In detta area di pertinenza fluviale va stabilito il divieto di autorizzare nuove costruzioni e la manutenzione straordinaria, limitando alla manutenzione ordinaria gli interventi per l' edificato esistente: si frenerebbe così il grave fenomeno dell' edificazione in alveo (l' Autorità di Bacino, nella fase di analisi per la redazione del Piano di Bacino, ha rilevato più di 1800 residenti e 700 fabbricati in alveo, dati questi riduttivi, poichè non tuti i Comuni hanno risposto al questionario inviato dall' Autorità stessa).

b) Definizione di aree di espansione per la laminazione delle piene: ossia delle aree di stoccaggio per il tempo di durata delle piene per rallentare il deflusso delle acque (casse d' espansione naturali). Va comunque sottolineato che, se il riferimento tradizionale è l' alluvione del '66, essa ha un ritorno cinque centenario e che in provincia di Treviso tra le popolazioni si contò una sola vittima, mentre in provincia di Belluno i morti furono ben 61. Pare quindi evidente che i rischi maggiori sono da individuare nel tratto montano del Piave, dove la cementificazione dei torrenti, l' abbandono dei pascoli e la deforestazione hanno compromesso la sicurezza idraulica , ma pure dove, da sempre, i tempi di corrivazione sono molto rapidi per la morfologia del territorio.

c) Incentivazione dell' agricoltura come presidio del territorio: rendere l' uso del suolo compatibile con le esigenze di riassetto idrologico-idraulico.

d) Garantire il minimo deflusso vitale: le captazioni di natura irrigua ed idroelettrica lasciano il letto del fiume asciutto per buona parte dell' anno a valle di Nervesa: si assiste ad uno spreco dell' acqua per fini irrigui, a causa di impianti superati e condutture prive di manutenzione, senza tener conto del fatto che i canali tracimano d' acqua per l' intero corso dell' anno, quando la stagione d' irrigazione è per pochi mesi all' anno. Si dovrebbe perciò ridare al fiume una portata costante, e, periodicamente creare delle piene artificiali per riportarlo ad un regime di "normalità" (sull' esempio di quanto fatto per il fiume Colorado). Solo così si potrebbe assicurare un miglior rimpinguimento delle falde, ed, al contempo, il ripascimento del litorale jesolano, in stato di profonda erosione. L' abbassamento delle falde idriche testimonia l' incapacità di attuare una seria politica di tutela del patrimonio idrico. Risulta fondamentale normare la presenza di pozzi che prelevano indiscriminatamente quantità ancora non definite (non esiste ancora un censimento di questo fenomeno). Inoltre, la diminuita portata delle falde ha portato all' aumento progressivo della concentrazione di sostanze nocive in falda.

e) Rinaturalizzazione del fiume: il Piave, da tempo in parte artificializzato, presenta una dinamica geo-idrologica imprevedibile: la cementificazione dei torrenti, le canalizzazioni , le briglie e le dighe, i disboscamenti dei versanti hanno alterato tale dinamica, accelerando i tempi di corrivazione, causa prima delle violente piene. La rinaturalizzazione del fiume rappresenta una maggiore garanzia di sicurezza idraulica, poichè maggiormente prevedibili sarebbero i suoi fenomeni. Inoltre, riportando il fiume ad una condizione naturale, si perseguirebbe l' obiettivo, non certo secondario, di tutela dell' ecosistema fluviale, così importante per il fattore biodiversità del territorio.

f) Limitazione dell' escavazione in alveo: l' escavazione selvaggia degli scorsi decenni ha portato il letto del fiume ad uno stato di forte erosione, causata anche dalla mancanza di trasporto solido trattenuto dalle dighe del tratto montano (a tutt' oggi non viene fatta manutenzione nelle dighe: ogni anno trattengono circa un milione di m3 di materiale inerte, cubatura che potrebbe essere invece usata per la laminazione delle piene).

Questa innaturale condizione del Piave, nell' eventualità di una morbida consistente, rappresenta un serio rischio, poichè, venendo a mancare parte degli elementi che fungono da freno per l' acqua (materassi ghiaiosi e vegetazione golenale), i tempi di corrivazione della piena sono accelerati.

g) Qualità delle acque: l' inquinamento prodotto dagli scarichi industriali e fognari è una minaccia per l' intero ecosistema fluviale (ed, indirettamente, per la salute pubblica) : è necessario stabilire dei controlli puntuali e rigorosi sulle attività produttive, allontanando dalle vicinanze dei fiumi, in previsione di esondazioni, gli stabilimenti che trattano sostanze pericolose, ed incentivare la realizzazione di depuratori.

 

 

 

2.2) Incremento dell' ecodiversità

L' ecodiversità rappresenta la varietà di patterns, processi e species presenti in un sistema ambientale. Tra il grado di biodiversità e la funzionalità degli ecosistemi esiste una stretta correlazione: un' ecosistema ricco di specie ricche di individui possiede una maggiore stabilità ed omeostasi rispetto ad uno povero di specie e di individui. Perciò è necessario incrementare l' ecodiversità dei sistemi ambientali del Medio Piave, favorendo l' insediamento spontaneo od artificiale di numerose altre specie, chiaramente autoctone, oltrechè tutelare quegli ecosistemi già connotati da una forte biodiversità, quali per esempio le piccole zone umide perialveali, favorendone anche la formazione di nuove, usufruendo degli stanziamenti previsti dal reg. 2078/92 dell' Unione Europea. E' inoltre importante conservare i lembi più evoluti di vegetazione forestale compatibili con il regolare deflusso delle acque, oltrechè favorire l' impianto di nuovi boschi sui terreni agricoli delle golene. Fondamentale in questo contesto sarà garantire un minimo vitale di deflusso idrico, in quanto proprio all' acqua è legata la presenza di moltissime specie di animali oggi rare o scomparse a causa della sua ricorrente mancanza.

 

2.3) Evoluzione dell' agricoltura "tradizionale"

La politica agricola comunitaria (PAC) si è posta tre obiettivi:

a) garantire un reddito agli agricoltori;

b) ridurre l' impatto dell' agricoltura sull' ambiente;

c) ridurre il problema delle eccedenze produttive.

Per conseguirli sono state adottate una serie di complesse misure di intervento finanziario che vanno dal sostegno diretto al reddito (contributi ad ettaro coltivato) alle cosiddette "misure di accompagnamento". Quest' ultime prevedono tra l' altro l' utilizzo di minori quantitativi di pesticidi e di fertilizzanti, l' imboschimento dei terreni agricoli, la conservazione degli elementi naturali presenti negli ambienti agrari quali siepi e piccole zone umide, il sostegno all' agricoltura biologica. In sostanza l' agricoltore viene incentivato a trarre una parte del proprio reddito anche dalle attività di manutenzione del territorio e di conservazione degli habitats. Finora nella regione Veneto scarsa è stata l' adesione degli agricoltori ai vari incentivi comunitari, e non tanto per la scarsa appettibilità economica, quanto per la scarsa divulgazione sommata ad una comprensibile riluttanza ad abbandonare le tradizionali fonti di reddito, da tempo sperimentate e ben conosciute. Sicuramente le aree golenali del fiume, così come l' intero agrosistema circostante, potrebbero essere l' obiettivo di questa nuova politica agricola di conservazione attiva delle risorse naturali.

 

2.4) Fruizione turistico-ricreativa (tempo libero attivo e passivo)

Il Piave da sempre per la ricchezza dei propri ambienti ha offerto spazi per molteplici attività ricreative. Negli ultimi anni tale uso è andato via via diffondendosi, assumendo in alcuni casi caratteristica di fenomeno di massa, entrando in conflitto con l' agricoltura e l' obiettivo della conservazione della natura. Molteplici sono le forme, talora distruttive, in cui si manifesta il fenomeno: costipamento del suolo, distruzione involontaria o volontaria della vegetazione, diffusione di inquinamento da rifiuti ed acustico, azioni di disturbo nei riguardi della fauna, pratica del fuoristrada con moto ed auto,... E' quindi urgente ogni azione atta a limitare gli effetti deleteri connessi ad un uso ricreativo non rispettoso dei luoghi, pena il rapido degrado di quella stessa risorsa ambientale che richiama il turismo. Diverse sono le azioni che possono contribuire al raggiungimento dell' obiettivo di conciliare la conservazione dell' ambiente con la fruizione turistico-ricreativa: da un lato si dovrà perseguire una sensibilizzazione ed educazione ambientale dei fruitori, mentre dall' altro si dovranno adottare misure idonee a disincentivare le attività più aggressive nei riguardi dell' ambiente. Le azioni attuabili si possono distinguere in interventi visibili sul territorio ed interventi indiretti per la diffusione di una cultura ambientale (sensibilizzazione). Tra i primi figurano:

realizzazione di strutture di accoglienza: parcheggi , aree idonee per la ricreazione, centri visitatori dovranno essere ubicate in aree dove il loro impatto non risulti deleterio per l' ambiente. Queste stesse strutture saranno in grado di concentrare la pressione turistica in zone volute, diminuendo in tal modo il disturbo in aree maggiormente meritevoli di tutela. E' molto importante studiare bene l' ubicazione delle strutture, che dovranno avere facile accessibilità e fornire quel minimo di servizi che le rende preferibili rispetto ad altre zone (parcheggio alberato, area pic-nic, ...), fornendo al contempo buone possibilità di godere dei valori naturalistici (punti di partenza di sentieri).

creazione di percorsi attrezzati: si tratta di predisporre una rete di percorsi lungo i quali potrà concentrarsi il turismo naturalistico, opportunamente segnati sul territorio e possibilmente segnalati in guide, riviste e nelle vicine località (cartelli indicatori). I percorsi potranno partire dalle aree attrezzate sopra descritte e potranno essere di tipo pedonale oppure percorribili con biciclette o a cavallo. In ogni caso dovrà essere interdetto l' accesso all' area con mezzi motorizzati.

sistemazione di segnaletica informativa e didattica: posa in opera di cartelli segnaletici delle piazzole e dei percorsi, cartelli indicatori delle regole da rispettare e tabelle con informazioni sull' ambiente, da dislocarsi in prossimità dei parcheggi ma anche lungo i percorsi, per segnalare particolari specie, siti, vedute, fenomeni naturali.

