CAPITOLO
SECONDO
LA COMUNICAZIONE
COLLETTIVA
"E deve
avvenire in quel giorno
che i monti stilleranno vino dolce
e sui medesimi colli scorrerà il latte,
e in tutti gli alvei di Giuda scorrerà acqua"
Gioele 3:18
2.1. Introduzione
La comunicazione collettiva è un argomento relativamente nuovo
nell'analisi economico-agraria italiana, tanto che gli studi ad essa
specificamente dedicati non sono molti. Con il termine comunicazione
collettiva si intende una forma di comunicazione commerciale che, a
differenza delle altre, coinvolge una pluralità di imprese sia
pubbliche che private.
Questo primo capitolo della tesi è interamente dedicato alla
descrizione delle caratteristiche che distinguono la comunicazione collettiva
da tutte le altre possibili forme di comunicazione aziendale. Il capitolo
si articola in sei paragrafi: nel primo viene fatto un breve excursus
sulla genesi delle teorie relative alla comunicazione collettiva e si
spiegano le differenze che contraddistinguono le diverse tipologie comunicazionali
di stampo collettivo. Nel secondo vengono esaminati gli obiettivi operativi
che la comunicazione collettiva si pone per risultare efficace e permettere
di ottenere i benefici sperati. Nel terzo paragrafo si precisano i vantaggi
ed i limiti presenti nelle forme comunicazionali di stampo collettivo,
mentre nel quarto si illustrano gli effetti che le campagne comunicative
hanno sui beni oggetto delle medesime. Il quinto paragrafo riguarda
le motivazioni che spingono i soggetti promotori ad attuare iniziative
di tipo collettivo a favore di un determinato bene ed il sesto ed ultimo
paragrafo è focalizzato sugli strumenti mediante i quali la comunicazione
collettiva si concretizza.
2.2. La Comunicazione Collettiva: definizioni e principali distinzioni
In letteratura economica si possono trovare due distinte definizioni
di comunicazione non aziendale (Tab. 2.1), a seconda che si voglia far
riferimento alla corrente letteraria economica anglosassone o quella
sud-europea.
Nella letteratura anglosassone la definizione che gode di maggior rilevanza
è quella data da Forker e Ward, i quali considerano la generic
advertising (e/o promotion) come "uno sforzo comune tra produttori
di un bene sostanzialmente omogeneo per diffondere informazioni sulle
caratteristiche del prodotto tra i consumatori effettivi e potenziali,
con l'obiettivo di rafforzare la domanda della commodity".
La definizione, come si può facilmente capire, presuppone anzitutto
una separazione netta delle iniziative di comunicazione dalle altre
funzioni di marketing: la comunicazione deve venire pianificata e gestita
da un soggetto collettivo rappresentante le diverse imprese, ma che
non deve identificarsi con nessuna di esse. Le altre attività
di marketing, quali la ricerca e sviluppo, il controllo qualità,
il posizionamento nelle fasce di prezzo, la gestione del distribution
mix e la promozione della marca aziendale rimangono di pertinenza esclusiva
delle singole aziende. Insorgono chiaramente problemi di compatibilità
tra l'iniziativa collettiva e quella aziendale, ai quali si potrà
porre rimedio trovando il punto di equilibrio tra i costi e i benefici
individuali. Infatti:
- la marca aziendale non deve esser parassita nei confronti della pubblicità
collettiva ed il nome collettivo non deve sostituirsi alla privat label;
- la promozione collettiva deve rimanere il più possibile neutrale
rispetto gli equilibri del settore considerato.
La promozione collettiva deve quindi cercare di individuare dei comuni
motivi di cooperazione tra i produttori, e non di competizione, e limitare
il raggio d'azione ad essi. Si tratta, dunque, di riuscire a:
1. valorizzare le caratteristiche comuni e non quelle differenzianti;
2. attivare iniziative che incidano sull'atteggiamento degli opinion
makers (piuttosto che sulle scelte di approvvigionamento dei distributori);
3. realizzare azioni su nuovi mercati invece di continuare ad operare
in quelli in cui la presenza è già articolata.
Non sempre però simili iniziative trovano un riscontro pratico,
anzi sovente lasciano spazio ad altre forme di intervento, le quali
in prima analisi sembrerebbero aumentare solamente la competitività
interna al settore (es: la gestione comune di concorsi a premi per fidelizzare
il consumatore, gli interventi promozionali nei punti vendita, ecc.).
Attività, quelle citate, i cui specifici confini sono delineati
caso per caso in funzione della crescita di una gestione relazionale
ed interattiva del marketing da parte delle imprese e in cui la comunicazione
e la cooperazione giocano un ruolo assai importante.
La comunicazione, dunque, viene intesa come un processo aperto di comprensione
e di selezione dei significati messi in gioco dai vari partner e che
si affina al crescere delle esperienze comuni. La cooperazione, invece,
serve a regolare i comportamenti correnti, in maniera tale da ampliare
quelle risorse di fiducia che rendono possibile il mantenimento e la
gestione nel tempo delle relazioni.
Il secondo punto da porre in evidenza è legato all'uso del termine
"generic promotion". Tale scelta linguistica deriva principalmente
dal bene oggetto di iniziative collettive: generalmente si tratta di
una commodity (Forker e Ward, parlano di "nearly homogeneus product")
o bene non differenziato. Con il termine generic si intende, inoltre,
mettere in risalto una contrapposizione al brand promotion (o advertising),
intesa come attività di comunicazione attuata dall'impresa per
promuovere i propri prodotti, ben differenziati dal marchio aziendale
e dalle specifiche caratteristiche.
