" E' come se fosse sprofondato un
intero paese con i suoi abitanti ."
Così lo scrittore descrisse la tragedia sul "Corriere della Sera" Dino Buzzati commentò la strage di Marcinelle sul "Corriere
della Sera" del 9 agosto 1956 con questo articolo dal titolo "Tragedia
nostra", che pubblichiamo integralmente.
Questa sera, mentre tutta l'Italia dispone gli animi e le cose al Ferragosto, e le città
già semideserte progressivamente si afflosciano in un'atmosfera spensierata, e anche i
più gravi affari stranamente perdono la loro gravità ("D'accordo, allora, ne
riparleremo al ritorno dalle ferie" ), e ai telefoni nessuno più risponde, mentre le
saracinesche calano giù con un frastuono pieno di allegria, e i tram che vanno alla
stazione sono zeppi, e il garagista si appisola nella autorimessa vuota, mentre nei rifugi
di montagna si intonano le vecchie canzoni e in riva al mare il ritmico fruscio della
risacca si confonde con le armonie delle orchestrine, contemporaneamente a Bois du Cazier
in Belgio, nell'inferno della miniera arroventata, si sta svolgendo la tremenda lotta per
liberare i minatori rimasti chiusi dentro. E d'ora in ora le speranze cadono.
Se fosse successo nell'Alaska, poniamo, chi se ne preoccuperebbe più che tanto? Questo è
umano, anche se crudele e ingiusto. Ma la tragedia è accaduta in Belgio, ma fra i sepolti
c'erano italiani. Centotrentanove lavoratori nostri. E allora Bois du Cazier, questo
lontano posto che non si era mai sentito nominare, diventa Italia. E l'incendio del pozzo
straniero inaspettatamente diventa affare nostro personale, e nostra angoscia. E le mamme
e le mogli che stanno preparando le valigie ("Hai messo via i costumi? L'hai presa la
boccetta dell'olio per il sole?"), udendo la notizia della radio, si arrestano con
improvviso smarrimento, per un confuso senso di rimorso.
Provate, con l'immaginazione a figurarvi quei 139 minatori italiani tutti in fila e dietro
a loro le 139 famiglie, padri, madri, fratelli.
Quanti saranno? E' come un paese intero, e neanche dei più piccoli. Queste centinaia,
forse migliaia di creature, questa comunità di gente che parla come noi e ha facce simili
alle nostre, è piombata in una angoscia senza nome. E' come se un terremoto, o
un'esplosione, o una bufera avesse raso al suolo un centro abitato qui da noi. Peggio.
Perché i grandi disastri si compiono di solito in brevi istanti, al massimo in pochi
minuti. E per quanto sia atroce il colpo, almeno lo si sa immediatamente. Mentre le
tragedie minerarie hanno questo di terribile: che si compiono con insopportabile lentezza:
i crolli, gli scoppi, gli incendi, giù nelle viscere della terra fanno vittime fra quelli
più vicini, però la maggioranza resta viva e, se le vie di scambio sono chiuse, vede
avvicinarsi la morte a poco a poco: ore e ore, giornate intere di agonia (di paragonabile
c'è soltanto la sorte dei sommergibili affondati, i cui uomini, rimasti illesi, sentono
di minuto in minuto trasformarsi lo scafo in una bara).
E intanto, fuori, alla superficie della terra, a una distanza brevissima se misurata con
il metro ma in realtà sterminata, si consuma un altro dramma a stillicidio. Fuori dai
cancelli, impietrita, la folla dei parenti, se ci sono, e dei compagni. L'attesa,
l'incertezza, le contraddittorie voci che in un sussurro si propagano dovunque, la
alternativa di notizie incoraggianti e disperate, questo su e giù dell'animo,
dall'illusione alla totale ambascia e viceversa, scavano i cuori. E non si può far nulla,
assolutamente niente tranne che restare là; immobili, col fiato sospeso, gli sguardi
fissi avidamente su ciò che avviene di là dai cancelli; e a ogni voce, a ogni movimento,
ogni minimo indizio di cose nuove, l'animo si tende nello spasimo. Fino a quando durerà
il supplizio? Ahimè, non si osa neppure augurarsi che finisca perché, finché
l'incertezza si prolunga, c'è almeno un filo di speranza.
Purtroppo, anche questa volta, quel passare delle ore la situazione si è andata
delineando sempre più luttuosa. A ogni scatto della lancetta dei minuti è una
probabilità di salvezza. Le ultime notizie, mentre il giornale sta per andare in
macchina, non potrebbero essere peggiori. C'è ormai da temere che la catastrofe sia
totale. Essa si amplia come un incubo in un tetro quadro di torri metalliche, squallidi
capannoni, caligine, neri fantasmi. E se per le troppe vittime la fine è stata ugualmente
atroce, se il pianto della madre belga è uguale al pianto di una delle nostre, è pur
anche comprensibile che noi si pensi soprattutto ai 139 partiti dall'Italia per, farsi una
minuscola faticatissima fortuna e imprigionati per l'eternità dalla terra straniera che
doveva dar loro, a costo di incredibili calvari, un modestissimo avvenire.
L'immagine della loro terra, i verdi campi, il sole, le piazze del paese nelle mattine di
domenica, la vecchia casa, le immagini più care della gioventù sono
forse riapparse, agli infelici, mentre la mortale trappola si chiudeva, fra le vampe
selvagge, i nembi di fumo, il sudiciume, l'orrore della sepoltura. E noi siamo qui seduti
tranquilli che scriviamo. E voi, mentre leggete, può darsi siate sotto l'ombrellone sulla
spiaggia, o alla fresca ombra di un abete. Pensiamo allora a questi fratelli,
centotrentanove tutti in fila. E dietro le 139 famiglie, padri, madri, mogli, figli,
fratelli quanti saranno? Stanno piangendo lacrime che hanno l'identico sapore delle
nostre.
"Il baule dell'emigrante, però, conteneva
lettere a ricordi di un'esperienza che fu propria di tanti italiani sia del Sud ... e sia
del Nord."
Dal libro di F.Franzina: merica! merica!, Cr Edizioni,
Verona 1994, abbiamo le due lettere che seguono.
Lettera di Francesco Sartori
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