Per quanto concerne la sensibilizzazione ambientale le azioni da intraprendere sono:

incontri con la popolazione: per illustrare gli obiettivi e le azioni perseguite dal piano;

valorizzazione dell' area dal punto di vista didattico-educativo: sistematico interessamento delle scuole per gite guidate, tramite l' allestimento di appositi percorsi didattici che tocchino le diverse tipologie ambientali;

convenzioni con associazioni naturalistiche per promuovere la conoscenza dell' area tramite l' organizzazione di escursioni guidate, mostre, etc.

Tutti questi tipi d' intervento rendono possibile la fruizione dei luoghi, compatibilmente con la conservazione della natura, trasformando semplici visitatori in custodi di tali habitats. Inoltre lo sviluppo di attività connesse al tempo libero attivo e passivo incentiva anche la trasformazione dell' agricoltura poichè favorisce lo svilupparsi di una domanda a cui la nuova agricoltura può offrire prodotti e servizi dalla cui remunerazione scaturisce un reddito alternativo a quello fornito dalle pratiche agricole tradizionali. E' perciò da incentivare la:

 

diffusione dell' agriturismo: così come l' agricoltura biologica risponde all' esigenza di tutelare l' ambiente naturale in un' area ad elevata valenza ambientale, l' agriturismo risponde all' esigenza di offrire occasioni di ricreazione in un' area ad elevata vocazione turistica. In molti casi sono proprio le aziende biologiche, forti della qualità dei loro prodotti, ad organizzarsi in forma agrituristica, facendo della qualità dell' ambiente circostante un vero e proprio "marchio di qualità". Sono inoltre le aziende agrituristiche quelle che più facilmente conservano gli elementi tipici dell' edilizia rurale, restaurano edifici adibiti a particolari attività (mulini, forni, corti,...), mantenendo l' antica sistemazione poderale (piantate, fossi,...).

 

2.5) Conservazione dei valori storici e culturali del territorio

Notevole è la ricchezza di valori storici e culturali del Medio Piave e del territorio limitrofo. Un' attenzione adeguata dovrebbe essere posta in questa grande risorsa che, oltre ad essere parte fondamentale della cultura delle popolazioni locali, potrebbe trasformarsi in grande ricchezza economica, se adeguatamente ed oculatamente sfruttata a fini turistici. La loro conservazione perciò costituisce sicuramente uno degli obiettivi della politica di gestione.

 

2.6) Non parco ma programma

Questi cinque obiettivi preconizzano di fatto uno strumento che assomiglia molto ad un parco naturale. Conservazione ed incremento dell' ecodiversità, sviluppo di attività agricole compatibili con la difesa dell' ambiente, promozione di attività ricreative e di educazione ambientale, recupero della storia e delle tradizioni locali, uso oculato delle risorse naturali sono nè più nè meno gli obiettivi che stanno alla base dell' istituzione di qualsiasi area protetta. Ciò che rende originale il programma che si potrebbe portare avanti per il Medio Piave è il presupposto che tali obiettivi, comuni alle aree protette, possano essere conseguiti anche al di fuori di un' area protetta in modo "tradizionale" dove, per raggiungerli, si impone al territorio una fitta rete di vincoli e si mette in piedi una pesante struttura burocratico-amministrativa, entrambi spesso sentiti e vissuti più come un peso che come un vantaggio dalle popolazioni locali e da chi fruisce del territorio.

 

3) Le indicazioni gestionali

Protezione ambientale e protezione faunistica sono azioni gestionali che non possono considerarsi disgiunte: non può esistere protezione della fauna senza dapprima aver perseguito un' adeguata protezione degli habitats da cui essa dipende. Dall' analisi faunistica emerge che la consistenza di moltissime specie ed i relativi equilibri sono cambiati in modo profondo, spesso drastico. In non pochi casi il numero di capi risulta molto scarso ed in diminuzione oppure l' areale si restringe. Il contemporaneo proliferare e la diffusione territoriale di altre specie, anzichè confortare circa le capacità di sopravvivenza e di adattamento, deve altrettanto seriamente preoccupare, essendo precisa prova di forte squilibrio nei rapporti intraspecifici. In questa situazione è innanzitutto certo che necessita un' opera immediata di protezione, la più ampia possibile. Deve essere chiaro che la salvaguardia della fauna, considerati i rapporti che intercorrono tra animali ed ambiente, va necessariamente preceduta ed accompagnata dalla tutela ecologica generale del territorio ancora in grado di ospitare i selvatici. Risulterà inutile, in assenza di questo presupposto, ogni tentativo di ricostruzione del patrimonio animale.

Il nostro ambiente agroforestale fino a qualche decennio fa, era il risultato dell' equilibrio, instauratosi da tempi remoti tra l' uomo e la natura, equilibrio che si manteneva, pur nelle evoluzioni di tali rapporti, complessivamente costante. Cambiamenti sostanziali e rapidi, che si sono succeduti negli ultimi anni, hanno portato alla rottura di tale equilibrio, con una progressione di effetti negativi sempre più ampia. Se ne ricordano alcuni: esodo degli agricoltori dalle aree marginali, perdita di cultivar e specie vegetali, con gravissima depauperazione del patrimonio genetico, dissesti idrogeologici, inquinamento industriale ed agricolo, incendi boschivi, occupazione del terreno coltivato, deterioramento del paesaggio. Sprechi, in ogni caso, di risorse non riproducibili. Per meglio individuare le specifiche misure gestionali da adottare è utile considerare i singoli ecosistemi.

 

 

3.1) Ecosistema fluviale

Gli interventi sul territorio, nell' ambito dell' ecosistema fluviale, per il recupero e la valorizzazione delle aree indicate possono essere così schematizzati:

 

 

 

 

 

 

1 Ripristino di aree

degradate

- Terreni golenali soggetti

a sommersioni

- Boschi ripariali

- Magredi e prati

abbandonati

- Terreni agrari marginali

Mantenimento della vegetazione in stadi giovanili

Ricostituzione stadi originari

Rimboschimento e siepi

Rimboschimento e siepi (eventuali interventi di bonifica e disinquinamento)

2 Trasformazioni

fondiarie

- Ex terreni agrari

Riordino dei terreni con impianto di siepi e filari e recupero del sistema irriguo

 

3 Regolamentazione della

presenza antropica

- Terreni golenali

- Boschi ripariali

- Magredi e prati

Passaggi obbligati

Aree di parcheggio marginali

Aree di sosta attrezzate

 

 

 

4 Rilancio delle attività

agricole

 

 

 

- Aree marginali più

esterne

Riordino terreni con siepi e filari e recupero del sistema irriguo

Strutture per allevamento faunistico-venatorio

Pascolo

Apicoltura

Agricoltura biologica

 

La realizzazione degli interventi di ricostruzione degli ambienti ripariali si attua attraverso le seguenti fasi:

a) Interventi di gestione naturalistica per la conservazione di ambienti

ripariali di buon valore ambientale:

- controllo delle idrofite

- consolidamento delle ripe

- creazione di percorsi pedonali nelle zone meno vulnerabili

- norme sulla circolazione pedonale e sulla navigazione fluviale per

limitare il disturbo alla fauna acquatica;

b) Interventi di restauro di zone degradate con estensione delle aree a

bosco ripariale;

c) Interventi di ripristino del territorio agrario circostante:

- individuazione di fasce di rispetto ove disincentivare le colture

agricole a forte impatto ambientale (mais, bietola, ...)

- creazione di filari, siepi e arbusteti ai margini degli appezzamenti

coltivati.