Nelle due forme di promozione analizzate è diverso anche il numero
di soggetti che attuano la promozione: nella brand advertising il ruolo
di promotore e finanziatore è svolto dall'impresa stessa, mentre
nella generic advertising i soggetti che operano sono sempre più
di uno, se non addirittura la totalità dei produttori di tale
bene indifferenziato. Essi creano, chiaramente all'interno di un quadro
legislativo, una struttura organizzativa in cui vengono definiti in
modo inequivocabile gli obblighi ed i vincoli dei partecipanti e di
chi amministra le risorse finanziarie destinate all'attività
comunicazionale.
Si tratta dunque di attuare uno sforzo di stampo cooperativo per arrivare
a conseguire chiari e precisi obiettivi comuni quali:
1. diffondere informazioni di carattere generale o specifico riguardanti
il settore o il prodotto oggetto della promozione;
2. persuadere l'acquirente potenziale ed effettivo a modificare il suo
atteggiamento nei confronti del bene ed ottenere quindi un rafforzamento
della domanda del bene promosso;
3. apportare vantaggi economici ai promotori dell'iniziativa stessa.
In sintesi, si può affermare che nella letteratura anglosassone
prevale una visione centrata sull'impresa, la quale, nel momento più
opportuno, non considera più gli altri produttori del medesimo
bene solamente competitori, ma potenziali alleati, allo scopo di conseguire
risultati favorevoli per l'intero settore.
L'approccio alla promozione collettiva della letteratura sud-europea
risulta invece particolarmente diverso. Seguendo la definizione dell'Orenga
(pg. 8), il quale a proposito di promozione collettiva parla di terminologia
sfumata, che riconduce al medesimo termine situazioni operative molto
diverse tra loro, si capisce come possa venire considerata iniziativa
collettiva anche la comunicazione di natura istituzionale, ovvero tutto
l'insieme di attività di diffusione di informazioni avviate da
un soggetto senza fini di lucro per aumentare la consapevolezza di parte
(o della totalità) di cittadini ad esempio su un particolare
aspetto, problema, esigenza o novità. Fanno parte di questo contesto
le iniziative più svariate, quali le pubblicazione degli house
organ da parte delle aziende municipali per l'acqua, la luce e il gas,
le campagne ministeriali per la prevenzione di particolari malattie,
le iniziative per la raccolta di fondi a scopo benefico come la ricerca
sul cancro o altre patologie, e la promozione delle attività
di volontariato.
Queste forme di comunicazione istituzionali vengono considerate nell'ambito
delle attività collettive perché comportano ricadute su
settori produttivi. Pensiamo ad esempio al tema, molto ricorrente in
questo periodo di inizio estate, "alimentazione-salute". Dal
momento in cui una campagna di prevenzione dell'obesità inizia
un'attività comunicazionale finalizzata alla modifica dei regimi
alimentari (far perdere peso ai soggetti colpiti da tale patologia),
si creano modifiche nelle informazioni dei cittadini e nei quadri competitivi
tra i diversi settori che ruotano attorno al mondo dell'alimentazione.
Un altro esempio: il finanziamento per sostenere un particolare prodotto
(il vino rosso, un formaggio tipico, ecc.) da parte di un soggetto portatore
di interessi collettivi come la Commissione Europea o un Ministero nazionale:
anche in questo caso la comunicazione istituzionale va ad intaccare
in modo diretto il quadro competitivo tra i diversi settori.
Da queste considerazioni emerge distintamente un secondo elemento di
significativa differenziazione tra l'accezione anglosassone e quella
europea di comunicazione collettiva:
- gli anglosassoni considerano la comunicazione collettiva una complessa
leva d'azione aziendale;
- gli europei invece uno strumento di politica economica.
In quest'ultimo caso l'attività di comunicazione collettiva è
vista come mezzo che, in modo analogo all'incentivazione fiscale, al
credito agevolato, agli interventi infrastrutturali e alle politiche
territoriali, cerca di apportare tutta una serie di vantaggi, o di permettere
il recupero di eventuali svantaggi in un particolare comparto produttivo.
Da queste considerazioni scaturisce una filosofia operativa completamente
diversa da quella propria dello spirito anglosassone; in quanto il soggetto
che avvia l'iniziativa può anche essere un soggetto di natura
pubblica, le risorse finanziarie possono derivare dalla finanza pubblica
e l'attività di comunicazione può essere totalmente indipendente
da quella attuata dalle imprese del settore.
Esiste, comunque, un altro particolare che differenzia le due accezioni:
l'esistenza nell'area sud-europea di una vasta gamma di prodotti alimentari
profondamente legati alla tradizione produttiva locale: i vini delle
diverse denominazioni d'origine (come il Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene
D.O.C.), i salumi e i latticini tipici delle varie regioni sono solo
alcuni degli esempi di prodotti che sicuramente non trovano omologhi
nella standardizzata realtà produttiva nord-americana e nord-europea.
