La Vallata, la storia - foto in allestimento
Medioevo

Il testo è la riproduzione di quello scritto da Luciano Cecchinel per un manifesto/depliant pubblicato nel 1988
dai Comuni della Vallata: Cison, Combai, Follina, Miane, Revine Lago e Tarzo.

L'uso comune del termine Vallata per designare la valle che, lembo nord-orientale della Provincia di Treviso, corre fra le Prealpi Trevigiane e una fascia collinare da Serravalle di Vittorio Veneto a Combai, trova forse la sua ragion d'essere in una lunga consuetudine politica-amministrativa.
Abbastanza frequentato è stato, certo anche il termine Valsana che, pratica ma pur sempre dotta traduzione della designazione latina di risalenza medioevale Sana Vallis, appare peraltro a tutt'oggi un po' approssimativo quanto a riferimento territoriale.
Sicuramente poco pertinente è la denominazione Valmareno, dato che questo toponimo, riferendosi da un certo livello cronologico alla ricostruzione di una giurisdizione feudale che non copriva l'intero territorio della valle, non ne darebbe, per implicazione storica, una definizione geografica complessiva.
Al di là di certe divaricazioni storiche d'alcune sue parti, la Vallata costituisce inequivocabilmente una piccola unità geomorfologica, che si colloca come suggestivamente diversa all'interno della Marca trevigiana, compendiando per parallelismo la calma sinuosità della collina con il massiccio slancio della montagna.
In età remote i ghiacciai col loro paziente lavoro ne hanno abbellito l'aspetto, modellando a corona delle colline subalpine dolci pieghe moreniche e lasciando sul loro antico alveo i due piccoli laghi di Revine-Lago. Un emissario, da qualche secolo artificiale, di questi due specchi d'acqua, la Taiada, scorre da est ad ovest sul fondo valle e costituisce dal punto di vista imbrifero l'Alto Soligo.
L'odierna vallata fu abitata fin da tempi antichissimi: numerosi i suoi reperti preistorici conservati in vari musei ed è recentissima la venuta alla luce, nel lembo di terra che divide i due laghi di Revine, di un insediamento palafitticolo, che si fa al momento risalire all'età mesolitica. La presenza dell'uomo nella Vallata acquistava connotati storicamente più rilevanti nel periodo romano, quando vi erano dislocati alcuni presidi militari e vi erano realizzate le prime opere civili, fra le quali la Via Claudia Augusta Altinate che, provenendo dalla laguna veneta, risaliva il Valico di Pra de Radego, per raggiungere quindi Trento e Merano. Vestigia del periodo romano ed altomedioevo sono i resti di una torre all'imbocco del Passo di San Boldo, varie rovine di fortificazione sulle montagne di Revine fra cui quelle estese di Castegna Maor e infine i ruderi di un insediamento fortificato sul Monte Castellazzo presso Valmareno.
La vallata esce dal buio dell'alto Medioevo legata alle vicende della Casata dei Da Camino e dall'Abbazia di Follina che, rifondata dai monaci cistercensi attorno al 1150 su un preesistente fulcro di varie attività, prime fra le quali quelle connesse alla lavorazione della lana.
La Valmareno, rapportabile in linea di massima agli odierni territori dei comuni di Cison, Follina e Miane, passa di dominio in dominio - ma la mano di Venezia vi si fa sempre più presente rispetto a quelle di altri reggitori, soprattutto Caminesi - per venire infine in possesso, nel 1436, dei conti Brandolini. Quest'ultima casata la governerà secondo giurisdizione più o meno larvatamente feudale fino al 1797, data della caduta di Venezia, dalla residenza di Cison, il massiccio castello che a tutt'oggi domina da contrafforte della montagna i borghi del fondovalle.
La corte signorile acquistava così il ruolo di centro amministrativo, finanziario e commerciale della zona.
Tarzo e Revine, dal canto loro, nel 1300 andavano a far parte della Contea Vescovile di Ceneda e Tarzo sotto l'egida del vescovo-conte, che vi esercitò la sovranità diretta fino al 1769, questa parte della Vallata conobbe una sensibile crescita sociale ed economica.
In particolare, Tarzo maturava all'interno dell'articolata struttura della contea vescovile il diritto ad un'autonoma gestione del territorio, che, ispirata a quella dei comuni, sarebbe durata fino alla caduta di Venezia. Revine si caratterizzava nel frattempo come comunità separata da Lago, che dipendeva da Serravalle, la quale, a sua volta, era sotto il dominio della Serenissima.
