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CAPITOLO
PRIMO
ANALISI
DEI MERCATI DEL VINO
"Che
sarebbe la vita senza vino?
Il vino bevuto in tempi e quantità giuste
è gaiezza del cuore e gioia dell'anima
"
Ecclesiaste
INTRODUZIONE
La storia
del vino si può associare alla storia stessa dell'umanità.
Risulta quindi difficile tracciarne con precisione il corso: ogni civiltà,
ogni impero, ogni vicenda politica e di potere ha avuto le proprie storie
di vino, più o meno legate agli eventi stessi che hanno delineato
il corso della storia.
Non pretendo con queste poche righe aggiungere qualcosa a quanto già
scritto o detto da illustri esperti di tutto il mondo, è mio intento
soltanto presentare in modo semplice e sintetico le tappe fondamentali
dello sviluppo di questa straordinaria bevanda, nella certezza che la
conoscenza, seppure superficiale, di questo cammino ci permetta di apprezzare
e capire meglio la situazione odierna della bevanda vino.
La storia del vino ha il suo inizio, molto probabilmente, in oriente,
nella culla della civiltà. La Bibbia, in Genesi 4:16, ci riferisce
di Noè che appena uscito dall'arca pianta una vigna e ne ottiene
vino, fornendoci testimonianza del fatto che le tecniche enologiche erano
ben conosciute già in epoca prediluviana.
Gli Egiziani furono sicuramente abili maestri e depositari di tali tecniche.
Con la cura e la precisione che li distingueva, tenevano registrazioni
accurate di tutte le fasi del processo produttivo, dal lavoro nelle vigne
alla conservazione del prodotto ottenuto dalla spremitura degli acini
e successiva fermentazione. I numerosi geroglifici giunti fino a noi,
e in particolare modo, quelli che rappresentano con grande ricchezza e
dovizia di particolari la produzione del vino dei faraoni sono la testimonianza
emblematica e certa dell'elevato grado di preparazione enoica di tale
popolo.
Fu grazie ai popoli Greci e Fenici se il vino arrivò a lambire
le coste dell'Europa. I poemi omerici testimoniano ampiamente la presenza
e l'importanza del vino: a Polifemo, ad esempio, viene propinato puro
un vino che secondo le usanze dell'epoca veniva diluito con 16 parti di
acqua. Il vino si diffuse maggiormente in terre come l'Italia, la Francia
e la Spagna che ne sarebbero diventate in seguito la "patria".
In epoca Romana la viticoltura ebbe un enorme espansione geografica, si
diffuse da Roma a oltre le Alpi fino a raggiungere le coste dell'Europa
settentrionale. I più celebri scrittori non lesinavano inchiostro
per elargire i propri giudizi e decantare le virtù dei vini a loro
più graditi. Si scrisse tanto sul vino che oggi non è difficile
ricostruire una mappa vinicola della penisola al tempo dei Cesari. Le
tecniche vitivinicole conobbero in quei secoli anche un notevole sviluppo:
a differenza dei Greci, che conservavano il vino in anfore di terracotta,
i Romani cominciarono a usare materiali quali il legno e il vetro, introducendo
per la prima volta, o quantomeno enfatizzando, il concetto di "annata"
e "invecchiamento". Fu a partire dal secondo secolo che si cominciò
a dare importanza alla coltivazione della vite in regioni quali la Borgogna,
la Loira e la Champagne.
Nel Medioevo il potere ecclesiastico influì fortemente sullo sviluppo
della vitivinicoltura oltre che sullo sviluppo di ogni altro campo della
vita sociale e artistica. Il vino assunse al ruolo di simbolo di ricchezza,
prestigio e potere, tanto che l'eccellere nella produzione di qualità
divenne per alcuni ordini monacali quasi una ragione di vita. Basti pensare
ad esempio a Bernardo, ex monaco benedettino, il quale fondò nel
1112 l'ordine dei Cistercensi. Egli diede ulteriore impulso al tentativo
di produrre vini di alta qualità specialmente in Borgogna, obiettivo
alimentato anche dalla forte competizione tra le numerose abbazie sparse
in tutto il territorio di tale regione.
Diversa invece è la situazione che si riscontrava a Bordeaux, città
dominata non dal potere ecclesiastico ma da interessi commerciali con
l'Inghilterra, sempre più interessata al suo claret o chiaretto.
Questo legame vinicolo tra Francia e Inghilterra durerà nei secoli
giungendo fino ai giorni nostri. I grandi Chateau di Bordeaux pensavano
solo a produrre vini di pregio per i loro migliori clienti, gli inglesi
appunto, che non hanno mai potuto contare su una produzione locale di
quantità e tantomeno di qualità.
Si comincia a delineare fortemente proprio in questi secoli il ruolo centrale
della Francia nella produzione di grandi vini, ruolo che soltanto negli
ultimi decenni ha conosciuto degli antagonisti, tra i più degni
va segnalata chiaramente, a onor di giudizio esperto, l'Italia.
Gli ultimi secoli della nostra era sono stati testimoni di uno sviluppo
straordinario delle tecniche vitivinicole; segnaliamo l'evoluzione tecnologica
nella lavorazione del vetro, ciò rese possibile realizzare bottiglie
sempre più adatte ad ogni diverso tipo di vino, e la scoperta del
sughero: entrambi portarono ad ottenere condizioni di conservazione del
prodotto quasi perfette. Dalla regione della Champagne arrivò l'eco
delle "gesta" di un monaco benedettino, Dom Perignon, famoso
per il suo perfezionismo quasi maniacale e per il suo straordinario vino.
Anche se il suo primario obiettivo era quello di ottenere un vino perfettamente
fermo, i suoi sforzi erano vanificati dalla presenza di condizioni climatiche
e conformazioni pedologiche dei terreni che facevano inesorabilmente rifermentare
il vino nelle bottiglie rendendolo spumeggiante. Tale caratteristica renderà
però famoso ancor oggi l'omonimo champagne che si ottiene appunto
dai vigneti di quella regione.
Nel XVIII secolo si consolidò la tendenza a produrre vini più
intensi, scuri e fermentati a lungo. Cominciò ad affermarsi in
questo contesto il Porto come straordinario vino da lungo invecchiamento.
Il XIX secolo fu il secolo che vide la vitivinicoltura vivere alterne
fortune, si passò dalla massima euforia vitivinicola giustificata
dai continui trend positivi che si rilevavano dall'analisi dei bilanci
delle economie nazionali dei maggiori paesi produttori di vino, al massimo
terrore prima della fine del secolo, quando si abbatté sulla viticoltura
europea il grande flagello della filossera, il parassita che colpisce
le radici della vitis vinifera. Quasi tutti i vigneti d'Europa andarono
distrutti o furono gravemente danneggiati. L'unica soluzione per i viticultori
europei, seppur molto dolorosa, fu rappresentata dal reimpianto di tutti
i vigneti colpiti dal parassita radicale con delle piante di vite europea
innestate su radici di vite americana, quest'ultima immune alla filossera.
In questi ultimi decenni il mondo del vino ha subito ancor maggiori trasformazioni
ed evoluzioni, ad esempio, grazie all'utilizzo di nuove tecniche di refrigerazione
dei vasi vinari, anche paesi caratterizzati da climi particolarmente caldi
come California e Australia hanno iniziato a proporre sui mercati mondiali
dei prodotti molto competitivi.
L'Italia è senza ombra di dubbio un paese straordinariamente vocato,
purtroppo, però, questa vocazione del territorio non è stata
quasi mai sfruttata appieno e vige un forte dualismo tecnologico: difatti
in molte zone d'Italia l'evoluzione nel modo di allevare viti e di ottenere
vino è stata assai marginale mentre in altre per fortuna qualcosa
sta cambiando molto più marcatamente. Sempre più aziende
cominciano a lavorare sulla qualità, sulla bassa resa per ettaro
e sull'applicazione di criteri scientifici in fase di vinificazione. Così
al fianco di Sassicaia, Brunello di Montalcino, Chianti e Malvasia delle
Lipari, solo per citarne alcuni, stanno emergendo una gran quantità
di vini eccellenti, il Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene D.O.C.,
sicuramente è uno di questi. Questo processo è reso possibile
dalla concezione sempre più diffusa, tra produttori e consumatori,
che il vino non sia solo una bevanda da associare a del cibo o da consumarsi
in modo sistematico e superficiale, ma possa tranquillamente aspirare
a diventare una vera e propria opera d'arte o perché no un oggetto
di culto.