Proprio per la loro specificità, questi prodotti, non devono
essere considerati dei "convenience goods" da promuovere in
blocco, ma "shopping goods" il cui apprezzamento richiede
una conoscenza specifica, la quale può essere stimolata da un'attività
di comunicazione collettiva atta a suggerire motivazioni d'acquisto
ben diverse da quelle utilizzate per i beni indifferenziati. Difatti,
nel caso delle commodities gli argomenti quali l'alimentazione equilibrata
o i benefici per la salute possono essere le esclusive chiavi comunicazionali,
mentre per le specialties, a tutte queste motivazioni, si possono affiancarne
altre più articolate (il prestigio, la cultura alimentare, la
tradizione, ecc.).
Alla luce di quanto detto sarebbe opportuno, dunque, utilizzare termini
diversi parlando di promozione di convenience goods e di shopping goods.
Per questi ultimi si potrebbe parlare di "promozione collettiva
orizzontale", la quale ha le medesime finalità della promozione
generica (diffondere informazioni), incide sugli stessi soggetti (trade
e consumatori finali) e, a differenza della generica, può essere
attivata allo stesso modo da operatori del settore e da soggetti senza
fine di lucro. Inoltre essa tende a valorizzare un tipo di bene che,
per la sua origine o la particolarità delle tecniche produttive
impiegate, è differenziabile da beni analoghi presenti sullo
stesso mercato.
Non si valorizzano beni specifici, si può infatti far riferimento
ad un'intera filiera produttiva, coinvolgendo così operatori
diversi appartenenti alla medesima. Citiamo come esempio l'opera di
valorizzazione attuata nei confronti dei vini italiani D.O.C. e D.O.C.G.
(specialties) in ristoranti con cucina italiana sui mercati esteri (tedesco,
americano e giapponese), oppure la valorizzazione del salmone norvegese
(appartenente alle commodities) all'interno della distribuzione nazionale.
Ciò che distingue il tipo di promozione non è il bene,
ma il/i soggetto/i che vengono interessati dall'attività promozionale.
Nei due esempi appena citati la distribuzione non costituisce il target
sul quale intervenire, ma rappresenta un tramite per giungere ai veri
target, i consumatori.
Per ottenere dei risultati positivi è necessario che tutti i
segmenti della filiera coinvolti abbiano la possibilità di conseguire
risultati economicamente vantaggiosi. L'iniziativa promozionale deve
tenere conto di questo in termini sia di benefici attesi che, quando
possibile, di costi sostenuti. Tutto ciò potrebbe richiedere
una maggiore complessità del livello organizzativo e delle singole
attività da intraprendere. Pare opportuno quindi distinguere
tale forma di promozione collettiva da quella generica e da quella orizzontale,
utilizzando il termine "promozione collettiva verticale" (Brondoni,
1987).
Analizziamo infine il caso in cui l'oggetto da valorizzare non sia ne
un bene ne un'intera filiera, ma una serie di prodotti, come quelli
rappresentati dai diversi marchi territoriali gestiti da alcune Regioni
italiane (latticini, vini, salumi, prodotti da forno, ecc.). In questo
caso l'attività comunicazionale risulta sicuramente più
complessa sia per i contenuti informativi da trasmettere che per le
motivazioni d'acquisto da suggerire (perché preferire un Prosecco
di Conegliano e Valdobbiadene D.O.C. ad un Franciacorta?). È
dunque opportuno differenziare tale tipo di comunicazione da quelle
descritte precedentemente: si tratta di "comunicazione collettiva
plurima" (Gregori, Garlatti, 1996).
La tabella 2.2 è uno schema che riassume tutte le diverse tipologie
di comunicazione non aziendale trattate fino a qui, in relazione alle
varie figure che vi entrano a far parte.
2.3. La Comunicazione
Collettiva: gli obiettivi
Gli obiettivi della comunicazione collettiva di norma vengono distinti
in obbiettivi finali e strumentali e in obiettivi operativi (Gregori,
2000). I primi sono rappresentati dalle interrelazioni che sussistono
tra investimenti sostenuti e risultati ottenuti in termini, ad esempio,
di aumento di reddito dei produttori. I secondi, invece, raggruppano
tutte le figure e variabili economiche da tenere in considerazione per
ottenere i massimi risultati dall'utilizzo della comunicazione collettiva
(monitoraggio di mercato, le modifiche del comportamento del consumatore,
l'aumento della domanda della trasformazione e della distribuzione,
l'informazione degli opinion makers, il coordinamento dei produttori,
ecc.).
Di seguito si illustrano brevemente tutti gli obiettivi riportati pocanzi,
soffermando però l'attenzione in modo particolare su due dei
target operativi che, influenzano maggiormente i risultati comunicazionali
nel settore del vino: l'informazione degli opinion makers e il coordinamento
dei produttori.
Gli obiettivi finali e strumentali sono chiaramente correlati ai legami
che si instaurano tra l'attuazione di investimenti nella comunicazione
collettiva, gli stimoli a cui danno origine, il cambiamento di comportamenti
che inducono nel consumatore e le variazioni che portano in termini
di fatturato in tutta la filiera (distributori, produttori, catena distributiva)
oggetto di investimento comunicazionale.
Analizzando tutte le relazioni che si vengono a creare tra le diverse
figure delle filiera produttiva considerata, notiamo che la promozione
collettiva persegue sia strategie di tipo "push" che di tipo
"pull". Le prime sono strategie che mirano a creare radicali
modificazioni nei comportamenti d'acquisto dei consumatori interessando
gli anelli intermedi o finali della catena distributiva; le seconde
rivolgono il loro interesse alle modificazioni nei comportamenti di
consumo per aumentare così il reddito dei produttori.
