Diario di Carlet Innocente
Mi chiamo Carlet Innocente, sono nato a Revine Lago il 30 aprile 1927 ed abito a Lago in via Del Pozzo 12. Ho scritto queste poche righe nel ricordo dei miei anni dinfanzia e della mia più bella età passata con gioia ma anche con tristezza. Posso dire che ho passato gli anni dellinfanzia senza tristezza perché eravamo spensierati e andavamo daccordo e si passava così il tempo libero ma qualche volta diventavamo tristi per la mancanza di quei cinque centesimi che servivano per comprare un biscotto o una caramella. Per far passare quella tristezza cercavamo gli amici per giocare, non a flipper o a poker nelle locande come fanno oggi i giovani , andavamo per i campi o le stalle o nei fienili a giocare a nascondino Quando non andavamo a scuola perché cerano feste nazionali o per altri motivi, io ed i miei fratelli andavamo nei campi o in montagna con i genitori a fare la legna se era inverno o a seminare, in primavera. Veniva dopo il periodo del baco da seta che ci dava un grande lavoro di giorno e di notte, 24 ore su 24; i genitori ci obbligavano a stare in casa per preparare la foglia del gelso dando loro un aiuto. Era un lavoro che potevamo fare anche noi piccoli ed era tanto importante per loro perché questo era il loro primo raccolto dellanno. Io ho frequentato solo le elementari mentre tanti amici miei sono andati alle medie, ma noi eravamo una famiglia molto numerosa (sono nati 12 figli) e di questi siamo sopravvissuti in 9 cinque maschi e quattro femmine, quindi le possibilità economiche erano scarse. Per questo alletà di 13 anni sono stato in servizio presso dei contadini e ci sono rimasto durante tutta la guerra, ricevendo come paga solo il vitto mentre alla mia famiglia venivano dati 10 quintali di granoturco. Dovevo lavorare molto e se alla mattina non mi alzavo alle 5,30 venivano a bussare alla mia porta e gridavano che loro pagavano chi lavora e non chi dorme. Si finiva la giornata sempre a tarda sera e in quella casa non esisteva un orario di lavoro : cerano solo tante ma tante fatiche. Alla fine della guerra sono scappato da quella casa per andare a lavorare da altri contadini, questa volta a giornata e lì andava un po meglio. Nel 1947 sono stato chiamato a fare il servizio militare e alla fine di questo sono andato in Cadore a falciare erba e a fare il boscaiolo, sempre presso qualche famiglia. Guadagnavo 600 lire ma siccome mi davano il vitto, le 600 lire erano nette. Non ho avuto la fortuna di essere assunto da unimpresa edile e allora con altri miei amici abbiamo presentato al direttore dellUfficio di Collocamento di Revine, sig. Artico, la domanda di andare a lavorare in Belgio. Dopo un po di tempo ci hanno comunicato che non cera nessuna possibilità di andare in Belgio e devo dire che quella notizia mi ha fatto felice perché non mi piaceva per niente il fatto di andare a lavorare nelle miniere. Con il cuore in pace mi sono iscritto alla scuola per muratori di Vittorio Veneto e così sono passati un paio di mesi. Va là che un bel giorno, il 30 marzo 1951, era di venerdì, ci hanno chiamati durgenza allufficio collocamento . Ci siamo precipitati, ansiosi di sapere cosa cera di tanto importante e lì ci hanno detto che cerano tre posti per il Belgio ma che dovevamo partire la domenica primo aprile. Io ed il mio amico Alberto (mio coetaneo e compagno di naia) siamo rimasti di stucco, non sapevamo cosa fare , avevamo un po di paura ma eravamo anche emozionati e ci chiedevamo se per caso non ci facessero un grande pesce dAprile. Invece proprio il primo Aprile, alle ore 12,30 siamo saliti sulla corriera che ci portava a Treviso dove, alle 15,30 ci aspettava la prima visita. Uno di noi purtroppo è stato rinviato a casa per una vena varicosa mentre noialtri, assieme ad altri provenienti da varie parti della Provincia, siamo stati