Inoltre gli interventi di rimboschimento delle aree degradate deve avvenire secondo questa sequenza:

a) studio fitosociologico dei tipi e delle associazioni presenti

b) ricostruzione della successione delle specie vegetali relativamente ai

vari habitat;

c) individuazione dello stadio attuale raggiunto nella successione;

d) individuazione dello stadio e delle associazioni da ricostruire;

e) selezioni delle componenti ecologicamente e biologicamente più

adatte alla ricostituzione dello stadio prescelto;

f) scelta delle tecniche agronomiche e selvicolturali degli interventi di

piantagione;

g) opere di manutenzione e consolidamento nel breve periodo (primi

anni dall' impianto);

h) eventuali interventi di diradamento e/o consolidamento nel lungo

periodo.

 

3.1.1) Le aree golenali

Qui tre sono le tipologie di zone su cui adottare specifiche misure gestionali: i boschi ripariali, gli arbusteti e le cenosi erbacee.

 

 

 

3.1.1.1) I boschi ripariali

I popolamenti forestali presenti nell' area golenale del Piave hanno una valenza essenzialmente ambientale. Gli aspetti produttivi tradizionalmente imputati ai boschi passano qui in secondo piano. Interventi atti a migliorare la cenosi forestale, da cui non si esclude la possibilità di un seppur modesto prelievo di fitomassa legnosa, sono prioritari nelle patches in cui le dinamiche in atto evidenziano un progressivo deterioramento boschivo. I popolamenti ripariali del Medio Piave risultano estremamente ridotti rispetto alle condizioni di potenzialità: dove i fattori edafici lo permettono, la superficie è stata devoluta all' agricoltura. Difatti i popolamenti forestali più cospicui spesso non ricadono nell' area golenale, più elevata e stabile, ma nella zona più propriamente ascrivibile all' alveo. E' perciò necessario tendere ad un' azione di riequilibrio di questa anomalia ambientale, perseguendo nel tempo l' obiettivo di riportare i popolamenti forestali nell' area di golena, "spostando" i boschi dall' alveo, dove la loro presenza può comportare l' aumento del rischio idraulico, alle aree attualmente coltivate. Questo obiettivo è reso concretamente perseguibile dagli incentivi che la nuova Politica Agricola Comunitaria (PAC) mette a disposizione per l' impianto di boschi nelle aree agricole, incentivi che rendono tali interventi economicamente realizzabili da parte del proprietario.

Gli interventi che si possono prospettare a carico dei popolamenti forestali in golena sono riconducibili ai seguenti:

1) libera evoluzione: è la linea di non intervento, che tuttavia non deve tradursi in abbandono e conseguente degrado ma essere sempre coadiuvata da un' adeguata tutela dell' area. Può essere adottata nelle zone dove si può prevedere che il libero evolversi delle cenosi boschive porti spontaneamente all' assetto ambientale ottimale. E' il caso dei popolamenti più significativi e vicini alla naturalità, che vanno salvaguardati da possibili fattori di degrado (eccessiva frequentazione, discarica abusiva, accesso a mezzi motorizzati...);

2) miglioramento boschivo: dove il bosco si presenta degradato rispetto allo stadio di vegetazione naturale potenziale, si opterà per interventi colturali. Si tenderà al graduale recupero delle situazioni di degrado guidando il popolamento verso il tipo potenziale di bosco ripariale, cercando di migliorare con leggeri diradamenti la qualità del soprassuolo, mirando soprattutto a ridurre la presenza di specie esotiche ed introducendo per sottopiantagione le specie potenziali originarie. L' intervento dovrà essre svolto con criterio naturalistico oltre che selvicolturale, ponendo attenzione a non eliminare totalmente elementi di diversificazione ambientale importanti per la fauna quali piccole radure;

3) imboschimento delle aree incolte marginali: dove se ne verifichi la potenzialità per idoneità dei suoli, sarà opportuno procedere ad interventi di rimboschimento, previa accurata identificazione dello stadio successionale e delle associazioni vegetali da ricostruire. L' intervento assumerà diversi connotati se si tratterà di ricostituzioni boschive ad integrazione di aree di particolare pregio ambientale (in questo caso l' imboschimento seguirà criteri strettamente naturalistici nella scelta delle specie e delle cenosi potenziali) o viceversa di aree destinabili ad una fruizione turistica (in questo caso l' impianto dovrà essere studiato funzionalmente a tale esigenza, ricorrendo ad una disposizione spaziale che tenga conto del futuro utilizzo dell' area).

I boschi ripari di maggiore pregio sono situati nei dintorni di Pederobba, Bigolino, Ciano del Montello, Isola dei Morti, Fontane Bianche di Fontigo, confluenza del torrente Soligo, Saletto, Madorbo, Stabiuzzo, Isola di Fagarè, Ponte di Piave.

 

3.1.1.2) Gli arbusteti

Popolamenti che caratterizzano ampie zone dell' ambiente di greto, gli arbusteti rappresentano una situazione di transizione nell' evoluzione della vegetazione, destinata tuttavia nella maggior parte dei casi ad un periodico ringiovanimento del ciclo evolutivo, da cui una certa stabilità pur nell' intrinseco dinamismo. Si tratta di cenosi da lasciare al libero sviluppo; dove peraltro si evidenziano spiccate tendenze alla trasformazione in consorzi più evoluti e/o si possono individuare cause antropiche di degrado, sarà necessario eliminare i fattori perturbanti e favorire la naturale evoluzione.

 

3.1.1.3) Le cenosi erbacee

L' area golenale è anche la sede dei prati xerici, i cosiddetti magredi, popolamenti erbacei che meritano un approfondimento delle ricerche per arrivare ad un preciso censimento ed evidenziarne in modo puntuale lo stato di conservazione. Si tratta infatti di ambienti generalmente troppo frequentati e calpestati, che avrebbero bisogno di adeguate politiche di protezione. Non si esclude, una volta limitate le azioni perturbatrici (disturbi), che tali cenosi si possano espandere rispetto all' attuale situazione. I magredi vanno quindi tutelati ed opportunamente salvaguardati anche con misure attive di ricostituzione ambientale e con la sospensione delle attività che contribuiscono al degrado. La valorizzazione dal punto di vista didattico è auspicabile, anche in considerazione delle notevoli fioriture che si susseguono per tutto l' arco dell' anno. Alcune aree magredili, più compromesse, potrebbero ospitare strutture di ricezione turistica, introducendo delimitazioni naturali formate da siepi campestri arbustive utili anche per la fauna. Nelle aree meglio conservate dovrebbe al contrario essere dissuasa una frequentazione massiva ed ogni altra forma di disturbo antropico, in modo da lasciare la possibilità alle comunità vegetali ed animali di esprimere la loro potenzialità. Dovrà essere interdetto l' accesso a mezzi motorizzati: è utile rendere inaccessibili (tramite sbarramenti ma ancor meglio tramite la definitiva chiusura con fossati o dossi) le vie di penetrazione alle aree da salvaguardare. Per le più significative tra queste potrà essere opportuna la posa in opera di recinzioni mascherate e rinforzate da fitte siepi arbustive spinose (biancospino, rosa canina, prugnolo, ...). Le aree magredili più significative e meritevoli di maggiore tutela sono:

- la zona inclusa nella base militare (in prossimità del ponte che collega Maserada a Cimadolmo) tra le Fornaci, Case Marie e Case Marchi, in destra orografica;

- le aree situate a monte e a valle della stessa base militare;

- alcuni lembi delle Grave di Spresiano, tra Palazzon, Case Trevisi e Case Brol.

 

3.1.2) Le zone umide

L' ambiente fluviale, con il suo corso principale, i rami secondari, le pozze residue, le lanche, il sistema delle risorgive alimentato dal drenaggio sotterraneo di parte della portata idrica, sicuramente rientra nella definizione di "zona umida" così come definita dalla convenzione di Ramsar che le pone come obiettivo primario per la salvaguardia dell' ambiente. La salvaguardia della risorsa acqua, nel caso del Piave sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, costituisce un nodo centrale per la sopravvivenza stessa delle comunità vegetali ed animali che abitano le patches componenti tale ecosistema. Notevole è infatti l' importanza dei corpi idrici nelle loro diverse e composite forme di manifestazione nei riguardi della fauna, sia microscopica che macroscopica, sia acquatica in senso stretto sia più o meno legata all' acqua per aspetti trofici o biologici.

 

3.1.3) Le zone umide perialveali

Nelle aree di golena più depresse, nei rami secondari interessati da scarsi o temporanei deflussi, nelle zone di risorgiva, si vengono a creare particolari ambienti umidi ben differenziati dal fiume vero e proprio, caratterizzati dalla presenza di acque a lento deflusso od addirittura stagnanti (acque lentiche). Qui si sviluppano potenzialmente comunità idrofitiche e faunistiche di rilevante valenza ecologica. Questo tipo di ambiente è divenuto ormai oltremodo raro, sia per la scarsità d' acqua sia per l' impoverimento floro-faunistico dovuto al degrado, alla presenza di inquinanti o all' eutrofizzazione. Restano tuttavia alcuni ambienti che mantengono ancora caratteristiche di tutto rilievo. Si tratta in particolare della rete dei corsi d' acqua di risorgiva, delle polle, di alcuni tratti secondari del fiume, dove la purezza delle acque o il libero divagare del corso d' acqua, creano condizioni che permettono la sopravvivenza di entità floro-faunistiche altrove non più presenti.