Il monitoraggio di mercato sicuramente è uno strumento indispensabile
al fine di perseguire un risultato positivo. Per questo dovrebbe essere
parte integrante di ogni strategia aziendale di gestione e soggetta
a continui investimenti. Siamo coscienti però che le indagini
di mercato sono sovente troppo onerose per le realtà produttive
sia in termini di investimenti che di forze aziendali occupate.
Il monitoraggio di mercato, quindi, dovrebbe essere uno degli obiettivi
operativi primari propri di un comportamento operativo di tipo cooperativo
tra i produttori dello stesso bene.
Le variazioni nel comportamento del consumatore sono dovute alla percezione
data dall'acquisizione di nuovi vantaggi di tipo comparativo, che permettono
ad un prodotto di conquistare nuove fette di mercato. È interessante
notare come la comunicazione collettiva che determina mutamenti nel
comportamento del consumatore sia quella che agisce su tre distinte
sfere d'azione: la sfera affettiva, la sfera cognitiva e quella volitiva.
La sfera affettiva permette di capire quale sia il grado di affezione,
preferenza e gradimento di un determinato bene per un consumatore. La
sfera cognitiva è rappresentata dal grado di conoscenza che il
singolo consumatore ha nei confronti di un determinato bene (se lo conosce
oppure no; quando, come e perché lo consuma; come lo impiega
e perché). La sfera volitiva permette alla comunicazione collettiva
di intervenire sulle decisioni che determinano l'acquisto ed il consumo
di un preciso bene.
Tutte queste disquisizioni in materia di influenza e azione della comunicazione
collettiva presuppongono chiaramente un intervento mirato nei riguardi
del consumatore; prima di sapere cosa andremo a modificare mediante
con una campagna comunicativa incentrata su una determinata sfera piuttosto
che su un'altra, è necessario conoscere su cosa far leva per
ottenere i risultati sperati.
La comunicazione collettiva dovrebbe considerare come siti di attività
principali le caratteristiche socio culturali tipiche dei vari consumatori:
le opinioni personali, le credenze, le valutazioni, giudizi, ecc. Sono
questi aspetti a far da collegamento tra il consumatore e il suo comportamento
all'atto dell'acquisto o del consumo di un prodotto.
L'aumento della domanda di trasformazione e di distribuzione è
legata alle azioni di stampo comunicativo (es.: l'aumento delle esportazioni
in mercati esteri, i miglioramenti delle reti distributive, la divulgazione
di nuove modalità di consumo di particolari prodotti), che permettono
di ottenere un aumento della domanda di bene in questi settori
Descriveremo ora gli ultimi due obiettivi operativi della comunicazione
collettiva: l'informazione degli opinion makers e il coordinamento dei
produttori, sono obiettivi che rivestono un'importanza fondamentale
per la comunicazione collettiva nel settore del vino che ci accingeremo
a studiare nel prosieguo di questo lavoro.
L'atteggiamento del consumatore nei confronti di un prodotto non è
dato solamente dalla conoscenza diretta che egli possiede, ma risente
di tutta una serie di stimoli informativi che gli giungono attraverso
il tessuto sociale. Ad esempio, il parere di medici e nutrizionisti
può influenzare enormemente il grado di apprezzamento di un particolare
bene (come il vino), allo stesso modo i movimenti d'opinione possono
condizionare l'atteggiamento nei confronti di un prodotto e l'intervento
dei media può modificare direttamente o indirettamente la domanda
al consumo.
Di conseguenza, la promozione collettiva deve porre la massima attenzione
nel considerare il ruolo di questi soggetti e le rispettive posizioni
assunte nei confronti del bene considerato. L'intervento comunicativo
più indicato (ad esempio finanziare uno studio atto a confermare
o ricercare dei legami tra il consumo del prodotto e il miglioramento
della salute di chi ne fa uso) dovrà rafforzare le posizioni
più favorevoli e allo stesso tempo ammorbidire quelle avverse.
Il coordinamento dei produttori è uno strumento operativo che
permette di raggiungere diversi fini, primo fra tutti l'ottenimento
di un preciso bene rispettando norme di produzione comuni che garantiscano
una qualità elevata, e soprattutto costante, del prodotto. È
dal 1963, con la legge che ha istituito i Consorzi di tutela per i marchi
collettivi, che il settore agricolo italiano ( compreso quello vitivinicolo)
concretizza questo obiettivo attraverso appunto il meccanismo dei marchi
collettivi.
Il tutto è stato poi applicato a livello europeo con l'attuazione
dei Regolamenti 2081 e 2082, relativi alle:
- denominazioni d'origine controllata (D.O.C.);
- denominazioni d'origine protetta (D.O.P.);
- indicazioni geografiche protette (I.G.P.).
Un altro degli obiettivi conseguiti grazie al coordinamento dei produttori
è la programmazione delle produzioni, evitando così il
rischio di esuberi o ammanchi e poter soddisfare qualsiasi ramo della
distribuzione evitando il ricorso alle importazioni.
Il coordinamento tra produttori può anche permettere di costituire
un portafoglio di prodotti integrato alle attuali gamme e linee di prodotto
ampie e profonde (non altrimenti realizzabili da produttori singoli)
ed idonee a rispondere all'esigenza della distribuzione di disporre
di un'articolata offerta di beni.