IL MERCATO
MONDIALE
1.1.
Superfici vitate e produzioni mondiali di vino
Le superfici
vitate mondiali negli ultimi trent'anni, dal 1970 al 2000, hanno seguito
tendenze alterne: dopo una progressiva crescita, registrata tra il 1970
e il 1981, sono diminuite fino al 1997. Nei tre anni successivi si è
registrato, infatti, un incremento, anche se a tassi non particolarmente
elevati, che ha portato i vigneti mondiali per l'anno 2000 intorno a 7,4
milioni di ettari, a fronte di un picco di 9,3 milioni di ettari rilevato
nel 1978
Fig.
1.1 - Evoluzione delle
superfici vitate nel mondo e nella Ue (ettari).
Scendendo
nel dettaglio dei singoli continenti si osserva come le tendenze non siano
risultate univoche.
L'Unione Europea, pur rimanendo l'area di maggior interesse per la coltivazione
viticola, mostra una costante perdita di posizioni, favorita dal blocco
dei nuovi impianti e dalle estirpazioni finanziate con premio. La quota
comunitaria sul totale mondiale è passata dal 51% degli anni '70
al 47% degli anni '90, cioè da 4,6 a 3,5 milioni di ettari. Questo
ha sicuramente influenzato l'andamento delle superfici complessive mondiali,
in quanto l'aumento che si è avuto in altre zone non ha compensato
la perdita di impianti nella Ue. Parallelamente si è avuto un aumento
delle superfici vitate nei continenti asiatico ed americano.
Tra gli anni '70 e '90, nel continente asiatico la percentuale della superficie
vitata è passata dal 14% al 18% rispetto a quella mondiale, mentre
nel continente americano, si è passati dall'8% al 11% anche se
la superficie viticola dei paesi latino-americani, i più rappresentativi
nel settore vitivinicolo per questo continente, è rimasta sopra
i 500 mila ettari fino al 1985, è scesa fino a toccare il minimo
di 400.000 ettari nel 1993 e poi è risalita e ha raggiunto i 460
mila ettari nel 2000. La spinta verso l'alto, in questi ultimi sette anni,
è stata sicuramente data dall'Argentina, Paese che dopo anni di
stabilità sembra essere in piena fase espansiva anche grazie agli
investimenti fatti da aziende cilene e nord americane, in cerca di nuovi
terreni da impiantare, situazione però precedente al tracollo economico
che si è verificato in questo inizio di anno. Un altro stato sudamericano
che si sta prepotentemente affermando nel panorama mondiale vitivinicolo
è il Cile, da qualche anno infatti, questo Paese, sta conducendo
un'importante opera di riconversione degli impianti. Viene abbandonata
la coltivazione dei vitigni autoctoni, perché di scarso interesse
commerciale, e introdotta quella dei quattro vitigni più diffusi
ed economicamente significativi a livello mondiale: il Merlot, il Cabernet,
lo Chardonnay e il Sauvignon.
L'aumento delle superfici vitate si registra anche nei Paesi dell'Oceania,
continente a vocazione vinicola di recente formazione, grazie soprattutto
al traino dovuto all'espansione dei vigneti nelle terre australiane. Per
questo Paese si prevede, infatti, che per il 2004-2005 le superfici vitate
raddoppieranno rispetto ai 72 mila ettari censiti nel 1997 e di cui circa
il 55% coltivato con viti a bacca rossa. Va sottolineato che all'inizio
degli anni '70 in Australia gli ettari investiti a vigneto erano poco
più di 50 mila e che il dato previsionale riportato sopra, pur
essendo in assoluto non particolarmente elevato, è indicativo del
crescente interesse nutrito dal settore per il vino australiano.
Il processo espansivo delle superfici agrarie investite a vigneti si rileva
pure nel continente africano e specialmente nel Sudafrica, il principale
Paese produttore viticolo africano. In questo stato i vigneti hanno raggiunto
l'estensione dei 122 mila ettari nell'anno 2000 e il merito è da
reputarsi principalmente all'avvenuta soppressione dell'embargo internazionale
che ha consentito una ripresa dell'agricoltura sudafricana di riprendersi
e iniziare a svilupparsi.
Nel trentennio che va dal1970 al 2000, analogamente a quanto accaduto
per le superfici vitate, si registra un trend complessivo discendente,
di lieve entità, anche per le produzioni vinicole (Fig. 1.2).
Dal 1970 al 1987 i volumi mondiali sono scesi poche volte sotto i 30 milioni
di tonnellate, raggiungendo un massimo di 37,5 milioni nel 1979 ed un
minimo di 27 nel 1972. In particolare, dalla fine degli anni '80 in poi
la produzione si è attestata tra i 25 e i 29 milioni di tonnellate.
Al di là del dato complessivo è interessante analizzare
come la struttura della produzione vinicola mondiale non sia variata molto
negli ultimi trent'anni.
Fig.
1.2 - Evoluzione
della produzione di vino (migliaia di tonnellate).
In figura
1.3 è rappresentata la ripartizione mondiale di vino nel decennio
1991-2000, l'Unione Europea risulta essere la prima produttrice mondiale
di vino, la quota comunitaria rispetto alla produzione complessiva è
scesa, infatti, solo due volte sotto la soglia del 60% sul totale mondiale.
Anche se negli ultimi trent'anni le produzioni di Francia ed Italia sono
diminuite, i due Paesi detengono da soli circa il 44% della produzione
mondiale e si alternano in testa alla graduatoria dei produttori, non
solo all'interno dei confini comunitari ma anche a livello mondiale. Per
la Francia la tendenza negativa è consolidata: il Paese è
passato progressivamente da una media di 7 milioni di tonnellate di vino
prodotto negli anni '70, alle 6,7 degli anni '80, per raggiungere i 5,7
milioni di tonnellate negli ultimi dieci anni. Nello stesso arco di tempo
l'Italia invece ha evidenziato dapprima una fase di crescita, passando
da 7 a 7,2 milioni di tonnellate e poi una fase di drastica riduzione
che l'ha portata ad attestarsi mediamente attorno a 5,9 milioni di tonnellate.
Al terzo posto tra i maggiori Paesi produttori si trova la Spagna, con
un volume di vino prodotto che si attesta mediamente sopra i 3 milioni
di tonnellate, negli anni '80 è stato raggiunto il picco dei 3,4
milioni di tonnellate.
Fig. 1.3 - Ripartizione
della produzione mondiale di vino nel decennio 1991-2000.
Al secondo posto della classifica, con il 17% della produzione mondiale,
troviamo il continente americano la cui produzione, dopo aver superato
i 5 milioni di tonnellate negli anni '80, è scesa fino ad assestarsi
attorno ai 4,7 milioni di tonnellate in questo ultimo decennio.
Chiudono questa classifica l'Africa con il 3%, l'Asia e l'Oceania con
il 2%: di questi continenti vale la pena riportare solo i dati relativi
alle produzioni dei due stati più significativi nel panorama viticolo
mondiale, il Sud Africa e l'Australia. Il Sud Africa è passato
da una media produttiva di 546 mila tonnellate di vino negli anni '70
ad una di 775 mila negli anni '90, mentre i volumi prodotti in Australia
sono aumentati passando da 318 mila a 562 mila tonnellate.
Nella tabella 1.1 sono riportate le medie produttive relative ai tre decenni
considerati, mentre in figura 1.4 è descritta la produzione mondiale
di vino considerando i dati forniti dalla tabella 1.1
Tab.
1.1 - Produzione mondiale
dal 1970 al 1999 (medie decennali espresse in tonnellate).
1.2.
Gli scambi internazionali negli ultimi trent'anni
Fig.
1.4 - Produzione mondiale
dal 1970 al 1999 (medie decennali).
Nonostante
ci sia stato un trend negativo per quanto riguarda la produzione mondiale,
nell'ultimo trentennio si è evidenziata una positiva evoluzione
degli scambi commerciali (Fig. 1.4).
