La Vallata, il paesaggio e l'arte - foto in allestimento
Revine Lago
Il testo è la riproduzione di quello scritto da Luciano Cecchinel per un manifesto/depliant pubblicato nel 1988
dai Comuni della Vallata: Cison, Combai, Follina, Miane, Revine Lago e Tarzo.
La Vallata è imparentata paesaggisticamente col Bellunese e da lui ad un tempo divisa dalla dorsale prealpina che si stagli, ondulata e ritmicamente segnata da valloni e, a tratti, da spaccature, dal col Visentin al monte Cimon.
Al digradare delle varie ondulazioni corrispondono dei valichi elevati, alle spaccature dei paesi a quota più bassa. Da Revine s'inerpica la strada che porta al Pian delle Femene, a Tovena si apre la valle che porta ai dirupi del Passo di San Boldo, Da Valmareno parte la strada che conduce a Pra de Radego, da Combai la strada che porta al rifugio Posa Puner. Strade a breve termine portano da Cison al Bosco delle penne mozze, rinomato sacrario alpino nella valletta di San Daniele, e da Miane al Santuario della Madonna del Carmine. I paesi si aggrumano alle pendici della montagna; Revine, rastremata verso l'alto con a culmine l'oratorio settecentesco di San Francesco di Paola, Santa Maria e Lago allineate fra laghi e pendio, Tovena annidata in un ombroso varco, Mura allungata verso il fondovalle, Cison e Valmareno ai fianchi opposti del promontorio su cui si erge il castello, Miane disseminata sulla conca che sale verso la sella boscosa di Combai, che chiude la valle. Adagiata sul piano, a partire dalla splendida abbazia, Follina, le cui frazioni di La Bella e Pedeguarda seguono il corso del Soligo. Paese collinare è Tarzo, il cui territorio digrada con Corbanese verso il Coneglianese; collinari le sue frazioni di Fratta, Colmaggiore, Nogarolo, Resera e Arfanta, collinari Zuel, gai e Rolle nel territorio di Cison, collinare Farrò in comune di Follina, collinare Premaor e Campea nel territorio di Miane. Le strade che uniscono questi paesi corrono sinuose e seguite da vigneti, pioppi e castagni su un luogo spalto panoramico da cui lo sguardo ha aperture di privilegio da una parte verso la catena prealpina, dall'altra verso le valli che sboccano nel Feletano e nel Solighese. Il fondo della Vallata riluce levigato nei territori di Revine e di Tarzo delle acque dei laghi di Santa Maria e di Lago, che, contornati da fitti canneti e qua e là da lussureggianti salici, prendono di tempo in tempo, i colori del cielo e del bosco e, nella calma serale, dei paesi che vi disegnano. Più avanti, nel cuore stesso della vallata, sbuca dalla direttrice collinare la piega morenica di Gai, che, prua arcuata, invade, vigile la chiesetta sulla sommità, il centro valle. E ovunque salgono il declivio filari di viti e alberi da frutto fino a dove, sparsi, il carpino a l'acacia preludono al bosco, in cui capeggia la larga chioma del castagno; sul lato della montagna l'intrico muore linearmente al limite dei pascoli, maculati qua e là da faggi, abeti, e betulle. E' questo il reticolo di varia selvaggina: assai diffusa la lepre e il capriolo, che capita di incontrare con reciproca sorpresa anche lungo le strade più frequentate; molte le spezie avicole, che danno voce alla profondità dei silenzi. E d'itinerario in itinerario il verde tenero dei prati, punteggiato di fiori dei più vari tipi, anche rari, cede a quello gonfio dei boschi e tra il verde risaltano il bianco rugoso delle case rustiche, il rosso-mattone delle case stemmate del vecchio contado e, a tratti, ammicca luccichio debole d'acque. Eccola stagione fredda il bosco, la fora, dopo i fulgori autunnali, diventano cilestrini, i prati giallastri fin dove le ondulazioni dei crinali alti si ammorbidiscono di strati di neve. E ovunque case rustiche e casere coi loro camini, colle loro scale, coi loro ballatoi sbucano dal paesaggio, quasi pietra da pietra, legno da legno, imprevedibili nel loro adattamento al territorio, nei loro oggetti, nelle loro aggregazioni di borgo. E qua e là, ammantati da volute rose, occhieggiano altarini. E' l'arte povera di cui sono ricchi i paesi della Vallata, un'arte pregna di significati antropologici, un disseminato testamento certo al suo nascere per buona parte inconsapevole di tutta la sua portata, oltre che di valori estetici, di sofferti valori più propriamente esistenziali. Ma sui rustici ecco campeggiare l'arte insigne dei monumenti curtensi, catalizzatori anche documentali della storia della valle. La stupenda Abbazia di Santa Maria di Follina, eretta secondo i puri canoni dell'austera regola dell'ordine riformato cistercense, col suo duecentesco chiostro romanico dalle eleganti colonnine binate, a quattro o attorcigliate, e la sua chiesa trecentesca, mirabile incrocio di romantico e gotico. Ed il poderoso Castello di Cison - oggi frequentato centro culturale - che coniuga la grezza semplicità medioevale con la misurata ricercatezza rinascimentale: vertiginose le sue pareti, maestosa la scalinata interna. Le varie chiese sono poi arricchite da numerose opere d'arte, anche pregevoli, di disparati autori; importanti, in particolare, i dipinti di Francesco da Milano e di Egidio Dall'Oglio e le sculture di Marco Casagrande e Andrea Brustolon.
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