Per quanto riguarda il prodotto vino (nel nostro caso il Prosecco D.O.C.
di Conegliano e Valdobbiadene), appare di rilevante importanza considerare,
oltre all'operatività stessa del Consorzio di tutela e valorizzazione,
anche il miglioramento delle interattività aziendali, visto che
si sta parlando di imprese che producono lo stesso tipo di bene. Difatti,
sebbene il compito del marketing gestionale sia per antonomasia la gestione
pressoché totale delle relazioni che generano competitività
nella filiera e nel settore, occorre riservare massima attenzione ad
uno specifico attributo proprio delle relazioni aziendali: la comunicazione
interattiva. Si potrebbero così individuare, in politiche di
sviluppo a medio e lungo termine, nuove opportunità imprenditoriali
che risultano invece essere utopistiche in termini di singole azioni
aziendali.
2.4. La Comunicazione Collettiva: vantaggi e limiti
Le iniziative di comunicazione collettiva presentano numerosi vantaggi
per le imprese che ne promuovono la realizzazione (Brondoni, 1987):
- perseguire obiettivi comuni avendo un rapporto benefici / costi di
comunicazione nettamente superiore a quello ottenibile da una singola
azienda, perché ogni impresa concorre finanziariamente con una
quota, stabilita da criteri opportuni, che rappresenta un investimento
sufficiente ad assicurare l'utilizzabilità degli strumenti comunicazionali
più idonei per raggiungere i fini prefissati e che garantisce
una frequenza di ripetizione del messaggio nei tempi e luoghi richiesti
da un'efficiente veicolazione del messaggio stesso;
- realizzare economie di scala sia di natura economica che pubblicitaria,
visto che le azioni collettive sono volte a promuovere in modo generico
intere classi merceologiche di beni;
- beneficiare dell'interazione tra le iniziative congiunte e le attività
pubblicitarie di marca; ciò si esplica nella ricerca di sinergie
tra i due strumenti di comunicazione oppure nella riduzione temporanea
degli investimenti pubblicitari di marca sostituiti da stanziamenti
di promozione complessiva;
- ottenere un maggior grado di accettazione del messaggio da parte dei
consumatori; una campagna collettiva, infatti, può presentare
un'immagine di maggiore obiettività rispetto ad una aziendale,
poiché il contenuto della comunicazione enfatizza le caratteristiche
comuni delle offerte dei vari produttori aderenti all'iniziativa e può
fornire maggiori garanzie relativamente agli standard minimi di qualità
dei prodotti promossi, visto che esistono specifici organismi di controllo
il cui compito è l'accertamento continuo del livello di qualità
del bene posto in vendita. Infine, la comunicazione utilizzata è
indiretta, cioè non è finalizzata a stimolare una scelta
tra soluzioni alternative. Tutte queste condizioni fanno sì che
il pubblico attribuisca un'elevata veridicità ai contenuti dei
messaggi e quindi sia predisposto favorevolmente all'acquisto.
A fronte dei vantaggi sopra indicati, la promozione collettiva presenta
degli elementi che ne possono limitare l'efficacia:
- la scelta del criterio da utilizzare per la quantificazione dell'investimento
totale e delle quote di partecipazione deve cercare l'equilibrio tra
le diverse posizioni di mercato delle imprese aderenti; è necessario
definire una soglia minima di budget che consenta il raggiungimento
degli obiettivi di comunicazione e che, allo stesso tempo, minimizzi
il rischio dell'effetto alone di cui potrebbero avvantaggiarsi le eventuali
aziende non promotrici;
- la difformità dei vantaggi di comunicazione di cui possono
godere le singole imprese associate; se le condizioni delle aziende
non sono sufficientemente uniformi (quota di mercato, tipo di distribuzione,ecc.),
l'azione congiunta potrebbe concentrare oppure accelerare il processo
di frammentazione della domanda, determinando effetti positivi o negativi
per specifiche aziende (ciò contrasta con la finalità
di promozione complessiva ed indifferenziata di una data classe di beni);
- la limitata efficacia del messaggio, poiché il contenuto della
comunicazione non può essere troppo specifico (all'interno dello
stesso gruppo si possono presentare prodotti ed imprese con caratteristiche
e livelli qualitativi diversi fra loro). Il messaggio sarà poco
caratterizzante e, perciò, scarsamente efficiente in termini
di incisività e di ricordo, soprattutto nei casi in cui i promotori
assumano comportamenti di tipo cautelativo o manifestino esigenze diverse
o, peggio, contrastanti;
- condizionamenti per le imprese che utilizzano anche la pubblicità
di marca; prima di aderire alle iniziative di comunicazione collettiva
queste imprese devono valutare la coerenza tra le finalità dell'azione
congiunta e gli obiettivi della comunicazione di marca a breve e a medio
termine, in particolare per quanto riguarda le possibili ricadute negative
di immagine aziendale e di marca; esse inoltre devono valutare l'entità
delle norme restrittive nei confronti dell'attività aziendale
di comunicazione che gli aderenti devono adottare per certi periodi
di tempo, onde non trarre indebiti vantaggi a danno degli altri promotori.
2.5. La Comunicazione Collettiva: gli effetti
I risultati finali della comunicazione collettiva sono rappresentabili
graficamente attraverso la curva della domanda e le relative modifiche
(Fig. 2.2).