Molteplici sono i fattori che determinano l' enorme importanza naturalistica di queste patches:

1) sono ambienti relitti, spesso poco accessibili, che pertanto mantengono solitamente un elevata naturalità;

2) sono ambienti lasciati al libero sviluppo naturale, situazione scomparsa dal resto del territorio planiziale;

3) contengono una notevole quantità di habitats e nicchie ecologiche caratteristiche delle varie specie legate al fiume e permettono quindi il mantenersi di una elevata biodiversità;

4) sono dei sistemi source, cioè delle "riserve biogenetiche" dalle quali specie vegetali ed animali possono irradiarsi verso le patches limitrofe;

5) hanno un elevato valore scientifico, ma anche paesaggistico e didattico.

Dunque queste aree sono meritevoli di salvaguardia, non solo impedendo ogni azione che possa portare ad un ulteriore degrado ambientale, ma anche attuando misure attive volte al miglioramento ed alla tutela di questi peculiari ambienti. Le azioni che si possono attuare sono:

prevenzione della alterazione della qualità idrica (controllo immissione inquinanti chimici o biologici derivanti da reflui industriali e/o urbani, limitazione dell' inquinamento da nutrienti e presidi fitosanitari usati nelle aree agricole contigue);

per le pozze che tendono a scomparire, seguendo il loro ciclo evolutivo o per il venir meno delle vitali interconnessioni con il corso principale, può essere opportuno un "ringiovanimento" della pozza stessa in fase di interrimento o di eccessiva eutrofizzazione. Ciò può essere realizzato tramite l' escavo meccanico del fondale per ripristinare un' adeguata luce e profondità della lama d' acqua, sempre con criteri di naturalità e seguendo l' originario profilo della sezione. La rinaturazione mediante rimodellamento della sezione sarà opportunamente effettuata in almeno due tempi diversi nello stesso stagno, in modo tale da permettere alla porzione rimasta intatta di fungere da serbatoio biologico per la ricolonizzazione delle parte rimodellata. A volte è sufficiente eliminare gli elementi di perturbazione e lasciare l' area alla naturale evoluzione, per veder rapidamente ricostituirsi la vegetazione potenziale; altre volte, per la distanza di popolamenti naturali o per altre difficoltà di ricolonizzazione da parte della vegetazione, è necessario procedere all' avvio del ripristino delle fitocenosi tramite impianti di idonee specie, o ad un' integrazione delle specie che si insediano spontaneamente con alcune di più difficile diffusione, con l' obiettivo di ricreare la vegetazione tipica delle aree umide originariamente presente nell' area, costituita da specie indigene.

Possibili anche sono interventi localizzati miranti ad aumentare la biodiversità della zona umida, quali lo sfalcio di parte della vegetazione invasiva o la creazione di microhabitats, ad esempio mediante modellamenti della sponda atti a favorire l' insediamento di particolari specie animali.

Gli interventi di riqualificazione ambientale indicati solitamente comportano una rapida ricolonizzazione da parte della fauna, specialmente della più mobile (avifauna, entomofauna,..). A volte più difficile risulta il reinsediamento della fauna meno mobile o che per discontinuità geografica non riesce ad accedere alla pozza in via di rivitalizzazione. Può essere il caso dei pesci o di alcune specie di anfibi, ma anche della microfauna bentonica. Può allora essere opportuno procedere a delle attente immissioni, prelevando alcuni esemplari di popolazioni locali da un sito vicino.

Un ruolo importante, in relazione soprattutto al passo ed allo svernamento di avifauna acquatica migratoria, è svolto dalla presenza di estese lame d' acqua di scarsa profondità. Queste, che lungo l' alveo del Piave sono limitate per la periodica carenza d' acqua, potrebbero essere ricreate recuperando a finalità ambientale alcune delle aree recentemente interessate da attività estrattiva. In tale modo, le cave di ghiaia potrebbero trasformarsi da aree degradate a preziosi habitats per molte specie faunistiche. Ogni intervento per la valorizzazione delle zone umide dovrà essere comunque oggetto di studio preliminare, che ne verifichi la fattibilità e delinei il risultato auspicato, e di una successiva fase di controllo dei risultati.

 

3.1.4) L' alveo fluviale

Uno dei problemi maggiori riguardanti l' alveo è sicuramente la criticità della situazione relativa all' esaurimento della portata di magra in ampi tratti del corso del Piave, problema che mostra di accentuarsi progressivamente negli ultimi anni. Si tratta di un fenomeno di grande impatto ambientale sulle biocenosi presenti oltre che sotto l' aspetto idrogeologico e naturalistico. La gravità della situazione è tale che le conseguenze della sempre più esigua presenza di acqua in alveo vanno al di là degli aspetti naturalistici: le ripercussioni dirette ed indirette sopravanzano di gran lunga il rischio di scomparsa dei tipici ambienti umidi. Basti ricordare, per esempio, il fenomeno della tendenza all' arretramento ed all' esaurirsi delle risorgive e il cambiamento delle dinamiche del corso d' acqua, che manifesta sempre meno la tendenza a divagare in tutto il suo originario letto, attestandosi per anni su posizioni quasi consolidate. Questa "pigrizia" del fiume comporta che aree un tempo soggette a periodica se non regolare sommersione, oggi si trovano da anni in situazione di asciutta. L' alveo così lungamente dismesso è interessato dalle rapide dinamiche evolutive tipiche degli ambienti fluviali e si ricopre di una fitta vegetazione arbustiva ed arborea. Tale vegetazione, in regime normale, è destinata ad essere spazzata e ringiovanita ad ogni evento di piena. In assenza di tale fattore di contenimento naturale, si sviluppa fino a costituire un vero e proprio popolamento forestale ad alto fusto. Ci si trova così nella anomala situazione in cui alcuni popolamenti forestali di un certo pregio per composizione, densità e dimensioni delle piante che li compongono, si trovano proprio sui quei tratti del letto del fiume ormai da anni non più interessati da significativi deflussi idrici. Non si può tuttavia escludere, anzi è probabile nelle dinamiche del fiume, che un' improvvisa piena riporti il corso del fiume ad interessare nuovamente queste aree. I popolamenti forestali presenti, lasciati alla libera evoluzione, costituiscono pertanto un potenziale ostacolo al deflusso delle acque durante un' eventuale piena, con il pericolo di sradicamenti e trasporto di materiale legnoso di grosse dimensioni che potrebbe costituire una minaccia per la sicurezza idraulica del territorio a valle. Non è sicuramente il caso di ricorrere ad un taglio generale della vegetazione presente nel greto del Piave, tuttavia è opportuno il superamento dell' attuale fase di non gestione che interessa i popolamenti in alveo. E' infatti essenziale, in questo particolare contesto, una manutenzione continua dei popolamenti, per cercare di conciliare la necessità di garantire la sicurezza idraulica in fase di piena con il mantenimento del valore naturalistico che questi boschi hanno via via sempre più assunto, vista anche la scomparsa pressochè totale degli ambienti naturali nelle aree limitrofe più stabili, interessate da coltivazioni intensive. L' obiettivo deve essere quello di aumentare la "trasparenza" del soprassuolo rispetto al flusso dell' acqua. L' intervento andrà eseguito per gradi, in modo da non sconvolgere totalmente la biocenosi su ampi spazi, partendo dalle aree più depresse e maggiormente interessate da un probabile flusso dell' acqua e procedendo in senso centripeto graduando per fasce anche l' intensità degli interventi.

Gli interventi ipotizzabili si possono ricondurre ai seguenti:

nelle aree di più probabile deflusso si prospetta un radicale ringiovanimento del soprassuolo, tramite la conversione del popolamento esistente in un ceduo a turno breve; in tal modo si avrà la presenza pressochè costante di soggetti giovani e flessibili che quindi non costituiscono un sensibile ostacolo al deflusso;

nelle aree meno soggette a deflusso si prospetta un diradamento ed una ripulitura del sottobosco, ponendo attenzione ad asportare le piante deperienti ed i tronchi schiantati, che possono più facilmente essere trasportati dalla corrente; in queste operazioni si perseguirà anche un miglioramento compositivo del popolamento, effettuando il taglio con criteri colturali, favorendo la permanenza e l' insediarsi delle specie indigene a discapito di quelle esotiche.

