Conclusione

Giunti alla conclusione, vogliamo ora cercare di raccogliere, approfondendole, alcune delle tante riflessioni che naturalmente affioravano qua e là durante tutto lo svolgersi della nostra ricerca.

Quando ci siamo "imbarcati" (la parola è mutuata dall'uso corrente, ma è oltremodo pertinente) nel lavoro proposto dal Bim Asco Piave, nessuno di noi pensava che si sarebbe dischiuso davanti ai nostri occhi un mondo nuovo, per noi del tutto inesplorato; un mondo che pensavamo esserci estraneo o tutt'al più molto lontano, e che invece abbiamo scoperto vicino: tanto vicino che in esso affondiamo addirittura le nostre radici. Forse può sembrare strano, ma l'approdo finale e ultimo di questo nostro 'navigare' non è dunque una maggiore conoscenza dei lontani lidi dell'emigrazione, ma una maggiore comprensione della realtà in cui viviamo: abbiamo riscoperto quindi... la nostra casa!
Non possiamo certamente affermare di aver trattato in modo esaustivo il problema, anzi ci siamo resi conto che più procedeva il lavoro, più si aprivano nuovi orizzonti di indagine e ricerca, più cresceva il desiderio di approfondire. Ma già quello che siamo riusciti a cogliere è molto significativo.
Ci ha colpito il grande numero delle persone costrette a cercare lontano di che vivere: molte centinaia nei due Comuni di Tarzo e Revine Lago (trecentocinquanta solo a Lago, come nota uno di loro)
Particolarmente toccanti risultano le testimonianze, i racconti di chi ha vissuto in prima persona la realtà a volte così dura dell'emigrante. Le loro situazioni sono state le più diverse, ma in tutte abbiamo colto un tratto comune: una grande maturità e dignità, sia in chi è partito per affrontare il mestiere del minatore ("uno dei peggiori che l'uomo possa fare") come in chi è partita ancora adolescente per "andare a servire" o "vendere il proprio latte" nelle case dei signori.
Nei loro racconti abbiamo trovato, ma con la forza e vivacità che deriva dal comunicare un'esperienza vissuta, le difficoltà e i tratti significativi dell'emigrare: la partenza per sfuggire alla fame e alla miseria, tanta speranza (magari rinchiusa in una piccola valigia di cartone), il pericolo di cadere nelle mani di avventurieri senza scrupoli, la difficoltà della lingua, il duro lavoro, le discriminazioni subite, il pensiero alla casa lontana alla quale venivano mandati i risparmi; ma anche il calore e la solidarietà dei connazionali, la volontà e la tenacia di 'farsi strada' nella nuova situazione.
Ci siamo certamente arricchiti attraverso il contatto diretto con queste persone che hanno dovuto sperimentare la durezza della vita fin dall'adolescenza. Ad esse siamo grati e va il nostro riconoscimento, perché l'attuale benessere delle nostre terre è stato reso possibile in buona parte dal loro sacrificio. E non ci riferiamo unicamente al benessere economico: essi non hanno portato solo marchi o franchi o dollari o pesete, ma anche quella impareggiabile 'ricchezza' di esperienza che deriva dal contatto con altre culture e modi di vivere ("In Svizzera, a differenza dell'Italia, quando si costruiscono le case si pensa subito a progettare anche il giardino" - nota acutamente l'emigrante Moz Oreste). E' una ricchezza questa, quella dello scambio culturale, alla quale non avevamo mai pensato, ma di enorme importanza soprattutto per una zona come la nostra allora abbastanza chiusa e senza molti contatti esterni.
E un'ultima considerazione si impone alla nostra riflessione: ora il grande fiume del migrare in questi ultimi anni ha invertito la corrente. Molti nostri emigranti sono ritornati, il nostro livello economico è in grande sviluppo e altri vengono da tante parti del mondo a cercare quello che i nostri cercavano all'estero: di sfuggire alla fame e alla miseria, di poter avere un futuro dignitoso per sé e la propria famiglia. f44.gif (255570 byte)Per questo abbiamo voluto ascoltare anche la testimonianza di un immigrato nordafricano che lavora qui. Leggendo alcune delle lettere scritte molti decenni fa da emigranti della nostra zona ci siamo accorti che i problemi che essi hanno dovuto affrontare non sono molto diversi da quelli che sperimentano oggi gli immigrati tra di noi (che chiamiamo extracomunitari perché provengono dal di fuori della Comunità Europea): l'abitazione, la lingua, il lavoro, le discriminazioni...
Questo ci ha fatto molto riflettere e concludere che le valigie, non importa se di cartone o di plastica, di coloro che sono costretti a migrare (li chiamiamo "emigranti" o "immigrati" solo rispetto a noi) contengono poche cose e tanta speranza. Con l'accoglienza e il rispetto di queste persone la loro presenza può costituire non un problema ma una risorsa per tutti.
Il problema degli immigrati ha toccato alcuni "nervi scoperti" dell'Italia, ma può aiutarla a crescere.


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