In primo luogo la curva della domanda D può traslare verso destra,
mantenendo inalterata la propria pendenza, diventando D1: questo significa
che ad ogni livello di prezzo si verifica un aumento della richiesta
pari allo spostamento subito (Guatri, 1986). Questo è risultato
di un aumento dei consumi pro-capite (dovuto ad un incremento della
quantità normalmente consumata, ad una sostituzione del prodotto
promosso a discapito di altri, ad un aumento delle occasioni di consumo
dello stesso, ecc.) o di un aumento del numero dei consumatori oppure
di una combinazione di entrambi gli effetti. Una traslazione similare
può essere dovuta anche dall'ingresso in nuovi mercati (Gregori,
1997).
Può anche verificarsi un irrigidimento della curva di domanda,
equivalente ad uno spostamento da D a D2. Un tale risultato, meno frequente
rispetto alla traslazione, può essere la conseguenza dell'assunzione
di un "ruolo ostentativo" da parte del bene oggetto di promozione.
Ne è esempio il consumo di status, quali lo champagne o il Brunello
di Montalcino, stappati in occasioni di feste particolari e scelti tra
i più pregiati sul mercato (Gregori, 1997). La variazione della
pendenza della retta comporta una minore sensibilità della domanda
alle variazione di prezzo (Guatri, 1986).
Un miglioramento
delle condizioni di mercato può derivare anche da un aumento
dell'elasticità della domanda, che si traduce in un aumento della
disponibilità a consumare il bene al ridursi del prezzo dello
stesso (spostamento da D a D3). Questa variazione è conseguente
a campagne volte a favorire l'incremento del consumo del bene nelle
classi di consumatori meno abbienti, una volta saturata la domanda dello
stesso da parte nelle fasce di consumatori aventi reddito più
elevato.
L'equilibrio dipende soprattutto dall'esistenza o meno di libertà
d'ingresso nel settore stesso. Se esiste elevata libertà la curva
di offerta complessiva subisce una traslazione da S a Sl, con la conseguente
scomparsa degli extraprofitti da promozione. Se al contrario non esiste
libertà di ingresso per nuovi produttori, un cambiamento favorevole
delle condizioni di domanda di un settore in equilibrio porta ad un
aumento del livello di produzione e dei profitti per le aziende attive
nel settore (spostamento da E a E1 sulla curva di offerta) (Gregori,
1997).
2.6. La Comunicazione Collettiva: le motivazioni
Le iniziative di comunicazione collettiva, come già sottolineato
in precedenza, possono essere avviate da qualsiasi tipo d'impresa: privata,
pubblica o mista (pubblico-privato). Cercheremo di comprendere meglio
qui di seguito quali sono le motivazioni che spingono tali soggetti
ad intraprendere questo tipo di attività.
I riferimenti teorici a cui si possono ricondurre le iniziative comuni
delle imprese private, sono sostanzialmente tre (Gregori, 1997):
1) l'asimmetria informativa, secondo la quale le informazioni sulle
caratteristiche dei prodotti non solo sono incomplete ma sono anche
variamente distribuite tra produttori e consumatori; questi ultimi inoltre
sovente non conoscono la natura dei beni offerti. Ne derivano due rischi:
l' "adverse selection", dove la cattiva qualità scaccia
dal mercato la buona; il "moral hazard", dove i produttori
avviano azioni nascoste a rischio morale. Le imprese che producono beni
di qualità reagiscono realizzando delle campagne informative
per impedire che, a causa dell'insufficiente informazione, il prodotto
da loro offerto venga soppiantato da beni di standard inferiore. Le
campagne garantiscono migliori condizioni concorrenziali ai produttori
ed incrementano la rendita dei consumatori che, disponendo di informazioni
precise sui beni promossi, possono acquistare una paniere più
rispondente alle loro esigenze specifiche;
2) la "teoria dei giochi". Il modello dei giochi cooperativi
a somma positiva, formalizza la condizione (in un mercato di tipo oligopolistico,
i partecipanti considerano le scelte dei concorrenti, giungendo ad un
accordo) per la quale le imprese possono accordarsi per attuare delle
azioni (esempio: campagna promozionale collettiva) da cui derivano risultati
positivi per tutte le partecipanti (esempio: aumento del volume di vendita
o del prezzo o entrambi). Due aspetti da sottolineare: l'esistenza di
una certa corrispondenza tra risorse erogate e benefici conseguiti e
la permanenza nel tempo di questo equilibrio che garantisca una continuità
dei risultati positivi. A tal fine devono esistere accordi oligopolistici
limitativi della concorrenza potenziale, come le barriere all'ingresso.
L'ingresso di nuovi concorrenti comporterebbe, infatti, un aumento del
volume di offerta, una riduzione dei prezzi e una contrazione dei profitti,
con conseguente perdita dell'equilibrio preesistente.
3) modello dell'azione collettiva (Olson, 1965), secondo il quale gli
operatori in concorrenza tra loro adottano iniziative comuni solo se
queste permettono di conseguire vantaggi specifici, di cui altrimenti
non godrebbero. Gli aderenti all'iniziativa hanno la facoltà
di mettere in atto degli incentivi che premino o puniscano i beneficiari
dell'azione collettiva, a seconda se essi sostengono o meno l'azione
stessa, disincentivando, così, l'azione dei free riders, che
intendono sfruttare i vantaggi, senza sostenerne i costi.