 

3.1.5) La gestione faunistica

La pressochè totale assenza, per il recente passato, di una gestione della risorsa fauna che andasse al di là del soddisfacimento a breve termine delle mere esigenze di prelievo venatorio ed alieutico ha comportato un sostanziale disinteresse per il complesso di interazioni biologiche tra i diversi componenti dell' ecosistema e non si è dimostrata utile per il mantenimento della biodiversità e degli equilibri naturali. Prioritaria è quindi la pianificazione anche in campo faunistico, pianificazione che, partendo da un' approfondita fase conoscitiva, identifichi le linee di gestione dei diversi gruppi faunistici considerati nel particolare contesto ambientale in cui vivono. Tale pianificazione deve tener conto di tutti gli aspetti in cui la zoocenosi è implicata: non solo quindi il suo valore come risorsa per la caccia e la pesca, ma anche il valore naturalistico e scientifico. La gestione della fauna necessita in ogni caso di un monitoraggio continuo nel tempo, per evidenziare le dinamiche in atto e verificare man mano i risultati ottenuti con le azioni intraprese. Il principale problema dell' ecosistema fluviale del Piave è rappresentato dalla scarsità d' acqua. Potendo garantire almeno un deflusso minimo durante tutto l' arco dell' anno, vi sarebbe una netta e repentina ripresa biologica ed il reinstaurarsi degli equilibri naturali legati al fiume ed il conseguente sviluppo, in tempi relativamente rapidi, delle comunità animali. Un altro problema riguarda la gestione finora fatta delle risorse ittiche: il fiume è stato per anni trattato come un "contenitore" per immissioni a fini alieutici, senza considerare le ripercussioni di tale modo di operare sull' intero ecosistema fluviale. Una seria gestione delle risorse ittiche è basata su ricerche inerenti i parametri biologici delle popolazioni, le reti trofiche, gli aspetti etologici ed il miglioramento ambientale dei corsi d' acqua. Non infrequenti sono gli episodi di bracconaggio a carico del pesce che localmente viene a trovarsi isolato in condizioni di elevata densità a causa delle periodiche diminuzioni di portata. Una corretta gestione della fauna ittica dovrebbe fondarsi sulle seguenti azioni:

analizzare l' ambiente fluviale sia dal punto di vista chimico-fisico

che biologico;

analizzare la fauna ittica del territorio non solo dal punto di vista

della distribuzione ma rilevando i parametri biologici delle popolazioni delle singole specie;

 

evitare quanto più possibile le immissioni ed i (pseudo)

ripopolamenti;

evitare le transfaunazioni e le immissioni di fauna di derivazione

alloctona;

ripopolare, quando strettamente necessario, con sistemi il più

possibile naturali, che minimizzino l' impatto ambientale;

regolamentare l' attività alieutica secondo i criteri fissati in un piano

di gestione teso all' incremento della fauna ittica;

aumentare il controllo di tutte le attività che influiscono

negativamente sul naturale equilibrio fluviale (bracconaggio,

inquinamento,..).

Il piano terrà conto dei principi sopra esposti, generando favorevoli ripercussioni non solo sull' ittiofauna ma anche su altri animali legati all' acqua, come gli anfibi, o su quelli che dall' acqua traggono risorse trofiche, come rallidi, ardeidi, caradriformi,... Oltre all' importanza delle zone umide, un ruolo di primaria importanza nei confronti della fauna viene svolto dai boschi ripari. Ogni azione volta ad incrementare la presenza nell' area di popolamenti di tipo forestale, siano essi aree boscate o siepi campestri e filari, comporta un sicuro conseguente aumento della diffusione della fauna selvatica. Inoltre alcuni fattori di disturbo andrebbero rimossi o comunque limitati: si tratta in particolare dell' addestramento abusivo di cani da caccia, dei ripopolamenti incontrollati con esemplari di allevamento ed in generale il disturbo antropico. Per incrementare la presenza dell' avifauna, un valido strumento è rappresentato dal posizionamento di cassette nido. Tale metodo si dimostra valido sia per specie di piccola taglia (passeriformi), sia per specie di maggiori dimensioni, quali i rapaci diurni (gheppio) e notturni (allocco, barbagianni, civetta) ed in generale per tutte le specie cavicole, che possono trovare adeguati siti di nidificazione in boschi maturi, dove vi sia la presenza di vecchi tronchi con cavità, ma che non trovano siti ospitali in popolamenti in stadio giovanile. Le cassette nido inoltre possono dare buoni risultati anche nel caso dei chirotteri, mammiferi volanti utili nella lotta biologica in quanto divoratori di insetti, che negli ultimi anni manifestano purtroppo un progressivo decremento. Gli ardeidi (aironi e garzette), che negli ultimi anni stanno conoscendo una fase di epansione, costituiscono una presenza di rilievo. E' pertanto da valutare la possibilità di favorire l' insediamento di garzaie in altri tratti del fiume diversi dal tratto prospiciente Pederobba, dove già ne esiste una. La pianificazione territoriale dovrebbe comprendere delle aree di tutela della fauna ed interventi di ricomposizione ambientale a fini faunistici, anche a carico delle aree agricole dove non sono da escludere coltivazioni a perdere a giovamento della fauna in aree marginali: in questo caso dovrà essere prevista una forma di indennizzo dei mancati redditi per i proprietari, usufruendo dei finanziamenti UE.

Per quanto concerne l' attività venatoria, ogni pianificazione (di competenza della Provincia) dovrebbe mirare all' incremento delle potenzialità offerte dall' area. Ciò può concretamente tradursi nell' ampliamento delle zone di tutela (zone di ripopolamento e cattura).

Le politiche d' intervento possibili sono:

1) Allargamento della fascia di rispetto, attualmente compresa nella zona di rifugio e produzione provinciale del Medio Piave da Ponte della Priula al Ponte di Maserada, all' intero corso del fiume. E' sicuramente la zona della Provincia più adatta, per le sue specifiche condizioni ambientali, a garanzia del flusso migratorio dell' avifauna e delle specie stanziali nobili (Starna, Lepre, Fagiano);

2) Attenuazione della pressione venatoria in pianura, favorendo la caccia delle specie stanziali suscettibili di allevamento, in funzione della tutela di tutte le altre.

 

3.2) Ecosistema agrario planiziale

Più che un ecosistema naturale, la pianura trevigiana si poteva un tempo considerare un agrosistema "tradizionale", equilibrato e vario in specie animali e vegetali. Le tecniche agricole moderne, in modo particolare la meccanizzazione e l' impiego di fitofarmaci, hanno portato, nella ricerca della produttività migliore, alla progressiva rottura dell' equilibrio tradizionale. Contemporaneamente si è avuta la riduzione delle aree agricole. Questi fattori hanno inciso profondamente sul territorio, oltrechè dal punto di vista ambientale, anche dal punto di vista faunistico, condizionando la capacità di adattamento dei selvatici. Essi nell' agrosistema "tradizionale", in un ambiente che nel tempo restava globalmente stabile, avevano trovato ampi spazi di vita e di riproduzione. Costretti a subire situazioni nuove e soprattutto rapidamente mutevoli, l' adattamento risulta difficile od impossibile, a causa della continua precarietà dell' equilibrio dei rapporti ecologici. I sistemi ambientali vengono a perdere cioè la fondamentale condizione di steady state. Per la tutela faunistica gli interventi di carattere generale a salvaguardia dell' ambiente sono perciò indispensabili. Fra questi sono particolarmente rilevanti:

1) la salvaguardia del territorio agricolo;

2) l' impiego di tecniche colturali a minor impatto ambientale;

3) la conservazione della flora.

 

3.2.1) Salvaguardia del territorio agricolo

In circa 60 anni, a partire dal 1929, la superficie agroforestale in Provincia è diminuita di oltre 20.000 ettari. Considerato che nello stesso tempo la copertura boschiva risulta aumentata di 7.000 ettari. la perdita di zone agricole si deve ritenere avvenuta per la massima parte in pianura. Cause principali di questa variazione di assetto del territorio sono da ritenere l' espansione delle aree urbanizzate, l' aumento delle infrastrutture e l' utilizzazione extra-agricola della campagna coltivata. Gli effetti faunistici negativi dovuti alla perdita di habitat sono ulteriormente amplificati dalla larga dispersione e dalla quasi inesistente pianificazione, almeno finora e soprattutto a livello sovracomunale, di tali insediamenti ed opere, sì che oggi il territorio di pianura si deve considerare antropizzato e largamente compromesso. In queste condizioni è del tutto normale che i rapporti intraspecifici e gli equilibri biologici dell' agrosistema tradizionale siano profondamente cambiati e che gli animali più adattabili o che traggono vantaggio dalla presenza dell' uomo denotino incremento in consistenza e diffusione, mentre altri al contrario sono quasi scomparsi. Si tratta quindi di evitare ulteriori manomissioni, tenendo conto che la protezione della fauna non è certamente la ragione prima di questa azione di ordinamento. L' agricoltura del nostro paese ha perso il ruolo produttivo fondamentale che aveva ed è stata relegata in posizione subalterna ad altri settori. Non deve quindi stupire che sia stato intaccato il terreno, suo fondamentale fattore produttivo. E' altrettanto chiaro come oggi la difesa dell' ambiente agricolo vada ben oltre l' aspetto puramente faunistico.