Il mercato, identificato nel complesso delle esportazioni mondiali, ha
manifestato chiari segnali di crescita passando dalla media di 4 milioni
di tonnellate di vino esportate nel decennio '70-'79 ad una media di 5,3
milioni di tonnellate dal 1990 al 2000 con una crescita del 33%.
Nonostante lo scenario mondiale si stia arricchendo di nuovi protagonisti
come il Cile, l'Australia e il Sud Africa, il mercato delle esportazioni
si concentra sui tre grandi produttori europei: l'Italia, la Francia e
la Spagna (Fig. 1.5). Dal 1970 al 2000 questi Paesi fornitori si sono
spartiti circa il 60% dei volumi totali commercializzati e l'Italia è
stata quasi sempre in cima alla graduatoria.
Negli anni '70 l'Italia ha esportato all'incirca 1,2 milioni di tonnellate
di vino, ha superato 1,46 milioni negli anni '80 ed è scesa poi
a 1,35 milioni nell'ultimo decennio.
Fig. 1.5 - Esportazioni
di vino: Mondo e Ue (tonnellate).
Per
le esportazioni francesi il trend invece è sempre stato crescente,
in trent'anni sono passate da 630 mila tonnellate, come media degli anni
'70, ad oltre 1,26 milioni negli anni '90. Nel 1998, in particolare, la
Francia ha realizzato il record in fatto di vendite superando 1,63 milioni
di tonnellate (+9% rispetto al '97) confermandosi per il secondo anno
consecutivo il primo Paese fornitore di vino a livello mondiale, invertendo
così la tendenza che la vedeva seconda dietro l'Italia.
Al terzo posto, distanziata di parecchio da Francia e Italia, troviamo
la Spagna che progressivamente sta portando i propri prodotti oltre i
confini nazionali, le esportazioni infatti sono passate dalle 440 mila
tonnellate degli anni '70 alle 740 mila (dato calcolato come media) degli
ultimi dieci anni della serie e solo nel 1998 il Paese iberico ha superato
la soglia del milione di tonnellate (il 15,3% del totale mondiale).
Fig. 1.6 - Esportazioni
dei tre principali Paesi fornitori (tonnellate).
Come si evidenzia nella
tabella 1.2, Italia, Francia e Spagna si confermano nell'ordine in
vetta alla graduatoria delle esportazioni di vino.
La classifica si ribalta a favore della Francia quando cambiamo il parametro
di valutazione delle esportazioni, difatti, come si può notare
dalla figura 1.7 se consideriamo le esportazioni in valore e non in quantità,
la Francia risulta occupare il primo posto della classifica e distanzia
di molto tutti gli altri Paesi sia europei che mondiali.
Fig. 1.7 - Ripartizione
delle esportazioni mondiali in valore nel 2000.
Tab. 1.2 - Esportazioni
dei principali Paesi fornitori (tonnellate).
Segno questo che i vini francesi godono di un notevole valore aggiunto.
In questo Paese, la percentuale delle esportazioni in valore sul totale
mondiale in trent'anni è cresciuta dal 30 al 42% superando anche
il 50% tra il 1986 ed il 1991. L'Italia invece avendo un'esportazione
orientata verso la fornitura di vini sfusi, ovvero di grandi masse amorfe
a basso valore aggiunto, occupa la seconda piazza distanziata di ben 24
punti percentuali.
1.3.
Il ruolo del "Nuovo mondo"
Il ruolo dei Paesi emergenti in ambito produttivo, è in continua
crescita. La progressione più importante riguarda due stati, il
Cile e l'Australia.
Il paese sudamericano in soli trent'anni ha aumentato le esportazioni
vinicole passano dalle 8 mila tonnellate, calcolate come media nel decennio
1970-1979, alle 156 mila tonnellate (quasi il 3,1% sul totale mondiale)
nel decennio 1990-2000. L'export, visto il calo che stanno subendo i consumi
interni, assume un'importanza strategica sempre più rilevante per
il settore vitivinicolo cileno, la quota di prodotto uscita oltre i confini
nazionali è passata dall'1,7% degli anni '70 al 40% degli anni
'90. Tale tendenza si è accentuata ulteriormente nell'anno 2000,
il Cile è diventato il quarto Paese fornitore nel mondo con un
totale di 353 mila tonnellate, quota che corrisponde al 64% della produzione
nazionale. Le esportazioni cilene hanno potuto svilupparsi rapidamente
sfruttando la situazione economica nazionale che permette di avere costi
di produzione inferiori rispetto agli altri Paesi, di conseguenza i prezzi
di vendita del vino, che presenta una discreta qualità, risultano
essere molto concorrenziali. Va specificato però che la maggior
parte delle vendite all'estero viene realizzata da un numero limitato
di aziende.
L'altro Paese latino americano che ha visto aumentare in modo costante
le proprie esportazioni di vino è l'Argentina, si è passati
dalle 20 mila tonnellate degli anni '70 alle 95 mila degli anni '90, con
un picco massimo di esportazione di 215 mila tonnellate nel 1995.
L'Australia è il secondo Paese che ha fatto registrare i maggiori
aumenti di volume di vino esportato, i dati evidenziano come da una media
di 6 mila tonnellate negli anni '70, si sia giunti alle 157 mila tonnellate
tra il 1990 ed il 2000. La crescita registrata negli ultimi anni è
netta: nel 2000 l'export australiano ha toccato le 317 mila tonnellate
di vino, con un incremento del 14% rispetto all'anno precedente, ponendo
così gli aussie al quinto posto nel rank mondiale dei maggiori
Paesi esportatori.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti d'America, possiamo dire che stanno
seguendo la tendenza australiana, infatti sono passati da una media di
poco più di 6 mila tonnellate negli anni '70 a circa 145 mila tonnellate
negli anni '90.
1.4. Le dinamiche dei Paesi importatori
Dal 1970 al 2000 la struttura delle importazioni non è variata
di molto, nelle prime posizioni della graduatoria mondiale infatti troviamo
ancora la Germania, il Regno Unito, la Francia e gli Stati Uniti (Fig.
1.8).
Complessivamente la loro quota, rispetto quella totale mondiale, ha subito
oscillazioni comprese tra il 43%, valore minimo fatto registrare nel 1998,
e il 59%, valore massimo raggiunto nel 1991.
La Germania è sempre stata il principale cliente per i Paesi produttori,
superata dalla Francia solo agli inizi degli anni '70, il trend positivo
delle importazioni tedesche ha raggiunto il livello massimo nel 1983 con
1.140.000 tonnellate, poi c'è stata un'inversione di tendenza che
ha portato gli acquisti di vino fuori dai confini nazionali a scendere
sotto il milione di tonnellate (il 20% circa sul totale mondiale). Pur
essendo il primo importatore del mondo come quantità, nel corso
degli anni la classifica relativa al valore della spesa vedeva la Germania
oscillare tra il primo ed il terzo posto, fino ai primi anni '80, infatti,
occupava il primo posto, è stata scavalcata per alcuni anni da
Stati Uniti e Regno Unito, ha riguadagnato il primato all'inizio degli
anni '90 e infine è ridiscesa al terzo posto nel 2000.
Fig. 1.8 - Importazioni
di vino dei principali Paesi acquirenti (tonnellate).
A partire
dalla fine degli anni '80, il secondo importatore in termini quantitativi
è stato il Regno Unito con 860 mila tonnellate di vino importato
nel 2000 (il 15% del totale mondiale). Gli acquisti di vino, cresciuti
abbastanza regolarmente, riguardano prevalentemente vino di qualità
costoso, visto che in termini monetari il Regno Unito è il primo
importatore internazionale, con una quota che ha raggiunto il 22% sul
totale mondiale nel 2000.
Il trend delle importazioni francesi nel trentennio 1970-2000 risulta
invece essere negativo, infatti negli anni '70 i volumi importati dalla
Francia, pur manifestando significative oscillazioni, si sono attestati
mediamente attorno alle 741 mila tonnellate, mentre nel decennio successivo
sono scese a 594 mila tonnellate. Nel 1985 la Francia, da secondo importatore
mondiale quale era, è scesa al terzo posto e nel corso degli anni
'90 gli acquisti hanno continuato a far registrare ulteriori flessioni
fino ad assestarsi attorno al valore medio delle 557 mila tonnellate.