accompagnati alla stazione e spediti a Milano, alle caserme S. Ambrogio dove il giorno 2 ci aspettavano dottori e dottoresse del Belgio per farci una visita speciale. Non posso dimenticare quel giorno quando si passava davanti ai dottori o dottoresse ad uno ad uno, nudi come la mamma ci ha fatti e chi non era perfetto veniva rimandato indietro. Per un pelo io non sono stato scartato per un difetto per loro avevo il collo troppo grosso- ma per fortuna la professoressa con un cenno di testa mi ha fatto capire che potevo proseguire. Alla sera finalmente ci hanno lasciati liberi e allora ,visto che eravamo a Milano, abbiamo pensato di visitare la città. Noi cinque, tre di Tarzo e due di Lago, ci siamo incamminati e ad un certo punto ho proposto ai miei amici di andare a visitare il Duomo, dicendo che forse non avremo mai più avuto loccasione di vederlo. Arrivati in piazza del Duomo i miei amici si sono fermati per guardare i colombi e dar loro da mangiare mentre io ho proseguito verso la porta del Duomo. Appena presa in mano la maniglia, sento una mano sulla mia spalla, mi giro e vedo due persone ; chiedo loro cosa vogliono e mi rispondono che sono della Polizia e mi fanno cenno di seguirle in Centrale per delle informazioni. Non avevo paura ma poiché ero con amici ho detto che cerano quattro persone con me e così hanno preso anche loro che avevano proprio paura. Strada facendo ho chiesto loro il vero motivo dellarresto ( senza manette comunque) e ho saputo che sospettavano che avessimo rubato delle macchine; ci hanno chiesto da dove venivamo e cosa facevamo in mezzo alla piazza. Ho risposto che eravamo alloggiati alla caserma S. Ambrogio , che avevamo fatto delle visite per andare a lavorare in Belgio e che il tre aprile formavano il convoglio con tutti gli operai che partivano per il Belgio. Ci hanno rilasciati, scusandosi e augurandoci buona fortuna ma io il Duomo lho visto solo anni dopo alla televisione. Per noi è stata unavventura sgradevole visto che noi povera gente che emigravamo per guadagnare un pezzo di pane ci siamo trovati alla Centrale della Polizia perché sospettati. Era già notte quando siamo usciti dalla Centrale e siamo corsi alle caserme a prendere i nostri bagagli e andare a dormire sotto la stazione centrale per poi, alla mattina alle sei, prendere il convoglio che proveniva dal Sud dellItalia con gli emigranti di quella zona e a Milano si completava con sedici vagoni di emigranti di altre zone. Cera tanta povera gente, chi con una valigia, chi con un sacco, chi con uno zaino, tutti in partenza per una terra straniera, con destinazione Belgio. Ognuno aveva una destinazione particolare e dipendeva così da un direttore o un delegato che decideva in quale miniera mandare ognuno : eravamo come dei prigionieri in vacanza. Venivano fatti scendere prima quelli destinati a Liegi, poi Charleroi, infine a Monz, cerano tante miniere, io e il mio amico Alberto eravamo destinati a Tertre e da quel giorno gli altri non li ho più visti. Il 4 aprile siamo arrivati a Tertre dove abbiamo preso alloggio alla cantina (mensa) dei minatori gestita da una famiglia italiana di Trento : brave persone che erano in Belgio dal 1922 e ci hanno aiutati molto. Il 5 aprile ci hanno accompagnati in centro al paese nellambulatorio della miniera dove siamo stati visitati e ci hanno fatto la radiografia al torace. Il pomeriggio siamo stati impegnati a preparare tutto loccorrente per il lavoro : pala, piccone, accetta. cappello di protezione, il contenitore per il caffè (mescolato con la cicoria) perché in miniera si beve solo caffè. Appena arrivati abbiamo cominciato a fare dei debiti per comperare gli attrezzi per la miniera e materasso, coperte e lenzuola per il letto ( tutta roba vecchia dove hanno dormito i prigionieri di guerra , roba che non valeva niente) Il 6 aprile si