 

3.2.2) Impiego di tecniche colturali a minor impatto ambientale

E' necessario oggi ricercare un nuovo assetto delle pratiche agricole, in cui vengano considerate sia la necessità produttiva che la tutela ambientale. Le attività agricole dovrebbero evolversi verso forme più compatibili con la conservazione della diversità biologica ed in grado di incrementare l' offerta ricreativa del territorio. La contrapposizione che si verifica attualmente tra agricoltura ed ambiente non può continuare. Il primo passo in questa direzione deve essere fatto diminuendo l' uso di fitofarmaci. Troppo diffuso è l' uso indiscriminato, spesso senza effettiva necessità, dei presidi fitosanitari, anzichè in ruolo di "ultima difesa" quando si siano rilevate poco efficienti o poco impiegabili le pratiche più rispettose dell' ambiente. Manca ancora una corretta informazione e responsabilizzazione degli agricoltori e la stessa legislazione è poco aggiornata. Fermo restando che non è possibile eliminare i pesticidi, ne va razionalizzato l' impiego. Iniziative come quella del Servizio di Informazione Agrometereologica e di Lotta Guidata attuato dalla Provincia per le colture più importanti vanno estese e sostenute, perchè razionali, tecnicamente ed economicamente attuabili. Maggiormente diffuse dovrebbero essere le tecniche agronomiche ecocompatibili: lotta biologica, difesa integrata, avvicendamenti, estensivizzazione delle colture, temporanea messa a riposo dei terreni, uso di cultivar resistenti, equilibrato rapporto tra capi animali allevati e superficie aziendale. Inoltre esse sono attualmente oggetto di incentivi economici da parte del reg. 2078/92. Sarebbe necessario inoltre ricorrere a nuovi ordinamenti produttivi, in cui la monocoltura venga ridotta.

Soprattutto le aziende agricole che operano nell' area golenale del Piave, data l' importante funzione ambientale che potrebbero svolgere tali zone, dovrebbero convertirsi all' agricoltura biologica, detta anche "organica", che adotta pratiche agronomiche molto rispettose dell' ambiente. Per l' elevata qualità dei suoi prodotti e per gli effetti positivi sull' ambiente, essa è oggi incentivata finanziariamente (reg. 2078/92) e si sta progressivamente affermando anche in Veneto. I principi e la pratica di questa moderna forma di agricoltura sono da tempo codificati e la loro applicazione è severamente controllata da organismi di autocontrollo dei produttori biologici. Le loro associazioni sono in grado di assistere ed indirizzare gli agricoltori che vogliono trasformare l' azienda in senso biologico.

Migliorare l' ambiente nei territori agricoli, ridurre l' impatto ambientale delle pratiche agricole, utilizzare al meglio i vari tipi di incentivi finanziari a ciò dedicati richiedono approfondite conoscenze tecniche e normative e continuo aggiornamento. Tutto ciò presuppone una capillare assistenza tecnica che oggi purtroppo manca o, se presente, è spesso dedicata più agli aspetti meramente burocratici dell' attività agricola che a quelli tecnici. Un progetto di miglioramento del rapporto tra agricoltura ed ambiente ha pertanto tra i suoi presupposti la profonda riorganizzazione dell' assistenza tecnica alle aziende agricole, effettuata con operatori formati per operare all' interno di aree ad elevata valenza ambientale.

 

3.2.3) Conservazione della flora

Si possono ritenere quali cause primarie della diminuzione di numerose specie animali e vegetali, nell' ecosistema agrario planiziale, in primo luogo l' occupazione ed edificazione del territorio, con presenza continua dell' uomo, in secondo luogo quella che può definirsi l' "agricoltura della monotonia". La conservazione della flora perciò riveste un' immediata necessità faunistica. Diviene perciò essenziale, considerati i diretti rapporti trofici ed ambientali che intercorrono tra animali e piante, la salvaguardia della copertura vegetale. Nei secoli passati, l' ambiente di pianura del trevigiano si poteva considerare un "agrosistema tradizionale". Continuavano a riprodursi, accanto alle piante coltivate, numerose specie vegetali, ritenute secondarie per l' agricoltura, ma altrettanto importanti per l' equilibrio floro-faunistico. E' stato necessario sperimentare i rischi ed i guasti della monocoltura per comprendere quale ruolo queste piante secondarie allo scopo agricolo hanno nella costituzione di resistenze biotiche ai parassiti delle piante coltivate. Gli ambienti naturali che interrompevano la pianura coltivata, le siepi ricche di alberi e di arbusti, molto probabilmente le stesse infestanti, portavano ad una riduzione degli attacchi dei fitofagi. Questi potevano trovare habitat adatti, nonchè alternative trofiche nelle piante spontanee, mentre la loro diffusione era frenata anche dalle pratiche agronomiche, avvicendamento colturale e consociazione soprattutto. L' assetto demografico stabile, proprio degli ecosistemi naturali, e, nel nostro caso, dell' agrosistema tradizionale, è profondamente turbato dalla monocoltura. Specializzando ed uniformando le piante coltivate si eliminano le specie animali e vegetali "estraneee". Si ottiene la produttività ottimale e la massima economicità, ma contemporaneamente si determina la specializzazione di parassiti ed infestanti, le cui fluttuazioni di densità, improvvise ed elevate, proprio per mancanza di omeostasi del sistema, creano grandi problemi colturali. Ne sono esempio le ricorrenti infestazioni gravi di Piralide e di Nottue, la Sorghetta e l' Erba morella, nella monocoltura più sviluppata del nostro territorio, il mais. L' unico rimedio possibile è dato, a questo punto, dai trattamenti antiparassitari e diserbanti, nel tentativo di ritrovare l' omeostasi perduta. I danni sono gravissimi, per tossicità acuta e cronica, sui componenti di tutte le successioni trofiche che ancora possono esistere in questo ambiente già "povero" in senso naturalistico. La brusca diminuzione o la scomparsa dei parassiti delle piante in monocoltura dovuta ai trattamenti, si accompagna alla caduta delle popolazioni dei predatori, colpiti direttamente dalle sostanze tossiche e privati delle fonti alimentari. Ma la ripresa numerica degli uni e degli altri non ha lo stesso ritmo. Secondo una precisa relazione biologica, qualora preda e predatore vengano ridotti nella stesso modo, la ripresa numerica della preda sarà molto più veloce di quella del predatore. Naturalmente ciò provocherà forti infestazioni nelle generazioni successive e necessità di ulteriori trattamenti.

La presenza di ambienti naturali, siepi tra le colture, infestanti, svolge però anche un' azione indiretta nel controllo dei parassiti, poichè questi ambienti ospitano numerosi entomofagi, che vivono a spese di fitofagi. I provvedimenti di tutela della flora si devono perciò indirizzare in primo luogo alle specie spontanee, prevedendo:

a) la salvaguardia ed il recupero delle aree arborate e cespugliate

naturali

Esistono ancora alcune macchie spontanee, residui delle foreste planiziali che coprivano un tempo il nostro territorio, oltre all' enorme importanza che rivestono le macchie boschive delle golene del Piave. I provvedimenti a salvaguardia di questo patrimonio floristico e quindi della fauna che è loro propria, sono indispensabili e non più rinviabili.

b) l' imboschimento dei terreni agricoli golenali

L' agricoltura oggi praticata sulle golene del medio corso del Piave non differisce da quella dei territori limitrofi. L' uso del suolo delle aree golenali maggiormente indicato non è certamente l' agricoltura, essendo esse parte integrante dell' ecosistema fluviale. Sarebbe necessario "spostare" i boschi del Piave dall' alveo alle golene. Così facendo da un lato si migliorerebbe la funzionalità idraulica del fiume e dall' altro si permetterebbe lo sviluppo di cenosi forestali più ricche e complesse, favorite dalla maggiore fertilità dei terreni delle golene. E' necessario perciò promuovere lo sviluppo e l' incremento dell' arboricoltura nelle aziende agricole, non solo nell' agrosistema golenale, ma più generalmente in quello planiziale. Inoltre l' imboschimento dei terreni agricoli è incentivato dal reg. UE per le spese di impianto, le cure colturali per i primi cinque anni ed il mancato reddito per i primi vent' anni. Il contributo UE è comparabile al reddito netto del mais e dà certezza di introiti per 20 anni e ad esso va sommato il valore dei prodotti legnosi (legname, legna da ardere). Le tecniche d' impianto di boschi ed arboreti da legno sui terreni agricoli sono semplici. Messe a punto dall' Azienda Regionale Foreste (ARF) del Veneto, si basano sull' impiego di giovani piante coltivate con pane di terra e messe a dimora in modo meccanico o manuale su terreni ben lavorati. In pochi anni i boschi e gli arboreti si affrancano dalla necessità delle cure colturali e la loro gestione si limita a pochi interventi di controllo delle infestanti negli interfilari. L' imboschimento dei terreni agricoli dovrebbe essere incentivato soprattutto nel caso dei terreni demaniali dati in concessione. In questo caso potrebbe essere adottato un particolare contratto di concessione che vincoli il beneficiario ad imboschire i terreni utilizzando i contributi comunitari. Il beneficiario in tal modo gode per vent' anni dei contributi comunitari, di fatto guadagnando come con il mais; la comunità si ritrova dopo tale periodo un bosco già ben avviato senza dover sostenere alcuna spesa di impianto e di coltivazione.