I prodotti ricercati dai francesi sono per la maggior parte quelli che
si collocano nella fascia alta dei prezzi e gli acquisti vengono effettuati,
vista la tradizione vinicola dei due Paesi, prevalentemente in Italia
e in Spagna.
Tra i mercati di maggior interesse emergono anche gli Stati Uniti, è
infatti il quarto Paese per volumi importati (con una quota sul totale
mondiale, riferita all'anno 2000, del 7%), ma se consideriamo la spesa
sostenuta (15% della spesa totale nel 2000). I dati riguardanti l'import
statunitense non permettono di ottenere un quadro molto chiaro della situazione,
infatti registriamo trend di crescita costante fino al 1984 quando, per
la prima ed unica volta, sono state superate le 500 mila tonnellate (l'11%
del totale mondiale), poi invece, dalla seconda metà degli anni
'80 c'è stata un'inversione di tendenza con conseguente flessione
dei volumi di vino importati. Solo dopo il 1994, anno in cui è
iniziata la ripresa della domanda, le importazioni americane sono riuscite
a recuperare terreno fino ad arrivare asuperare la soglia delle 400 mila
tonnellate nel 2000.
Nel corso degli anni si sono affacciati alla ribalta dei mercati vinicoli
anche alcuni Paesi dell'Asia, in questo continente infatti le importazioni
sono progressivamente aumentate passando dalle 6 mila tonnellate del 1970
alle 440 mila tonnellate del 2000 (Fig. 1.9).
A trainare le importazioni asiatiche è sempre stato, come si può
vedere dal grafico, il Giappone, seguito da Cina, Hong Kong e Singapore.
In Giappone si è passati ad importare dalle 16 mila tonnellate
(media anni '70) alle 118 mila tonnellate (media anni '90), questa "esplosione
delle importazioni" è strettamente correlata all'aumento dei
consumi interni che, secondo uno studio dell'Istituto europeo per la Congiuntura
Vitivinicola, sarebbero cresciuti dell'80% nel periodo compreso tra il
1987 e il 1997. Nel 2000, in particolare, le spedizioni verso il Paese
del Sol Levante hanno subito un'ulteriore accelerazione (322 mila tonnellate),
quantità che permette di collocare il Giappone al quinto posto
tra i maggiori importatori per volume (5,4% del totale mondiale) e a al
quarto posto nella classifica delle importazioni in valore.
Il mercato cinese, seppur si assesti ancora su un livello estremamente
basso, sta dando chiari segnali di crescita che fanno ben sperare per
il futuro, specialmente dopo l'avvenuta annessione dell'isola di Hong-Kong,
ex colonia britannica.
Fig. 1.9 - Principali
Paesi importatori di vino asiatici (tonnellate).
IL
MERCATO EUROPEO
1.5.
Superfici vitate e produzione in Europa
1.5.1. Introduzione
Il bilancio di previsione dell'Unione Europea per la campagna 1999/2000,
in base alle comunicazioni dei singoli Paesi , stima in 173,5 milioni
gli ettolitri di prodotto vinificato complessivamente nella Ue nel medesimo
periodo, se a questi aggiungiamo le scorte di inizio campagna, pari a
123,3 milioni di ettolitri, otteniamo il dato sulla disponibilità
interna totale che è di 296,8 milioni di ettolitri. La ripartizione
della produzione tra vini bianchi, rossi e rosati vede in vantaggio questi
ultimi, infatti assieme detengono una quota pari al 50,6% del totale.
Attualmente prevalgono i vini da tavola con 95,6 milioni di ettolitri
contro i 69 milioni di vino a denominazione di origine.
In tabella 1.3 e 1.4 vengono riportate le produzioni medie e le esportazioni
verso Paesi terzi dell'Ue relative a tre tipologie di vino.
Tab. 1.3 - Produzione
media di vini nella Ue (migliaia di ettolitri).
Tab.
1.4 - Esportazioni comunitarie
verso Paesi terzi (migliaia di ettolitri).
Le previsioni relative all'anno 2000 indicano 13 milioni di ettolitri
di vino da consegnare oltre i confini comunitari.
I consumi di vino della Ue s attestano attorno a 34 litri pro capite:
14,5 litri di VQPRD, 17,6 litri di vini da tavola e 1,9 litri di altri
vini.
Tab. 1.5 - Consumi di
vini nella Ue (migliaia di ettolitri).
La tabella 1.5 riporta i consumi della Ue relativi sempre alle stesse
categorie di vino. Secondo i dati riportati nel bilancio comunitario di
previsione, gli stock di fine campagna 2000 dovrebbero portarsi ad un
livello pari a 133,3 milioni di ettolitri.
1.5.2. Le misure legislative adottate in Europa per contenere la produzione
La limitazione e il controllo del potenziale vitivinicolo saranno le linee
guida della nuova Organizzazione Collettiva di Mercato del vino, istituita
nel maggio '99 (Reg. Ce 1493/99).
All'interno della Comunità il blocco dei vigneti continuerà
a rimanere in vigore fino al 2010 ma, in deroga a questa restrizione,
è stato concesso un plafond di nuovi impianti che per l'Italia
è quasi di 13 mila ettari. La gestione del potenziale viticolo
verrà realizzata tramite una riserva nazionale o attraverso riserve
regionali nelle quali si riverseranno i nuovi diritti di impianto, quelli
d'impianto e reimpianto scaduti e quelli acquistati sul mercato.
Tra gli elementi innovativi, presenti nella riforma, c'è l'aiuto
economico erogato a chi riconverte o ristruttura i vigneti allo scopo
di adeguare la produzione alla domanda del mercato. Per rendere usufruibile
all'utenza questo sostegno è necessario che vengano definiti dagli
stessi stati membri i piani specifici di intervento, chiaramente dopo
aver compilato l'inventario del potenziale produttivo.
Nella compilazione dell'inventario, la nuova O.C.M. subordina alla ristrutturazione
e alla riconversione non solo il sostegno, ma anche la possibilità
di regolarizzare le superfici piantate illegalmente e l'aumento dei diritti
di impianto.
Tab.1. 6 - Distillazione
di vino nella Ue (migliaia di ettolitri).
In materia
di interventi di mercato la nuova O.C.M., prendendo atto della situazione
attuale dei mercati e dei consumi, abolisce la distillazione obbligatoria,
ovvero la misura tradizionalmente utilizzata per sanare gli squilibri
di mercato e di fatto non più attivata dalla campagna 1993/94 e
anche la distillazione di sostegno. La tabella 1.6 indica i quantitativi
di vino prodotti nell'Ue che sono stati inviati negli anni passati alla
distillazione.
Il nuovo sistema di intervento utilizzerà due forme alternative
di distillazione, quella definita "di crisi" e quella per la
produzione di alcol ad uso alimentare, entrambe saranno però di
tipo volontari. Con questo sistema l'O.C.M. riavvicina il settore vitivinicolo
alle regole del mercato, mantenendo però il controllo strutturale
sulle superfici vitate. Dall'adozione di questo tipo di misure precauzionali,
si capisce che l'atteggiamento, verso i problemi causati dalle eccedenze,
rimane comunque votato alla prudenza, basti ricordare che il settore è
uscito dalla crisi strutturale di sovrapproduzione di cui era stato vittima
all'inizio degli anni '90, grazie alle politiche delle estirpazioni con
premio e al blocco dei nuovi impianti.
In base ai dati rilasciati dalla Commissione, le superfici vitate dell'Europa
a 15 stati, sono passate dai 4,5 milioni di ettari della metà degli
anni '70 agli attuali 3,3 milioni di ettari.
1.6. I Paesi produttori storici
Sette sono i Paesi dell'Europa, aderenti alla comunità europea,
che storicamente producono vino: Francia, Italia, Germania, Spagna, Portogallo,
Austria e Grecia.