passa unaltra visita fatta dal dottore della miniera e finalmente è arrivata lora di cominciare il lavoro, così alle ore 14 siamo scesi nella miniera accompagnati da un operaio flamon ( fiammingo) belga senza fare una parola; avevo una paura addosso che mi sembrava di andare alla morte e io lo seguivo e lui a gesti mi diceva dove dovevo mettere la medaglia col mio numero che era l 859. Quando siamo arrivati alla profondità di 375 m. siamo scesi dallascensore e abbiamo camminato per una ventina di minuti con la lampada in mano : si vedeva solo dove si mettevano i piedi e si camminava curvi perché la galleria era bassa tanto che tante volte si prendevano delle botte in testa che ci facevano rimanere intontiti per qualche minuto. Arrivati in fondo alla galleria cera un gruppo di operai fra i quali anche il mio amico Alberto : mi sentivo un po sollevato dalla tristezza ed ero contento perché potevo parlare la mia lingua. Io pensavo di lavorare stando in piedi ma dopo aver mangiato un panino, vedo il capo entrare per un buco attraverso il quale passava solo una persona alla volta ed uno dietro laltro dovevamo entrare. Con tanta paura che mi tremavano le gambe, mi sono messo dietro ad un operaio che mi ha detto che era di Vicenza e che lì sotto cerano operai di Trento e del Friuli. Arrivati alla vena del carbone abbiamo cominciato a lavorare dove la galleria era alta un metro e siamo rimasti lì per otto ore che non passavano mai ma gli altri operai ci davano coraggio e ci dicevano di non aver paura. Finita la giornata siamo venuti "al giorno" ma eravamo tanto neri che non si distingueva uno dallaltro. Tutti i giorni erano uguali ma col tempo ci siamo abituati anche se ogni volta non scendevamo tanto volentieri per la paura che ci succedesse qualche disgrazia o qualcosa di peggio come era successo a tanti amici che ci hanno lasciato la pelle. La paga non era quella che si diceva in Italia, si guadagnavano tanti soldi ma per anni bastavano solo per le spese e per risparmiare qualche soldo bisognava eliminare i divertimenti. Dopo cinque mesi mi sono rotto un piede e dopo 45 giorni di ospedale ho fatto 6 mesi di convalescenza. In quel periodo il mio amico Alberto è tornato in Italia perché aveva paura e io gli ho chiesto di aspettare la mia guarigione per tornare con lui ma sono rimasto da solo: dopo 13 anni di lavoro ho chiesto la pensione che mi è stata respinta dalla commissione medica che mi ha ritenuto ancora abile al lavoro. Sono stato così costretto a lavorare fino al 1970 quando ho trovato un medico con un po di coscienza che ha fatto di tutto perché non tornassi più in miniera anche se mi ha detto che non avevo ancora la percentuale di invalidità richiesta per la pensione. I Belgi non hanno accolto gli Italiani con un sorriso sulle labbra ma con ironia e ci guardavano male perché dicevano che andavamo a rubare il loro lavoro che era il loro pane, ci dicevano che eravamo sporchi, delle merde, di tornare nel nostro paese ma col passar del tempo, conoscendoci bene ci ammiravano e ci trattavano con più rispetto. Cerano anche delle commissioni italiane e dei delegati presso i quali potevano fare dei reclami; per esempio allinizio dormivamo in letti a castello come i prigionieri, in sei poi ci hanno messo delle brande nuove, tre per camera. Per mangiare bene noi dovevamo pagare. Alla cantina cerano Polacchi, Tedeschi, Iugoslavi, Russi, Ucraini, Turchi, Greci, Marocchini, Spagnoli, Portoghesi e Algerini. Ho sempre chiesto a Dio la possibilità e la grazia di portare a casa le mia ossa e così ho fatto venti anni di miniera abbastanza in salute. Ora pago tutte le conseguenze della silicosi che dal 22 maggio 1997 mi ha costretto a quattro ricoveri e mi obbliga a vivere sempre con lossigeno : questa è la fine del minatore. |
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