| (a cura di Maria Laura Bernardi, classe 3B di
Tarzo).
Uno degli argomenti affrontati quest'anno a
scuola, grazie anche allo spunto fornito dal concorso indetto dal Bim Asco Piave, è stato
quello dell'emigrazione, fenomeno che ha interessato molte persone dei nostri paesi.
La cosa mi ha subito coinvolto in quanto mi è capitato spesso di ascoltare con interesse
i racconti dei miei nonni che hanno trascorso quasi tutta la loro esistenza girando da un
cantiere all'altro, per mantenere la famiglia.
"Partire per lavorare" mi è sembrato un motto particolarmente adatto per
raccontare la loro vita:
in particolare ho colto quest'occasione per approfondire l'argomento chiedendo a mio nonno
paterno Alessandro di raccontarmi la sua, che trascrivo qui di seguito:
"Sono nato a Revine nel 1922, secondo di tre figli, con mia madre inferma a causa di
una grave forma di artrite, all'età di 11 anni ho cominciato a lavorare nelle cave di
argilla presso le fornaci di Revine, per contribuire al mantenimento della famiglia. La
paga era veramente minima, ma tale lavoro mi consentiva di accudire la mamma e di dare una
mano al papà nei campi.
Morta la mamma, con alcuni compaesani partii nel 1941 per Mergozzo, in provincia di Novara
dove lavorai per due anni alle dipendenze di una ditta edile; si lavorava per 10/12 ore al
giorno ma alla sera, dopo il lavoro, o alla domenica, arrotondavo il magro salario
aiutando nei campi i contadini del posto in cambio di qualcosa da mangiare.
Il servizio militare e la guerra mi costrinsero a tornare a casa.
Finita la guerra, dopo aver lavorato per un breve periodo come manovale per ricostruire la
caserma Gotti di Vittorio Veneto e il ponte della Ferrovia di Savassa, avendo saputo da
alcuni compaesani che cercavano carpentieri specializzati per la costruzione della diga di
Meduno (UD), partii e, con la scusa di aver perso il libretto di lavoro, mi feci assumere
come carpentiere.
Con la stessa ditta ho lavorato poi alla costruzione della centrale idroelettrica di Lasa,
in Val Venosta (BZ) e a quella di Ala di Trento.
Finalmente, dopo tanta miseria e fatica, un po' alla volta, sono riuscito a mettere da
parte un po' di soldi per comperarmi una moto "Benelli 125" (che conservo
ancora) con la quale potevo far ritorno a casa una volta ogni due mesi circa. (nel
frattempo mi ero sposato ed avevo avuto due figli, Anna nel 1947 e Silvano nel 1951).
Il lavoro nei cantieri edili non era stabile e finita l'opera, bisognava rifare la valigia
e cercarne uno nuovo, a meno che il datore di lavoro non ti chiedesse di seguirlo in un
nuovo cantiere.
Ho sempre avuto la fortuna di farmi benvolere ed apprezzare per le mie qualità di
carpentiere, mestiere che nel frattempo avevo imparato alla perfezione, al punto che fui
promosso capo squadra. Grazie a ciò mi fu proposto di seguire l'Impresa sulle pendici
dell'Adamello per costruire due dighe, quelle di malga Boazzo e di Malga Bissina. Questo
lavoro mi impegnò per cinque lunghi anni, in condizioni piuttosto disagiate, soprattutto
nei mesi invernali, in quanto i cantieri si trovavano rispettivamente a 1300 e 1800 metri
sul livello del mare.
Grazie al mio nuovo ruolo e alla fiducia conquistata presso i superiori, trovai modo di
far assumere molti miei compaesani, alcuni dei quali mi seguirono per molti anni, anche in
altri cantieri.
Nei periodi estivi potei farmi raggiungere dalla moglie e dai figli (che nel frattempo
erano cresciuti ed andavano a scuola).
Verso la fine dei lavori, il capo cantiere, un certo Pierobon di Ponte delle Alpi, mi
propose di seguirlo con la mia squadra, a Sondrio, con un'altra impresa , la
"Collini" di Trento per costruire la condotta forzata di una centrale
idroelettrica.
Mi sembrava di tradire la fiducia che la vecchia impresa mi aveva dato in tutto quel
tempo, ma l'insistenza del capo cantiere (che mi proponeva la nuova qualifica di
assistente ai lavori e l'opportunità di portare con me la famiglia) alla fine mi
convinse.
Cominciò così un nuovo e lungo periodo, sempre con la stessa impresa, durato 25 anni, di
cui i primi 7 con la famiglia al seguito, fino a quando, nel 1983 andai in pensione.
A Sondrio ci siamo fermati due anni, dividevamo l'alloggio con la fam. Steffan di Savassa
(Vittorio Veneto) in una casetta vicino al cantiere.
Siamo poi andati, sempre con la famiglia Steffan, un anno in Val di Non a Dermulo, due
anni in Val Venosta a Naturno e un anno a Cavalese.
Nel 1964, per motivi scolastici, la famiglia si fermò a Revine, nella nuova casa
costruita con i sudati risparmi, mentre io, sempre con la valigia in mano e sempre con la
stessa impresa, sono stato, per periodi che vanno da uno a tre anni, nei cantieri di
Stramentizzo a Molina di Fiemme, a Brusago, a S.Michele all'Adige, a Trento città, a
Madonna di Campiglio e a Pinzolo, a Dimaro in Val di Sole, tutti in provincia di Trento e
a Prato Isarco (BZ).
In questo periodo alloggiavo nelle baracche di cantiere e talvolta in piccoli
alberghi della zona messi a disposizione dell'impresa. Il venerdì sera, finito il lavoro,
tornavo a Revine, per ripartire il lunedì mattina alle quattro.
Nel '77 fui trasferito in provincia di Bergamo, e qui, dopo pochi mesi, fui raggiunto da
mio figlio Silvano che nel frattempo era diventato ingegnere.
Conclusi la mia carriera a Fombio, in provincia di Piacenza nel 1983, dopo quasi 45 anni
di cantiere, stanco ma orgoglioso di aver offerto il mio contributo e la mia esperienza
alla costruzione di opere molto importanti tra cui tre dighe, due centrali, due ponti ad
arco estremamente arditi, viadotti, autostrade, strade e gallerie, chiese ecc..
Ora sono in pensione ma, a distanza di molti anni, ho ancora molti legami con ex compagni
di lavoro e con persone residenti nei posti in cui sono stato; spesso ci sentiamo per
telefono e riviviamo le tante esperienze tristi, ma anche felici, passate assieme."
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