La produzione totale dell'Unione Europea è di 162.562.000 ettolitri,
in figura 1.10 è riportato l'andamento della produzione di vino
(V.Q.P.R.D. e totale) nell'Ue, dal 1994 al 2000. La Francia, culla della
viticoltura moderna, è attualmente il Paese che esporta di più
e soprattutto vini definiti di prima fascia di prezzo, aventi perciò
un elevato valore aggiunto. Anche in questo paese comunque si sono avute
delle riduzioni di superficie vitata e di produzione, oggi i vigneti in
Francia ricoprono un'area di circa 900.000 ettari e la produzione totale
di vino è di 57,5 milioni di ettolitri.
L'Italia è attualmente il secondo Paese produttore a livello mondiale.
Negli ultimi anni si sono registrati una contrazione delle quantità
di vino prodotte ed un aumento delle esportazioni, soprattutto per quanto
riguarda i vini V.Q.P.R.D. Il mercato del vino da tavola attualmente sta
attraversando un momento di stasi in termini di vendite, soprattutto per
i vini bianchi. La produzione totale di vino è di 52,6 milioni
di ettolitri.
La Spagna, pur possedendo la superficie vitata più vasta del globo
(circa 1.200.000 ettari, equivalenti a più del 15% della superficie
mondiale), nella graduatoria dei Paesi produttori si posiziona solo al
terzo posto dopo Francia e Italia, questo perché è caratterizzata
dall'avere un clima caldo e arido che causa carenze idriche, le quali
limitano significativamente la produttività. La produzione di vino
in Spagna comunque è di 32,9 milioni di ettolitri.
Figura 1.10 - Andamento
della produzione di vino nell'Ue.
Per quanto riguarda la Grecia ed il Portogallo, Paesi che producono diverse
tipologie di vino, di cui molti passiti oppure liquorosi, le produzioni
di vino non sono molto elevate rispetto agli altri paesi europei, infatti,
non supera i 3.680.000 ettolitri la Grecia e il Portogallo non va oltre
i 5.650.000 ettolitri.
Nei Paesi dell'Europa centro-settentrionale (Germania e Austria), a causa
della mancanza di temperature elevate e di radiazione solare, solitamente
sono i vini bianchi a dare i risultati migliori, la produzione complessiva
tedesca è di 10,7 milioni di ettolitri di vino, mentre quella dell'Austria
è di 2,2 milioni di ettolitri.
1.7. I Paesi PECO
Undici sono i Paesi dell'Europa centrale e orientale candidati ad entrare
a far parte dell'Unione Europea nei prossimi anni, la Bulgaria, la Romania,
l'Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l'Estonia, la Lettonia,
la Lituania, la Slovenia, la Polonia e Cipro. Il processo di entrata è
stato già avviato, ma non si conoscono ancora con precisione ne
i tempi entro i quali verrà portato a compimento, ne le modalità.
Per queste aree permane comunque, la difficoltà di compiere valutazioni
attendibili circa le reali dimensioni delle produzioni agricole.
L'area Peco ha già privatizzato, o si appresta a farlo, anche il
comparto vitivinicolo, settore che presenta a tutt'oggi molti problemi
ancora irrisolti: il rinnovo dei vigneti, l'introduzione dell'innovazione
nella fase della trasformazione, il potenziamento della promozione e della
commercializzazione, sono alcuni esempi.
Solo una parte dei Paesi Peco (Bulgaria, Ungheria, Romania, Slovenia,
Repubblica Ceca e Slovacchia) vantano tradizioni vitivinicole consolidate,
mentre per i rimanenti (Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania) il vino
è un prodotto ancora da scoprire.
Bulgaria, Ungheria e Romania sono i produttori principali di questo gruppo
di nazioni, i rispettivi volumi produttivi si attestano rispettivamente
sui 6,6 milioni, 4,4 milioni e 2,1 milioni di ettolitri nel 2000. Discreti
livelli produttivi si registrano anche per nazioni quali la Slovenia (poco
meno di un milione di ettolitri), la Repubblica Ceca e la Slovacchia (entrambe
producono circa mezzo milione di ettolitri).
La Polonia invece risulta essere, con circa 651 mila quintali di vino
rilevati nel 2000, la nazione dell'area Peco che importa maggiormente
vino, nelle classifiche mondiali si assesta al diciassettesimo posto.
I Paesi dell'Europa centro-orientale hanno una produzione complessiva
di 14,9 milioni di ettolitri e sviluppano flussi commerciali per circa
3,5 milioni di ettolitri in esportazione e per 1,9 milioni di ettolitri
in importazione.
L'Italia esporta verso i Paesi Peco un volume annuo variabile tra 400
mila e 500 mila ettolitri di vino, per un corrispettivo di 17,5-20 milioni
di euro. I due Paesi che importano maggiormente vino dal nostro sono la
Polonia e la Repubblica Ceca. L'incidenza dei Paesi Peco comunque sulle
nostre esportazioni vinicole resta molto limitata, è infatti pari
al 3% in quantità e solo all'1% in valore totale.
1.8. Il consumo di vino nell'Europa
In base ad una recente indagine condotta dalla filiale spagnola della
Nilsen di Barcellona sono emersi dati interessanti riguardanti il consumo
di vino nei seguenti otto Paesi dell'Unione Europea: il Belgio, la Danimarca,
i Paesi Bassi, la Germania, l'Irlanda, l'Italia, la Spagna e il Regno
Unito.
L'analisi evidenzia l'esistenza di comportamenti differenti tra i Paesi
del Nord Europa e quelli del Sud Europa. La figura 1.11 descrive l'andamento
del consumo di vino (V.Q.P.R.D. e totale) nell'Ue.
Nei Paesi del Nord il vino viene consumato prevalentemente entro le mura
domestiche, in Irlanda addirittura la percentuale sul totale dei consumi,
raggiunge il 75%. I belgi però fanno eccezione: il loro "approccio"
al vino è molto simile a quello dei Paesi meridionali, dove i consumi
si ripartiscono equamente tra "fuori casa" e "all'interno
delle mura domestiche".
Figura 11 - Andamento del
consumo di vino nell'Ue.
L'indagine si è concentrata sugli acquisti di tipo "off-trade",
cioè su quelli in cui il consumo è generalmente fatto presso
il domicilio dell'acquirente, che si contrappongono a quelli "on-trade",
dove invece il consumo viene fatto direttamente nel luogo di acquisto
(hotel, ristoranti e caffè ad esempio), e ha posto l'attenzione
su canali distributivi come iper e supermercati, superetes e negozi specializzati,
mentre ne ha esclusi altri quali i grossisti, l'acquisto diretto presso
il produttore e l'autoconsumo.
Dal 1997 al 2000 le tendenze sui consumi domestici si sono rivelate molto
differenti a seconda dei Paesi considerati: le vendite "off-trade"
sono aumentate fortemente in Irlanda (+24%), Belgio (+17%) e Paesi Bassi
(+14%), stati tradizionalmente consumatori di birra, sono invece risultate
stabili in Germania e in flessione in Danimarca e Spagna.
Confrontando, invece, il dato del 2000 con quello del 1999 si riscontra
quasi ovunque un aumento della spesa per il vino, le eccezioni sono rappresentate
dalla Germania (-4%) e della Danimarca (-9%). Gli incrementi più
significativi si sono avuti in Belgio (+38%) ed in Irlanda (+34%).
L'indagine evidenzia inoltre come il volume d'affari che ruota attorno
al vino cresce in maniera quasi esponenziale rispetto al volume delle
vendite, questo significa che il consumatore quindi acquista quantitativi
maggiori ma, allo stesso tempo, deve sostenere spese sempre più
elevate.
Un altro aspetto emerso dall'indagine coinvolge i punti vendita degli
otto Paesi oggetto di studio. In questi stati infatti si è registrata
una graduale diminuzione del loro numero (-14,1% dal 1991 al 1997), sebbene
si sia registrato un aumento della popolazione. Tale tendenza può
essere giustificata sottolineando come la distribuzione, in questi ultimi
anni si stia concentrando dando vita a grandi centri commerciali, super
e ipermercati. Questo fenomeno risulta essere molto accentuato nei Paesi
dell'Europa Nord-occidentale, mentre in altri come Spagna e Italia, peraltro
forti consumatori di vino, assume entità leggermente inferiori,
garantendo così, almeno per il momento, la sopravvivenza dei piccoli
dettaglianti.
