Il lavoro in miniera
Intervista a Moz Ferruccio.

Moz Ferruccio nato a Revine Lago, soprannominato PATRIA nome di battaglia da lui attribuitosi durante la Resistenza partigiana della Seconda guerra mondiale ci ha raccontato la sua esperienza nelle miniere del BELGIO.f27.gif (617899 byte)
" A 22 anni sono andato a lavorare in BELGIO nelle miniere, il 28 marzo 1948, perché, essendo da poco finita la guerra, in Italia il lavoro scarseggiava. Nella nostra zona non c'era famiglia che non avesse un suo familiare immigrato in Belgio, in Svizzera, in Francia o in Germania.
Il primo impatto fu molto triste e molto brutta perché la miniera non è una bella cosa né da vedere né da provare. IL mestiere del minatore è uno dei peggiori che l'uomo possa fare ed io non avrei mai immaginato che potesse esistere un lavoro così tremendo: si lavora notte e giorno a turno continuo nelle profondità della terra, anche ad oltre 1000 m sotto terra..
Il Governo Italiano, visto che in quel periodo era molto forte la disoccupazione, aveva stipulato col governo belga dei contratti di lavoro per lavoratori italiani bisognosi; il contratto minimo vincolava il lavoratore per un anno; se un operaio una volta in miniera rifiutava tale lavoro perché ritenuto brutto e pericoloso, veniva rinchiuso in un campo di concentramento fino al raggiungimento di una tradotta piena (850-1150 operai), e da quel momento rispedito al proprio paese.
Il lavoro del minatore è un mestiere molto duro, rende gli uomini rudi e forti e li rende maturi prima del tempo. Non vi era giorno in cui non vi fossero degli infortuni sul lavoro e di tanto in tanto scappava anche qualche morto. Le vene del carbone sono di varia altezza ma solo quelle che vanno da 50 cm di altezza in su venivano sfruttate per la loro resa. Ogni vena comunica a monte con una galleria dove vengono convogliati tutti i materiali necessari per l'armatura di valle che deve esserci per la sicurezza. Da qui partono i carrelli che vengono mandati in superficie.
Andavamo al lavoro con un sacchettino che conteneva una nutriente colazione che consisteva in due fette di pane con affettato o con burro e marmellata. Io osservavo che gli altri minatori si portavano sempre anche delle banane che io non avevo mai visto. Un giorno, per curiosità e visto che erano a buon prezzo, provai a comprarne una . Dopo averla pulita le detti un morso senza averla sbucciata; a me non piacque per niente, la sputai e la buttai via.
Il lavoro era molto duro e pericoloso non solo per la possibilità che franasse il tetto ma per la presenza di un gas chiamato grisù sempre presente nell'aria.
Il carbone veniva estratto col martello pneumatico e con la pala messo in un apposito canale che lo spingeva fino ai carrelli. Tutti eravamo provvisti di una pila elettrica e di un elmetto per difenderci dalla caduta di sassi; ogni squadra di operai era munita pure di una lampada speciale che misurava la quantità di gas presente: col suo lampeggiare ci indicava quando la quantità di gas presente superava certi limiti e quindi diventava pericoloso. In caso di estremo pericolo eravamo autorizzati ad abbandonare il posto di lavoro. In questo caso la direzione della miniera introduceva una forte corrente d'aria per espellere il gas presente. Poiché mediamente l'altezza delle vene andavano dai 60 cm a m. 1,20 ,dovevamo lavorare in ginocchio, tutti sommersi dalla polvere del carbone quindi ci si riconosceva solo dalla voce.
Essendomi dimostrato molto coraggioso, dopo un periodo di tempo sono stato assegnato ad una squadra di pronto soccorso: il mio turno di lavoro cambiò. Un bel giorno, incontrando la squadra che mi aveva preceduto gli operai mi hanno detto che potevo andare sul posto di lavoro ma che era meglio che rinunciassi perché loro stessi avevano rinunciato per il pericolo di crollo. Tutti ci siamo recati sul posto di lavoro ma gli operai che erano con me volevano rinunciare. Poiché avevamo preso un impegno ho detto loro che dovevamo portarlo a termine quindi li ho pregati di stare nel posto meno pericoloso e di portarmi tutto il materiale necessario per armare le pareti. Ad un anziano ho affidato il compito di stare in un posto preciso per controllare con la lampada cosa succedeva e gli ho detto di gridare forte se vedeva il più piccolo movimento in modo che potessimo scappare. Finita la giornata siamo risaliti felici e contenti perché non era successo niente e avevamo portato a termine l'impegno che ci eravamo presi. Un giorno io e altri due operai, Giovanni di Trento e Pietro di Vicenza, abbiamo tardato a salire e mentre stavamo salendo crollò il tetto davanti a noi: eravamo bloccati e non potevamo andare da nessuna parte.
Il più giovane, Giovanni, si fece prendere dal panico ed io cercavo di consolarlo ma lui piangeva e invocava aiuto come un disperato. In quel momento aprirono un varco molto stretto; io cercai di far passare per primo lui ma l'altro, Pietro, si buttò verso il varco, bloccando il passaggio perché entrambi rimasero incastrati. Io dall'interno cercavo di far rientrare uno perché l'altro potesse passare mentre contemporaneamente dall'esterno altri cercavano di liberarli. Dopo circa mezz'ora tutti potemmo essere salvati.f29.gif (46101 byte)
Dopo 5 anni di duro lavoro, sommersi dalla polvere e dal carbone, un mio fratello di nome Mario è morto sul lavoro. Io in quel periodo stavo trascorrendo una lieve convalescenza per infortunio ma una volta guarito, nonostante tutto ciò ho proseguito a lavorare in miniera, perché altrimenti avrei dovuto tornare in Italia con delle buone probabilità di rimanere disoccupato.
Dopo 12 lunghi anni successe la catastrofe di Marcinelle dove il grisù (miscuglio esplosivo di gas metano e aria che si sviluppa nelle miniere di carbone fossile) seppellì oltre 283 persone tra le quali 136 italiani .
Da quel momento essendo ancora giovane cominciai a meditare, decisi di lasciare la miniera troppo pericolosa e allo stesso tempo troppo nociva per la salute, così rientrai in Italia.


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