Con quest'ultima, in seguito al trattato di Campoformido, la Vallata cadeva sotto l'impero Asburgico e nel 1866, con la terza guerra di indipendenza, entrava a far parte del regno d'Italia.
Risale alla seconda metà dell'ottocento la realizzazione di idonei collegamenti viari, che, togliendo la zona dal suo secolare isolamento, favoriscono il lento progressivo miglioramento delle condizioni economiche e sociali.
Alla movimentata suggestività del paesaggio era sempre, infatti, corrisposta per gli abitanti, pur se col tempo erano venuti alleggerendosi e gravami di natura feudale,una vita erta come i sentieri delle loro montagne, scabra come le pietre delle loro vecchie case, semplice e immediata come le espressioni dell'antico dialetto. L'agricoltura legata alle tradizionali colture cerealicole e, in parte, alla viticoltura e alla bachicoltura, era attività assai tormentata nel confronto quotidiano con un territorio ostico e avaro.
Era agricoltura di sussistenza, amata nel senso si continuità culturale coi padri, ma talvolta odiata nella sua incapacità di dare economica.
Marginali erano sempre state, eccezion fatta per il grande sviluppo raggiunto nell'ottocento dagli opifici tessili di Follina, le attività complementari o scelte all'agricoltura e non sempre i figli potevano restare abbarbicati alla poca terra, alle vecchie case, se anche cercavano sostegno nella saggezza multiforme e fatalistica dei proverbi.
E proprio verso la fine dell'ottocento, in seguito all'incremento demografico, alla scarsità delle risorse a al declino dell'artigianato familiare che cadeva il passo alla moderna industria dei grandi centri, occorse un primo massiccio e traumatico esodo.
Ma periodi ben più duri la Vallata doveva conoscere durante le due guerre mondiali: drammatico fu, durante la prima, quello chiamato dell'invasione, che, in seguito alla ritirata delle truppe italiane sul Piave, si protrasse, funestato dalla fame ed epidemie per un lungo anno; e terribile fu, durante il secondo conflitto mondiale, il periodo della Resistenza, le montagne, le colline e i paesi della valle, rifugio obbligato e naturale dei partigiani, furono teatro di scontri, rastrellamenti e rappresagli con conseguenti gravi perdite umane e materiali.
E dopo anteriormente e posteriormente al periodo fascista, che fu economicamente di stagnazione e culminò con la chiusura delle frontiere nell'autarchia, si riprese la valigia con destinazione i grandi centri dell'Italia Settentrionale e i paesi esteri. L'emigrazione, dura antica necessità e, col passare del tempo, nuova radice parentale che chiama da altre terre, s'imponeva così ciclicamente come spettro e chimera. Solo a partire dagli anni '60, l'incremento delle attività industriali, specialmente nei settori dell'abbigliamento e dell'arredamento, arginava l'emorragia di manodopera e richiamava altresì molti degli emigrati alla terra natia.
E sono stati soprattutto gli emigranti, coi loro risparmi ma più ancora col patrimonio di esperienze accumulato con la loro sofferta intraprendenza, a consentire alla Vallata di vincere le secolare sfida contro la miseria e di conseguire alfine l'attuale benessere economico e sociale.
Ed è patrimonio di esperienze che si misura anche in un nuovo spirito della gente, uno spirito aperto e attivo che, innestatosi sull'antico senso del sacrificio, ha dato luogo ad una particolare umanità, comprensiva e cordialmente ospitale.
E su tutto questo sono cresciute anche varie iniziative di incentivazione turistica: l'ammodernamento delle vecchie dotazioni ricettive, la costruzione di nuovi alberghi e ristoranti, il riadattamento di caratteristiche strutture e fini agriturismo, l'allestimento di alcuni maneggi e la rivitalizzazione di sagre, fiere e rappresentazioni tradizionali.
Col progresso economico, pur equilibrato nei vari settori e complessivamente rispettoso dell'ambiente, ha preso a poco a poco vigore la millenaria civiltà della zangola, della gerla, della slitta a dell'arcolaio, utensili che, oggetto con altri di periodiche esposizioni, testimoniano con la loro muta semplicità del fervore silenzioso di generazioni e generazioni.
E così i sentieri, gli acciottolati, i ballatoi, le grandi bocche dei fienili e i focolari, attorno a cui si ricomponevano ed allungano ombre ataviche; e così gli stolti che, ritti sopra il biondo turgore dei fienili, indicano le alte vie del sole e delle nubi.
http://www.tragol.it