Per quanto riguarda l'interesse dell'operatore pubblico verso le iniziative
di promozione collettiva, esso è dovuto alla volontà di
conseguire un beneficio sociale, che può essere pensato come
un beneficio generale, in cui l'operatore pubblico è portatore
di una superiore razionalità collettiva, oppure come un beneficio
particolare, in cui l'operatore, similmente agli altri attori dell'economia
di mercato, persegue la massimizzazione di una sua specifica funzione
obiettivo.
La prima ipotesi descrive l'operatore-Stato come il soggetto che detta
le regole generali per il migliore funzionamento dell'economia di mercato
(analisi neoclassica) che interviene per rimediare alle market failures
(esempio: l'equilibrio di sottoccupazione nell'analisi keynesiana).
Secondo la teoria del consumatore di Lancaster (1975), considerata dal
Gregori (1997), in presenza di beni non identici ma simili, il consumatore
può preferire un paniere che, causa la ridotta capacità
di spesa, non gli permette di ottenere la massima utilità, per
la semplice ragione che non conosce tutte le caratteristiche dei diversi
beni e, di conseguenza, può scegliere una combinazione sub-ottimale.
Poiché non esiste alcun meccanismo sociale che lo spinga verso
un atteggiamento razionale, l'operatore pubblico deve rimediare alla
carenza di informazione a disposizione del consumatore (market failure),
mediante campagne informative che evidenzino le specifiche caratteristiche
di una serie di prodotti.
Nel caso di beni simili, di cui viene differenziata solo la percezione
attraverso l'attività pubblicitaria, non si verifica un miglioramento
nel soddisfacimento della funzione-obiettivo del consumatore, bensì
una distorsione della stessa. La teoria di Lancaster non si adatta nemmeno
alle situazioni di conflitto tra operatori pubblici per svolgere l'attività
informativa e tra imprese per essere introdotte in tale attività.
Questa conflittualità sottolinea che l'attività di comunicazione
collettiva investe più gli interessi dell'offerta che quelli
della domanda, risultando chiaramente spiegabile in un quadro di interessi
parziali esistenti nel gioco che lega imprese e operatori pubblici.
Le iniziative promozionali collettive possono essere considerate il
risultato di un processo di scambio tra gli attori interessati all'attuazione
di tali campagne (produttori e loro rappresentanze) e gli attori che
gestiscono le risorse per la loro attivazione (la classe politica e
la burocrazia). Le campagne attivate sono quelle che permettono di raccogliere
il maggior consenso tra gli elettori, garantendo la possibilità
di riconferma per gli eletti e mediando tra i conflitti di potere esistenti
fra burocrazia e classe politica. Si crea, poi, tra i vari operatori
politici un meccanismo di concorrenza per il voto, in base al quale
alle stesse esigenze aziendali vengono offerte risposte multiple e diversificate.
Il fine non è modificare in maniera stabile il comportamento
dei consumatori, ma dare un segnale di risposta alla specifica domanda
delle imprese in cambio di consensi.
Emergono, alla fine, gli aspetti complementari tra i modelli descritti
per spiegare l'azione delle imprese e degli operatori politici.
"Da una parte, sia l'asimmetria informativa che l'attività
informativa dell'operatore pubblico sono motivate dalla difficoltà
che il consumatore incontra nel conoscere esattamente le caratteristiche
dei beni offerti sul mercato. Dall'altra, le imprese interagiscono in
forma collettiva con l'operatore pubblico perché perseguono dei
vantaggi specifici mentre l'operatore pubblico preferisce rispondere
a tali soggetti collettivi perché maggiore è l'impatto
in termini di consenso politico ed elettorale" (Gregori, 1997).
In conclusione, la risposta alla scarsa informazione del consumatore
e lo scambio sul mercato politico, rappresentano le motivazioni basilari
per l'attuazione di campagne di informazione collettiva .
2.7. La Comunicazione Collettiva: gli strumenti
In questo paragrafo verrà stilato un elenco dei mezzi comunicazionali
più efficaci e più utilizzati dalle figure che attuano
iniziative promozionali collettive. Tale elenco, vuole porre in risalto
la complessità e l'articolazione del quadro strumentale comunicativo;
gli strumenti di questo mix comunicazionale sono stati raggruppati in
otto categorie:
1. Pubbliche relazioni;
2. Pubblicità;
3. Propaganda;
4. Promozione delle vendite;
5. Servizi alle imprese;
6. Forme collaterali di comunicazione;
7. Informazione agli operatori commerciali;
8. Attività di carattere generale.
Le pubbliche relazioni
hanno come target prefissato un gran numero di operatori diversi tra
loro: media in genere, pubbliche istituzioni, organizzazioni sociali,
gruppi di interesse e professionali, ecc. Diverse sono le azioni di
pubbliche relazioni che si possono intraprendere al fine di consolidare
l'immagine positiva di un prodotto: l'organizzazione di eventi promozionali,
finanziamento di attività di ricerca, collaborazioni con i vari
soggetti interessati da questa forma di comunicazione, ecc.