IL
MERCATO ITALIANO
1.9.
La superficie vitata italiana e la sua produzione
L'Italia, con 52,6 milioni di ettolitri, è attualmente il secondo
Paese produttore al mondo per quantità di vino prodotto, dopo la
Francia.
La coltura della vite e la produzione vinicola vengono praticate in Italia
da sempre e costituiscono uno degli elementi trainanti dell'economia nazionale.
La viticoltura italiana è giunta ai massimi livelli mondiali grazie
al bagaglio di esperienze e di tradizioni accumulate nel tempo e che,
unitamente alla moderna tecnologia di vinificazione, hanno portato il
prodotto "vino italiano" ad assestarsi su livelli di commercializzazione
elevati.
La produzione italiana di vino segue il trend di quella mondiale, si registra
infatti una progressiva riduzione della trasformazione dell'uva in vino,
dovuta alla minore richiesta di prodotto rispetto al passato. La contrazione
della produzione non è da considerarsi un sintomo negativo, in
molti casi ha significato l'abbandono dei vigneti poco produttivi, il
miglioramento delle tecniche di coltivazione e di vinificazione, veicolando
infine l'interesse verso la ricerca di prodotti di qualità sempre
crescente e che presentino un giusto rapporto di prezzo.
L'Italia detiene anche il primato internazionale della produzione di uve
da tavola, che dovrebbe essersi attestato nel 2000 attorno alle 1.400.000
tonnellate, registrando un aumento del 4,6% rispetto all'anno precedente.
La viticoltura italiana attualmente sta attraversando un periodo, seppur
molto lentamente, di cambiamenti, si stanno infatti riconvertendo le produzioni
scegliendo vini di qualità (D.O.C. e D.O.C.G.). Questo processo
è frutto delle continue richieste di mercato sempre più
indirizzate verso un prodotto di qualità "elevata".
1.10. La produzione di uva e di vino in Italia
Il depauperamento delle superfici vitate è un fenomeno che ha investito
tutta la viticoltura dell'Unione Europea in seguito all'adesione al programma
di abbandono definitivo delle medesime stabilito dal regolamento CEE n.
1442/88.
Anche l'Italia ha subito una profonda ristrutturazione sia come numero
di aziende presenti sul territorio sia come superfici vitate (comprendenti
spesso vecchi impianti in cattivo stato di coltivazione e scarsamente
produttivi). L'andamento degli ettari consacrati a vite ha seguito un
trend negativo molto forte: nel 1980 la superficie vitata era di 1.227.000
ettari, nel 1990 di 1.022.000 ettari, nel 1996 di 971.000 e nel 2000 di
870.000, con una perdita complessiva del 32% rispetto all'inizio del periodo.
In seguito alle estirpazioni imposte e all'abbandono di molte aree collinari,
si stima che la consistenza dei vigneti all'anno 2001 sia intorno agli
830.000 ettari.
L'enorme riduzione della superficie vitata è stata compensata solo
in parte dall'aumento delle rese, fenomeno che si è manifestato
in maniera sensibile solo in alcune regioni italiane.
Fig. 1.12 - Quantitativi
di uva prodotta in Italia nel 2000 e 2001.
Il raccolto
delle uve nell'anno 2001 ha registrato un decremento del 3,6% rispetto
a quella dell'anno precedente, con una produzione di uva da vino pari
a 70.828.000 quintali (Fig. 1.12 e Tab. 1.7). Questa contrazione produttiva
non è dovuta alla diminuzione delle superfici vitate imposta dalle
direttive europee, ma dall'andamento climatico stagionale sfavorevole.
La figura 1.13 descrive l'andamento della produzione viticola italiana
dal 1995 al 2000, che ha assistito nel corso degli ultimi anni all'aumento
dei vini a denominazione, sia in termini quantitativi, che monetari. E'
stata registrata, infatti, una diminuzione della produzione di vini comuni,
mentre la produzione di vini V.Q.P.R.D. sta progressivamente aumentando
e diventando sempre più rappresentativa. Nel 2000 la produzione
vinicola italiana era così ripartita: 44% vini da tavola, 30% vini
D.O.C.-D.O.C.G. e il rimanente 26% vini Igt, mentre nel 1996 la produzione
italiana di vini D.O.C. e D.O.C.G. incideva sulla produzione complessiva
per il 18,4%.
Questo trend produttivo permetterà all'Italia di allinearsi con
le altre realtà europee, nelle quali i vini di qualità hanno
un'incidenza che varia tra il 30% e il 40%. L'offerta di vini di qualità
proviene per la maggior parte dalle regioni settentrionali ed in minima
parte da quelle meridionali, dove invece prevale la produzione di vini
comuni.
Tab. 1.7 - Quantitativi
di uva prodotta negli anni 2000 e 2001.
riscontrate
nel 2001 rispetto all'anno precedente.
Figura 1.13 - Produzione
italiana di vino con uve da vino nel 2001.
1.11.
Le tendenze di consumo di vino per uso domestico in Italia nel 2000
Fig. 1.14 Andamento della
produzione vinicola italiana dal 1995 al 2000.
Fonte:
elaborazione Ismea su dati Istat.
Secondo l'indagine Ismea-Nilsen gli acquisti domestici di vino e spumante
nel 2000 sono rimasti pressoché invariati rispetto all'anno precedente,
in termini assoluti siamo passati dai 9,6 milioni di ettolitri del 1999
ai 9,7 nel 2000.
Sembra comunque consolidata la tendenza dei consumatori a bere meglio:
il consumo di vini a denominazione di origine ha subito un significativo
incremento (+20%) su base annua, mentre ha perso posizioni il vino da
tavola (-4%), il consumo è passato dai 7,3 ai 7,1 milioni di ettolitri,
nonostante ciò comunque continua a rappresentare la quota più
rilevante degli acquisti di vino delle famiglie italiane (Fig. 1.15).
I vini da tavola mostrano contenuti segnali di debolezza nel segmento
del confezionato (-1%), mentre accusano perdite consistenti in quello
dello sfuso (-12%).
Il consumo di vini a denominazione di origine è in crescita in
entrambi i segmenti.
Tab. 1.8 - Produzione
di vino con uve da vino nel 2001 (migliaia di ettolitri).
Anche
gli acquisti domestici di spumanti sono in aumento, registrando un incremento
del 7% in volume e dell'8% in valore.
L'indagine evidenzia come pure la spesa delle famiglie italiane, nel comparto
dei vini, sia cresciuta del 5%, trainata soprattutto dal quel 20% di aumento
nei consumi dei vini a denominazione, sia sfusi che confezionati; una
lieve flessione invece viene registrata in relazione ai vini da tavola
(-2%).
Fig. 1.15 - Ripartizione
degli acquisti domestici di vino per tipologia nel 2000.
Gli
acquisti domestici di vino risultano essere tipologicamente così
ripartiti: 54% vino rosso, 40% vino bianco e il rimanente 6% rosati.
L'indice di penetrazione del vino e dello spumante in Italia si è
confermato sugli stessi livelli del 1999. Nel corso del 2000, l'87% delle
famiglie italiane, infatti, ha acquistato del vino almeno una volta (rispetto
al 1998 si evidenzia un aumento del 2%), inoltre gli ultimi tre anni hanno
fatto segnare un graduale incremento dell'indice dei vini in bottiglia
(dal 77% del 1998 all'81% nel 2000). L'indice di penetrazione del vino
sfuso invece, registra un leggero calo. Scendendo più in dettaglio
si osserva come le preferenze delle famiglie italiane si differenziano,
oltre che per la scelta della confezione o del colore, anche per la tipologia
di vino acquistato.
1.12. Modalità di acquisto nelle diverse zone italiane
Nelle regioni del Nord-Est d'Italia, i consumatori acquistano prevalentemente
il vino in bottiglie da 0,75 litri, a conferma di ciò segnaliamo
che in queste zone il 75% dei vini D.O.C.-D.O.C.G. ed il 22% di quelli
da tavola, sono immessi sul mercato proprio in confezioni da 0,75 litri.