c) la creazione di fasce incolte tra colture intensive

Azione questa molto importante, soprattutto per la creazione di resistenze biotiche ai parassiti agricoli. La siepe campestre sta tornando ad essere considerata da tecnici ed agricoltori un importante elemento del territorio rurale, in grado di offrire vantaggi diretti ed indiretti all' agricoltore. le siepi campestri svolgono una serie di funzioni utili, compensando largamente gli inconvenienti legati alla loro presenza. Importantissime sono le funzioni che le siepi svolgono: habitat per la fauna selvatica, difesa dal vento, depurazione dell' aria e dell' acqua, sicurezza idraulica, elemento di biodiversità del territorio monocolturale. Creerebbero inoltre benefici effetti anche nei riguardi dei selvatici di interesse venatorio. Per svolgere al meglio i loro benefici effetti le siepi devono essere progettate e piantate in modo accurato, ricorrendo ai criteri ed alle tecniche sviluppate da tempo dall' ARF del Veneto. L' impianto di siepi campestri presenta certamente difficoltà di attuazione, a causa degli ordinamenti colturali prevalenti. Tuttavia anche tali tipi d' intervento godono di contributi comunitari: l' UE finanzia l' impianto di bande boscate bi o pluri filari, simili alle antiche siepi campestri diffuse un tempo in tutta la pianura veneta, l' impianto di siepi anche monofilari, di piccoli boschi, di filari arborei, oltrechè la cura e manutenzione delle siepi già esistenti. Un territorio agrario ben dotato di siepi, dove esse svolgono al meglio le loro utili funzioni, presenta almeno 80-120 m di siepi per ettaro, pari ad una copertura del 3-4 % della superficie aziendale. Soprattutto gli enti pubblici che hanno in gestione terreni agricoli dovrebbero intraprendere per primi tale misura di intervento;

d) la difesa ed il recupero dei parchi extraurbani delle ville venete

Le ville con parco annesso, eredità della Serenissima, sono numerose nel nostro territorio. La loro imporatnza storica e paesaggistica è pari, senza alcun dubbio, a quella florofaunistica. Esse presentano alberi secolari, in gran parte essenze locali, divenendo così un prezioso serbatoio di entomofauna. Confrontandoli con i giardini attuali, in cui predominano specie esotiche, probabilmente in nome di un mal inteso senso di novità e con risultati estetici talvolta negativi, l' importanza dei parchi delle ville diviene ancora più evidente ai fini della tutela ambientale.

e) la creazione di "Parchi agricoli"

Per parco agricolo s' intende un agrosistema in cui sia garantita la sopravvivenza dell' ambiente agrario tradizionale della nostra pianura, con le colture e i metodi agronomici tipici, tramandati da molto tempo ed in cui i rapporti tra popolazioni erano assestati. Qui dovrebbe essere interdetto l' uso di antiparassitari a forte impatto ambientale. Tali zone sarebbero specialmente necessarie per isolare le porzioni di territorio assoggettate a protezione faunistica, per evitare la contiguità immediata con l' agricoltura intensiva e la monocoltura. I "campi chiusi"del Quartier del Piave sono il tipico caso in cui adottare questo tipo d' intervento.

f) la salvaguardia della vegetazione spontanea erbacea e arbustiva

delle cave

La vegetazione che si sviluppa ai margini delle cave costituisce un notevole elemento di biodiversità per il territorio e asilo per molte specie faunistiche.

 

3.3) Ecosistema collinare e montano

Sicuramente in tali ecosistemi la situazione ambientale e faunistica si può considerare migliore che in quello planiziale, per la qualità, varietà e consistenza delle specie animali e per la minor pressione delle attività umane. Però gli equilibri naturali sono anche qui alterati e talvolta precari. Il territorio presenta caratteri abbastanza omogenei, ma nelle aree più abitate si verificano i danni già considerati per la pianura: occupazione delle zone agricole, insediamenti sparsi, monocoltura (la vite è diffusa ed in alcune località domina totalmente il paesaggio). Se il ritmo dei cambiamenti appare meno rapido di quanto si osserva in pianura, due fatti peculiari hanno influito sull' ambiente: l' abbandono delle aree marginali e il turismo.

L' abbandono di numerosi insediamenti agricoli ha interrotto la presenza costante dell' uomo, soprattutto nella fascia collinare. Ciò potrebbe essere considerato come un vantaggio per la fauna, se non fosse che l' ambiente agricolo collinare, non più curato, ha subito alterazioni pronunciate, quali il mancato sfalcio dei prati, la scomparsa di colture tradizionali, la scarsissima cura dei boschi. Mancando l' uomo, uno dei fattori più determinanti per l' equilibrio ambientale preesistente, si è notata una variazione dei rapporti tra specie e specie. Contemporaneamente il fattore disturbo umano è andato aumentando, a causa del turismo, sia fisso, nelle case di fine settimana, che di transito. Nel caso di alcune specie la perdita di tranquillità si può considerare il fattore più influente di regressione numerica. Nonostante questi aspetti negativi, in varie località le potenzialità faunistiche, per l' ampiezza e le caratteristiche del territorio, sono ancora elevate.

E' necessario distinguere gli interventi di tutela ambientale di carattere generale dai provvedimenti specifici di protezione faunistica. Si potrebbe per i primi parlare di forestazione, zootecnia, miglioramento dei pascoli, agriturismo, promozione sociale, salvaguardia della ruralità e così via. Si può utilizzare una sola espressione per riassumerli tutti: recupero degli insediamenti agricoli abbandonati. Molteplici sarebbero i benefici diretti che potrebbero derivare a queste zone dalla rinnovata presenza degli agricoltori. Anche in questi ecosistemi esiste una pressione antropica piuttosto forte, sia pure non elevatissima come in pianura, è necessaria anche qui la difesa dell' ambiente tradizionale, nonchè l' impiego di tecniche ed ordinamenti colturali più appropriati alla conservazione dell' ambiente. In alcune località è addirittura necessario regolare l' uso degli antiparassitari, visto che le quantità impiegate e le modalità di applicazione non si discostano da quelle delle monocolture di pianura. Incentivando il ritorno dell' agricoltore nelle zone abbandonate e ricostituendo così l' ambiente perduto, si potrebbe tornare alla situazione che si aveva in passato, di certo più soddisfacente per la fauna. Al contempo ciò potrebbe frenare alcuni danni provocati dal turismo, che ha spesso prodotto i suoi effetti peggiori nelle zone abbandonate, proprio per la mancata sorveglianza. E' necessario creare una convenienza economica che spinga l' agricoltore a riappropriarsi degli insediamenti in zona collinare, in modo che l' abbandono del territorio collinare e montano subisca un' inversione di tendenza. Abbandonando l' ambiente a sè stesso e vietandovi qualsiasi attività, credendo così di riportarci a condizioni "naturali", tutti i complessi rapporti ecologici che si mantengono da lungo tempo sono destinati a variare. Pensare ad un ritorno a condizioni "naturali", pre insediamento umano è pura illusione, poichè l' uomo continua sempre ad occupare il territorio, magari saltuariamente. In più le condizioni naturali nel nostro territorio semplicemente non esistono, essendo esso un paesaggio culturale, cioè un paesaggio fortemente influenzato dall' intervento antropico da tempo immemore.

In questa prospettiva, l' intervento fondamentale ed indifferibile per la salvaguardia della fauna in tali ecosistemi è la pianificazione faunistico-venatoria, assieme a misure specifiche di protezione, nelle località e per le specie più meritevoli. E' necessario, prima di tutto, coordinare i vari interventi di protezione. La protezione territoriale (parchi, oasi, zone rifugio) e la protezione faunistica (specie protette) devono essere accompagnate e bilanciate dalla presenza di competitori o predatori, naturali od artificiali. In assenza di questi fattori limitanti, all' aumento della densità farà seguito immediatamente la comparsa di malattie, fattore naturale regolatore.

 

3.3.1) Pianificazione faunistica

E' nell' ecosistema montano e collinare in cui si ha la maggior ricchezza di specie animali , ma soprattutto essi funzionano da sistemi source per l' intero ecosistema planiziale E' qui che perciò va attuata maggiormente un' attenta pianificazione faunistica.