Col termine pubblicità si intendono tutte quelle azioni che permettono
di far giungere ai consumatori un preciso messaggio riguardante un prodotto
oppure l'intero settore produttivo. Questa operazione è resa
possibile utilizzando un qualsiasi canale mediatico in grado di raggiungere
il destinatario prefissato. Esempi di azione pubblicitaria sono gli
spot televisivi e radiofonici, le inserzioni su giornali quotidiani
o riviste periodiche sia di informazione generale sia rivolte a target
specifici di utilizzatori (la stampa del settore produttivo e commerciale),
le affissioni, la pubblicazione di materiale specifico come ad esempio
brochure, leaflet e libri e infine tutte quelle forme divulgative che
utilizzano le nuove tecnologie legate alla rete Web e alla telefonia
mobile (W.A.P.) (creazione di portali dedicati per gestire le inserzioni,
le direct mailing rivolte a dei target groups specifici, l'invio di
s.m.s. direttamente all'utente sul proprio telefono cellulare, ecc.).
La propaganda è quella forma di strumento comunicazionale di
norma costituito da materiale redazionale ad uso stampa e televisione
che può contenere informazioni come la modalità di preparazione
e di servizio del prodotto oggetto di promozione, messaggi collegati
alle sue origini o a eventuali proprietà intrinseche che hanno
ripercussioni benefiche sugli utilizzatori, ecc.
La promozione delle vendite è uno strumento della comunicazione
che prevede l'utilizzo di mezzi divulgativi che permettano di ottenere
sia un aumento immediato del volume delle vendite sia un incremento
degli stimoli che concorrono a generare il fenomeno dell'acquisto immediato.
Al fine di ottenere questi risultati, la promozione delle vendite utilizza
strategie diverse a seconda dell'obiettivo da raggiungere. Per aumentare
le vendite in modo immediato si può ricorrere ad azioni comunicazionali,
come i concorsi a premi, che attraggono particolarmente il consumatore,
anche quello non direttamente interessato all'acquisto. Per stimolare
il consumatore all'acquisto immediato risultano molto efficaci le predisposizioni
di materiali informativi utilizzando ad esempio display e shelf markers,
organizzando punti di dimostrazione e offerta campioni o di video presentazioni
ed altre iniziative simili presso i vari punti della rete di vendita.
I servizi alle imprese sono azioni che la comunicazione collettiva svolge
per conto e a favore delle imprese di quel determinato settore o filiera
(esempio: studi condotti per ottenere un marcato miglioramento delle
tecnologie d'impiego del prodotto, indagini di mercato, assistenza tecnica,
assistenza alla commercializzazione su mercati esteri, ecc).
Le forme collaterali di comunicazione sono strumenti comunicazionali
che possono venire affiancati ad altri per aumentarne l'efficacia, oppure
utilizzati indipendentemente per sostenere iniziative "vicine"
a quella principale. Forme collaterali di comunicazione sono le sponsorizzazioni
in genere, le attività sportive, le mostre, l'impiego di banner
su siti internet, ecc. Segnaliamo, vista l'elevata frequenza di utilizzo,
le campagne di tipo educazionale, soprattutto quelle rivolte ai giovani
e ai bambini in età scolare: attraggono in maniera decisa l'attenzione
dei soggetti a cui sono indirizzate e ottengono informazioni favorevoli.
L'informazione rivolta agli operatori commerciali è uno mezzo
fondamentale delle strategie comunicative; essa infatti permette di
far giungere diverse informazioni ai destinatari (far conoscere le modalità
di valorizzazione, principalmente commerciale di un prodotto, cioè
spiegare come gestire ottimamente la rotazione del prodotto specifico
negli spazi ove è esposto in maniera ottimale e come riuscire
a comunicare la maggior parte degli attributi specifici del prodotto
al consumatore).
L'ultimo gruppo è rappresentato dalle attività di carattere
generale, strumenti della comunicazione che vanno ad affiancarsi a tutti
gli altri che abbiamo già descritto, tra queste segnaliamo: la
amministrazione dei programmi di comunicazione collettiva attivati e
la valutazione dell'impatto, dell'efficienza e dell'efficacia delle
iniziative di comunicazione collettiva attivate.
Concludiamo questo capitolo evidenziando come la tipologia di strumenti
a cui può far ricorso la comunicazione collettiva sia molto ampia:
si utilizzano infatti mezzi tradizionali come depliant e brochure e
allo stesso tempo mezzi innovativi legati al progresso tecnologico,
come i siti internet. Si passa poi da strumenti pubblicitari usuali
come le inserzioni su carta stampata, a forme di comunicazione molto
evolute, le campagne educazionali, e ci sono infine mezzi comunicazionali
come gli spot televisivi, oggi tra i più usati vista la loro
efficacia, che possono richiedere notevoli investimenti in termini di
danaro, ma anche strumenti, quali gli spot radiofonici, che invece risultano
essere più economici. Tali mezzi, inoltre, sono riconducibili
a classi molto diverse di attività che non si rifanno propriamente
all'accezione classica del linguaggio della pubblicità, della
promozione o del marketing. Riteniamo dunque che il termine più
adatto a coprire tale articolata gamma di attività sia proprio
quello di comunicazione collettiva, e per ciò usando tale termine
intendiamo fare riferimento a quell'insieme di attività comprendenti
per l'appunto la pubblicità, la promozione delle vendite, le
pubbliche relazioni, la propaganda, i servizi alle imprese, le informazione
agli operatori e altre forme di comunicazione, che vengono attuate al
fine di consolidare la domanda di quel preciso bene oggetto di promozione.
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