Percentuali molto alte se consideriamo che a livello nazionale invece
solo il 57% dei vivi D.O.C.-D.O.C.G. e il 14% di quelli da tavola vengono
commercializzati in bottiglia , addirittura nel 1998 le percentuali nazionali
erano pari al 53% ed al 13%. Non incontra invece il gradimento dei consumatori,
in queste regioni, la confezione da 1,5 litri, soprattutto per i vini
a denominazione (12% contro il 25% nazionale ed il 31% registrato nel
Centro).
In questi ultimi anni gli italiani stanno acquistando maggiormente vini
rossi, nel 2000 la percentuale degli acquisti di questi ultimi ha raggiunto
il 53% sul totale, mentre nel 1998 era del 48,5%, di conseguenza la quota
relativa ai bianchi è diminuita passando dal 43% al 40%, come pure
quella per i rosati, -14,5% rispetto al '99, con una incidenza sugli acquisti
totali scesa dall'8% al 7%.
La medesima situazione si registra anche analizzando gli acquisti in valore,
gli acquisti dei vini bianchi nel 2000 hanno subito un calo del 4,5% rispetto
all'anno precedente.
Analizzeremo di seguito le preferenze a seconda delle diverse zone produttive
d'Italia.
Nel Nord-Ovest, terra dei grandi rossi piemontesi (che rappresentano il
66% della produzione regiobale), l'interesse dei consumatori è
decisamente spostato verso questa tipologia, che nel 2000 ha rappresentato
il 58% del totale degli acquisti, contro il 37% fatto segnare dai bianchi
e il 5% dei rosati. Nel Triveneto, invece, pur prevalendo come quantità
la produzione di vini bianchi (51% contro il 49% di rossi e rosati), le
preferenze sono orientate verso il consumo di vini rossi (il 55% sul consumo
totale). Dimostrano invece una netta predilezione (circa il 51%) per i
vini bianchi le regioni del Centro Italia e la Sardegna. Il sud Italia
invece rispecchia il trend del nord, infatti gli acquisti delle famiglie
si stanno sempre più orientando verso i vini rossi, anche se resiste
il consumo dei rosati, i vini legati alle tradizioni di queste zone. Nel
paniere degli acquisti di vino delle famiglie meridionali, infatti, i
vini rosati hanno rappresentato nel 2000 il 16% del totale, quota che
si attestava al 18% nell'anno precedente. Queste percentuali sono ancora
più importanti se si considera che, nell'intera Penisola, i rosati
rappresentano mediamente solo il 7% degli acquisti totali di vino.
1.13. La vendita del vino in Italia
1.13.1. I canali di acquisto
Gli italiani, anche per quanto riguarda l'acquisto di vini e spumanti,
si stanno rivolgendo in modo sempre più insistente alla Grande
Distribuzione Organizzata, nel 2000 il 48% degli acquisti di vini sono
stati effettuati presso iper e supermercati, mentre nel 1998 la percentuale
era inferiore di circa due punti percentuali.
Le principali catene distributive stanno organizzando al meglio gli spazi
dedicati al vino, in modo da soddisfare le richieste di un consumatore
che si sta dimostrando sempre più esigente e qualificato, inoltre
la G.D.O. offre prodotti che si collocano in fasce di prezzo adatte a
tutte le esigenze e a tutte le disponibilità. L'acquisto di vini
negli iper e super mercati è in netta crescita soprattutto per
i vini a denominazione che sono passati dal 60%, nel 1998, al 65% del
2000. Il ruolo degli iper e supermercati diventa ancora più importante
se analizziamo gli acquisti attraverso il parametro monetario, il 56%
della spesa totale del comparto vini, viene passa attraverso questi canali
distributivi considerati.
Figura 1.16 - Composizione
dei consumi di vino nella ristorazione per canale nel 2000.
*Per
High Level si intendono i ristoranti segnalati sulle guide gastronomiche.
Anche per i negozi definiti di libero servizio, cresce la percentuale
degli acquisti sul totale, soprattutto nel segmento dei confezionati sia
da tavola sia a denominazione di origine. Nel 1998, infatti, circa l'11%
delle D.O.C.-D.O.C.G. era stato acquistato attraverso il canale della
moderna distribuzione, mentre nel 2000 la percentuale è scesa sotto
il 10%. Sono, prevalentemente, gli "alimentari tradizionali"
e le enoteche a perdere posizioni: se nel 1999 circa il 23% degli acquisti
di vino erano fatti in questi negozi, nel 2000 la percentuale è
scesa al 19%.
1.13.2. Gli acquisti della ristorazione
Un altro importante canale per il consumo di vino è quello della
ristorazione che comprende alberghi, ristoranti, high level, pizzerie
e trattorie (Fig. 1.16). Le mutate abitudini di vita degli italiani portano
sempre più spesso la gente a consumare pasti fuori casa, tanto
da far assumere al fenomeno, proporzioni sempre maggiori.
Secondo l'indagine Ismea-Nielsen, nel 1998 la ristorazione ha fatto registrare
consumi di vino in volume pari circa ad un terzo di quelli che si sono
avuti dentro casa. Dai dati emerge che le preferenze degli italiani al
ristorante sono rivolte in modo preponderante ai vini da tavola e Igt
con una percentuale del 52% sul totale, seguiti dai vini D.O.C.-D.O.C.G.
con il 39%, mentre i vini frizzanti rappresentano solo il 9% del totale.
La quota di D.O.C-D.O.C.G. è particolarmente elevata nei ristoranti
segnalati dalle guide turistiche, dove rappresentano il 55% dei consumi
complessivi, mentre l'incidenza di vini da tavola, Igt e frizzanti riguarda
soprattutto trattorie e pizzerie.
L'area geografica che fa segnare i consumi maggiori nel canale della ristorazione
è quella dell'Italia Nord Occidentale (il 31% sul totale), seguita
dal centro (26%), dal Nord Est (25%) e in ultima posizione troviamo il
Sud (18%).
Nelle regioni settentrionali il consumo di vino al ristorante è
orientato verso quelli a denominazione di origine, mentre nel Centro e
nel Mezzogiorno verso quelli da tavola e Igt.
Analizzando più nel dettaglio i canali, si nota come alberghi e
ristoranti rappresentino insieme il 72% del totale dei consumi nella ristorazione,
mentre la restante parte spetta a pizzerie e trattorie.
Per quanto riguarda il formato di vendita diciamo che nella ristorazione
viene preferita la bottiglia classica da 0.75 litri, mentre negli alberghi
sono utilizzate anche confezioni inferiori a 0,75 litri, ma la loro incidenza
è però molto bassa (2% sul totale).
1.14. Il commercio dell'Italia con l'estero nella campagna 1999/2000
Alla luce della stabilità del mercato interno e del lieve calo
dei consumi pro capite registrato negli ultimi anni, i mercati internazionali
hanno assunto un'importanza sempre maggiore per il nostro comparto vinicolo.
Il vino italiano continua ad incrementare la sua notorietà all'estero
pur scontrandosi con la concorrenza sia dei Paesi produttori tradizionali
(Francia, Spagna), sia di Paesi che si stanno affacciando sulla scena
internazionale in questi ultimi anni (California, Cile, Ungheria). Riporteremo
in questo paragrafo i dati relativi alle esportazioni avute nella campagna
vitivinicola 1999/2000.
Nel periodo oggetto di studio, l'export ha superato di poco i 18 milioni
di ettolitri, segnando un incremento del 15% rispetto a quello 1998/99,
la ripartizione dell'export vinicolo italiano, relativa a questa stessa
annata, è descritta in figura 1.17, le importazioni invece hanno
evidenziato una drastica flessione, -50%.
Fig. 1.17 - Composizione
dell'export vinicolo italiano nel 1999/2000 in volume.
Le vendite
dei vini D.O.C. e D.O.C.G. sono rimaste costanti, mentre sono esplose
quelle legate alla vendita dello sfuso, trainate dalle domande provenienti
dalla Spagna (1,2 milioni di ettolitri, forniti soprattutto da Puglia,
Veneto, Emilia Romagna e Sicilia) e dalla Francia, dei frizzanti e degli
spumanti.