Nel territorio montano e collinare già si avvertono gli squilibri fra specie e specie, con sopravvento di quelle più forti, che non hanno predatori, rispetto alle più deboli. Il caso più evidente attualmente è la proliferazione delle volpi, che precedentemente veniva controllata dall' uomo, in parte anche illegalmente per il pregio della pelliccia, ma soprattutto per contenere i danni agli animali da cortile. I rischi, anche molto gravi, di questo incremento eccessivo sono ben evidenti, basti considerare la possibile introduzione della rabbia silvestre. Per ripristinare l' equilibrio delle singole specie, gli interventi visti in ecosistema planiziale sono scarsamente utili. I provvedimenti di pianificazione faunistica, mediante la compilazione di piani di assestamento, per ogni località interessata, attraverso la stima delle risorse alimentari ed il censimento delle popolazioni animali, potranno indicare il carico ottimale per ciascun selvatico. Particolare attenzione dovrà essere posta nell' introduzione di nuove specie, impedendo rigorosamente l' inserimento di quelle non adatte o estranee al territorio.

Le misure di protezione che si devono attuare per tutelare le specie e gli ecosistemi in condizioni critiche, vanno progettate e attuate in funzione dell' assetto ambientale di ciascuna località, adattandole alle necessità sociali e al corretto uso delle risorse e dei beni naturali. Si può considerare l' ampliamento della rete viaria come un forte, reale pericolo per l' equilibrio faunistico montano, ma le strade permettono a chi ne è altrimenti impedito di accedere e fruire di tale ambiente. Va quindi trovato il giusto equilibrio tra salvaguardia faunistico-ambientale e la fruizione turistica, altra importante componente per la rivalutazione di queste aree. Devono essere prioritariamente tutelate le forme vegetali ed animali specifiche del nostro territorio, al di là del pregio venatorio oppure dei caratteri di bellezza o rinomanza. La tutela della singola specie è possibile solo mantenendo integre le nicchie ecologiche che le sono proprie. In caso contrario la semplice, individuale protezione, non ha mai successo. E' necessario in ogni caso che la protezione non venga concepita solo come delimitazione di zone interdette e sorvegliate. La vigilanza da sola non può certamente risolvere il problema, anche se fosse sovradimensionata, contrariamente a quanto succede. Ciò va affrontato e risolto mediante il contributo di tutte le categorie interessate, cui va affidato, ciascuna secondo le proprie opportunità, un razionale compito di tutela. E' soprattutto chi opera direttamente nel territorio agricolo e forestale, utilizzandolo come fonte di reddito, chi lo percorre e ne conosce ambiente, flora e fauna, l' agricoltore, l' escursionista, il cacciatore, che devono concordemente assicurare la salvaguardia. Importante è anche attivare una più estesa opera educativa, che attraverso le tappe coscenza-comprensione-protezione, potrà cambiare l' approccio uomo-ambiente.

 

3.3.2) Misure gestionali per le lame

All' inizio dell' alpeggio i caratteri fisico-chimici dell' acqua delle lame sono abbastanza buoni e l' acqua bene accetta dagli animali. L' evoluzione estiva dimostra che nelle lame non recintate si determina un netto peggioramento dei caratteri chimici, visibile anche nelle variazioni di popolazione delle microalghe, preciso indicatore biologico. Alla fine dell' alpeggio il degrado delle qualità organolettiche, per alcune lame, è talmente avanzato che si giunge al rifiuto dell' abbeverata ed in casi estremi alla morte di alcune specie di organismi che vivono nelle lame.

La tutela della salute degli animali alpeggiati e della qualità dei prodotti zootecnici dovrebbe imporre l' obbligo di mantenere le lame nelle migliori condizioni. Se ne potrebbero avvantaggiare sicuramente anche tutte le specie che hanno in queste riserve d' acqua un riferimento vitale. L' attenzione per l' ambiente di lama deve andare, comunque, ben oltre l' aspetto agro-pastorale: le lame possiedono anche un' importante valenza ambientale ed ecologica. L' aspetto paesaggistico di questi specchi d' acqua è certamente rilevante, in particolar modo quando assumono ampie dimensioni, ma sicuramente la funzione floro-faunistica è essenziale. Le lame, oltre che fungere da punti di abbeverata per animali superiori, sono luogo di vita temporaneo o permanente per specie inferiori, oltrechè ospitare molte forme vegetali microscopiche.

Per contemperare nel modo migliore la funzione agricola con quella faunistica, il provvedimento più idoneo è l' impermeabilizzazione delle lame con il calcestruzzo, soprattutto delle più grandi, di facile accesso ai mezzi meccanici, maggiormente utilizzate dal bestiame. In queste è indispensabile la recinzione, prevedendo un' adeguata area di rispetto, per evitare il più possibile l' apporto di materiali inquinanti. Non sono rari i casi in cui, sul pendio soprastante, la lama vengono eseguite abbondanti concimazioni con deiezioni, i cui nutrienti vengono trasportati nella lama dal ruscellamento superficiale. Sono necessarie dunque alcune misure che finora non sono state attuate: evitare o ridurre al minimo lo spargimento di concimazioni organiche e deiezioni nel bacino scolante che alimenta la lama, canalizzare opportunamente l' acqua di ruscellamento, impedendone l' immissione diretta, installare un meccanismo di deviazione dell' acqua di prima pioggia e, se possibile, in semplice sistema di filtrazione. La presa dell' acqua per l' abbeverata va fatta mediante sifone ed una condotta deve portare l' acqua ad abbeveratoi posizionati più in basso. Con simili accorgimenti anche le lame con fondo in terra potrebbero garantire acqua di qualità nettamente superiore a quella attuale.

La soluzione più semplice ed immediata, senza intervenire con lavori sulle strutture attuali, cioè quella della disinfezione, non va ritenuta valida, in modo particolare agendo attraverso la clorazione. Data l' elevata presenza di carico organico e per il potere adsorbente dei colloidi del fondo, le quantità di cloro necessarie sarebbero alte ed il potere disinfettante alquanto labile. Ma gli effetti sulla fauna e sulla flora potrebbero risultare esiziali, senza contare che gli stessi bovini potrebbero rifiutare l' abbeverata.

La disponibilità d' acqua è fondamentale per l' alpeggio, cioè per la permanenza in montagna e la conseguente tutela territoriale da parte dei malghesi; è pure fondamentale per garantire gli equilibri faunistici. E' necessario intervenire per assicurare adeguate risorse idriche, anche recuperando, soprattutto nel microcoro del Massiccio del Grappa, ogni deposito esistente, soprattutto le cisterne militari, molte delle quali risalenti al conflitto '15-'18, che possono assicurare riserve preziose in periodi critici.

 

4) Interventi progettuali

Nell' ambito delle politiche gestionali generali si delineano alcuni progetti possibili, mirati soprattutto all' incremento della fruizione turistica e dello sviluppo rurale:

a) Eco-museo del Piave: creazione di una struttura territoriale composita costituita da elementi edilizi puntuali e da complessi ambientali e naturalistici caratterizzanti il paesaggio fluviale (dislocazione di stazioni tematiche: aree naturalistiche, aree didattiche sull' ambiente fluviale, area della Grande Guerra, area degli Zattieri, area delle grotte carsiche, area delle emergenze archeologiche, area dell' archeologia industriale - mulini, centrali,...);

b) Percorsi culturali della civiltà contadina: creazione di un sistema che offra all' utenza turistica percorsi mirati didattici con possibilità di visite alle emergenze naturalistiche, ad edifici rurali tipici, a locali attrezzati con finalità espositive di attrezzi e prodotti della tradizione locale, anche mediante adesione da parte di aziende agricole;

c) Turismo rurale e ricettività: intervento coordinato che prevede l' adeguamento delle aziende turistiche ricettive e della ristorazione, comprese quelle agrituristiche, ad uno standard di qualità dell' offerta basata sulla domanda di ospitalità espressa, sviluppo dell' agricampeggio;

d) Circuito dell' agriturismo: realizzazione di un percorso tramite l' offerta di un pacchetto di turismo rurale che coinvolga l' utenza attorno alle diverse tematiche dell' attività agricola (zootecnia, frutticoltura, apicoltura, castanicoltura, olivicoltura, ...);

e) Percorso delle malghe: recupero delle strutture agropastorali e loro adattamento ai parametri igienico-sanitari per la lavorazione di prodotti lattiero-caseari, ripristino delle lame, miglioramento dei pascoli, valorizzazione dei prodotti tipici delle malghe montane mirante ad offrire al mercato del turismo locale una produzione intrinsecamente biologica;

f) Scambi transnazionali agriturismo della Terza Età: azione di tour-operator rivolta agli anziani e alla popolazione scolastica, anche di altri Paesi europei al fine di incrementare le presenze nell' ambito delle strutture dell' agriturismo nei periodi di media stagione (primavera-autunno);

g) Laboratori artigianali di trasformazione dei prodotti tipici

locali: valorizzazione dei prodotti di qualità attraverso lavorazioni artigianali con utilizzo delle materie prime locali da destinare a mercati d' elite italiani ed esteri, recupero dei mestieri storici;

h) La pietra locale nella tradizione edilizia: riproposizione della pietra locale quale elemento tipico dell' architettura locale e della formazione del paesaggio rurale.


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Landscape Ecology del Medio Piave - Tesi di Laurea di A.Fregolent e R.Grespan