A guidare la classifica dei Paesi clienti si conferma tuttavia la Germania
(35% del nostro prodotto totale esportato) con oltre 6 milioni di ettolitri
importati dall'Italia, il 14% in più rispetto alla campagna precedente,
seguono Francia (21%), Stati Uniti d'America, che acquistano in Italia
molto più vino a denominazione rispetto a quello sfuso (8%), Regno
Unito (7%), Spagna (6%) e Portogallo (4%).
IL SETTORE VITIVINICOLO VENETO
1.15.
Introduzione
Tab. 1.9 - Superficie
agricola della Regione Veneto
Con gli 11.619.000 quintali di uva raccolta nella vendemmia 2001, di cui
11.232.000 quintali destinati alla vinificazione, il Veneto rappresenta
la prima regione. Gli ettolitri di vino ottenuti dagli 11.232.000 quintali
di uva sono stati 8.386.000, 4.776.000 di vini bianchi e i rimanenti 3.610.000
di rosso e rosato.
La superficie agricola regionale (Tab. 1.9) è, secondo i dati ottenuti
dal censimento dell'anno 2000, di 1.200.394 di ettari, di cui superficie
agricola utilizzabile (S.A.U.) 844.086 ettari, cioè poco più
del 70% della totale. La S.A.U. è investita (Fig. 1.18) al 68%
da seminativi, al 13% da coltivazioni permanenti e il restante 19% da
altre tipologie. La vite, sempre riferendosi ai dati dell'ultimo censimento
agricolo (Tab. 1.10), viene coltivata su 77.941 ettari, di cui 72.852
sono gli ettari in produzione, rappresenta quindi il 71% della superficie
totale investita a coltivazioni permanenti e il 9,2% della S.A.U. regionale.
Fig. 1. 18 - La composizione
della S.A.U. al censimento 2000
La produzione di uva nel 2000 è stata di 11.552.756 quintali, nel
2001 dunque la produzione è aumentata dello 0,6%. Nel 2000 Treviso
è stata la seconda provincia più produttiva del Veneto con
3.454.733 quintali di uva, preceduta da Verona con 4.080.868 quintali,
la provincia meno produttiva è Belluno con soli 9.000 quintali
di uva prodotti nel 2000. Le rese per ettaro vanno dai 55 quintali rilevati
nella provincia di Belluno ai 185 della provincia di Verona, Treviso,
provincia ove viene prodotto il Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene
D.O.C., vino che ha una produttività media di 140 quintali ettaro.
Tab.
1.10 - Ripartizione per
province della produzione di uva del Veneto
1.16.
La realtà consortile veneta
Ci troviamo di fronte ad una realtà vitivinicola racchiusa in venticinque
zone a Denominazione d'Origine, (Fig. 1.19), 22 sono denominazioni d'origine
controllata (D.O.C.), 3 invece sono denominazioni d'origine controllata
garantita (D.O.C.G.).
La quasi totalità della produzione regionale di vino V.Q.P.R.D.,
pari al 18% di quella nazionale, deriva da aziende agricole associate
ad un Consorzio di tutela della denominazione d'origine.
Le prime denominazioni sono state istituite alla fine degli anni 60, mentre
le ultime nel 2001 (le 3 D.O.C.G.). La presenza dei consorzi garantisce
un maggiore autocontrollo ed è indice di consapevolezza da parte
dei produttori, si stanno infatti rendendo sempre più conto che
i requisiti di qualità dei prodotti, non si possono affrontare
i mercato vinicoli europei e mondiali in modo competitivo.
LE D.O.C.G.:
Recioto di Soave istituita con D.M. 7/5/1998 - G.U. n.110 del 14/5/1998
sostituito interamente con D.M. 19/9/2001 - G.U. n.228 del 1/10/2001
Bardolino Superiore istituita con D.M. 1/8/2001 - G.U. n.190 del 17/8/2001
Soave Superiore istituita con D.M. 29/10/2001 - G.U. n.265 del 14/11/2001
LE
D.O.C.:
Bardolino istituita con D.M. 28/5/1968 - G.U. n.186 del 23/7/1968, ultima
modifica D.M. 26/6/2001 - G.U. n.159 dell' 11/7/2001
Bagnoli di Sopra o Bagnoli istituita con D.M. 16/8/1995 - G.U. n.234 del
6/10/1995
Bianco di Custoza istituita con D.M. 8/2/1971 - G.U. n.142 del 5/6/1971,
ultima modifica D.M. 30/7/2001 - G.U. n.186 dell'11/8/2001
Breganze istituita con D.M. 18/7/1969 - G.U. n.225 del 4/9/1969
Colli Berici istituita D.M. 20/9/1973 - G.U. n.32 del 4/2/1974
Colli di Conegliano istituita con D.M. 3/8/1993 - G.U. n.196 del 21/8/1993
Colli Euganei istituita con D.M. 13/8/1969 - G.U. n.281 del 6/11/1969
Conegliano Valdobbiadene o Conegliano o Valdobbiadene istituita con D.M.
27/6/1977 - G.U. n.304 del 8/11/1977
Garda Classico o Garda istituita con D.M. 8/10/1996 - G.U. n.262 del 8/11/1996
Lison-Pramaggiore istituita con D.M. 2/9/1985 - G.U. n.105 del 8/5/1986
Lugana
Montello e Colli Asolani istituita con D.M. 27/6/1977 - G.U. n.304 del
8/11/1977
Monti Lessini o Lessini istituita con D.M. 25/6/1987 - G.U. n.6 del 9/1/1988,
ultima modifica D.M. 17/7/2001 - G.U. n.187 del 13/8/2001
Piave o Vini del Piave istituita con D.M. 11/8/1971 - G.U. n.242 del 24/9/1971
San Martino della Battaglia
Soave istituita con D.M. 21/8/1968 - G.U. n.269 del 22/10/1968
Valdadige
Valpolicella (anche Valpantena) istituita con D.M. 27/12/1990 - G.U. n.111
del 14/5/1991
Vicenza istituita con D.M. 18/9/2000 - G.U. n.225 del 26/9/2000
Arcole istituita con D.M. 4/9/2000 - G.U. n.214 del 4/9/2000
Merlara istituita con D.M. 13/7/2000 - G.U. n.178 del 1/8/2000
La vitivinicoltura regionale, pur essendo indirizzata verso una intensa
promozione del territorio e del prodotto vino, risulta purtroppo ancora
condizionata e rallentata nello sviluppo da fattori quali:
- L'eccessiva frammentazione delle superfici aziendali;
- L'eccessivo numero di varietà prodotte per azienda;
- L'eccessiva tipologia di prodotto commercializzato (sfuso, in bottiglia,
ecc
.);
- La mancanza di quantitativi di vino sufficienti a soddisfare le richieste
del mercato;
- L'eccessivo spreco di risorse economiche ed umane dovuto ad una non
corretta e oculata azione di promozione aziendale e allo scarso interesse
per quella collettiva (troppe realtà vitivinicole regionali, infatti,
promuovono la propria immagine aziendale anziché quella del prodotto
tutelato dal Consorzio a cui sono associate)
Il Veneto, oggi, è una delle più importanti regioni, a livello
nazionale, come produzione di vini V.Q.P.R.D., questo traguardo è
stato raggiunto grazie all'impegno delle singole aziende che in questi
ultimi anni hanno convertito le loro produzioni indirizzandole verso vini
di qualità. Questo ha permesso alle stesse di poter raggiungere
nuovi mercati sia entro i confini nazionali che fuori. Attualmente in
regione il quantitativo di vino che viene commercializzato sfuso è
ancora superiore a quello commercializzato in bottiglia, anche se ultimamente
il divario si è di molto ridotto. Le aziende che imbottigliano
si stanno orientando verso un prodotto di qualità, soprattutto
perché la commercializzazione della bottiglia è rivolta
ad un mercato extra regionale ed estero, economicamente più favorevole.
La produzione viticola regionale si sta attualmente orientando verso i
vini rossi, come la maggior parte delle altre regioni italiane, anche
se la sua vocazione, in alcune zone, è legata alla produzione di
bianchi. L'attuale tendenza è frutto del cambiamento che sta avvenendo
negli ultimi anni, dei gusti dei consumatori.
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