L'emigrazione Tarzese del 1922

Appena vennero a mancare i soccorsi e le provvidenze alle popolazioni invase, l'operaio, non solo si trovò senza lavoro, ma disorganizzato e deluso dai violenti contrasti tra i partiti.
L'esperienza delle passate emigrazioni era troppo deludente per un nuovo esodo verso l'America; in più il dovere compiuto nella lunga e sanguinosa guerra dava la tenacia battagliera per il diritto di un pane in patria.
E fu per questo che prima di arrendersi all'inevitabile tentarono da soli in paese i più svariati e coraggiosi sodalizi: Cooperativa di lavoro, Cooperativa di consumo, Cooperativa farmaceutica.
Ma queste società, dopo un lusinghiero sviluppo, purtroppo si spensero per inesperienza amministrativa e contrasti politici.
A questa condizione economica ormai disperata, si aggiunsero le intransigenze fasciste più o meno in buona fede, ed allora l'emigrazione prese l'aspetto di forzato, quasi disperato esodo.
L'allora arciprete Don Luigi Paneghetti, vedendo partire in tanto abbandono e rammarico una quarantina di parrocchiani precocemente provati dalla guerra prima e dalle strettezze poi, non riuscì a trattenere un sincero pianto alla loro partenza. Volle salire sui carri e con paterna tenerezza li baciò e li benedisse ad uno ad uno tra il pianto e l'amarezza di spose, figli, genitori e parenti tutti.
E' una delle scene pubbliche che ancor oggi rimane scolpita nei commossi ricordi.
Per quanto riguarda il viaggio, l'arrivo e la loro sistemazione in Argentina possiamo avere una cronaca riassuntiva dalle parole di saluto rivolte agli scolari di Tarzo da parte di Pilat Ernesto e Pancotto Valentino in occasione di un loro recente rientro in patria:
" Dopo le vicende belliche, abbiamo dovuto emigrare; non in Europa, perché anche gli altri Stati avevano fatto la guerra ed erano poveri quanto noi. Abbiamo decisero di andare nell'America del Sud, perché sapevamo che in passato laggiù emigrarono altri di Tarzo. E così nel 1922 in una quarantina siamo partiti pieni di speranze. Abbiamo trovato miseria anche in Argentina.
In un primo tempo ci siamo rifugiati in un grande stanzone di una casa abbandonata. Dormivamo senza paglia perché non avevamo soldi e possibilità di comperarla.
Per il servizio di illuminazione tutti ci siamo procurati una candela, ma all'occorrenza non veniva quasi mai accesa per non accontentare i furbi che la volevano risparmiare a spese degli altri quindi o completa oscurità o quaranta lucignoli fumiganti!
Per quanto riguarda il servizio di cucina e i cucinieri, quella militare durante la guerra al confronto, era da considerarsi un vero albergo. Però su tutta quella indescrivibile confusione, su quella situazione così opprimente, su tante lacrime masticate, su scenette a volte buffe, regnava sempre la fraternità paesana sostenuta unicamente da speranza di proficuo lavoro.
Infatti chi qua chi là, un po' alla volta quasi tutti trovammo da lavorare nei paraggi di Buenos Aires "
Più fortuna ebbe invece allora, il primo gruppetto di emigranti che si diresse verso la Francia.
Per la ricostruzione di ponti, strade, edifici distrutti dalla guerra faceva di bisogno a serie ditte appaltatrici manodopera anche straniera.
Alla prima richiesta collettiva, arrivata anche ai comuni italiani, aderì titubante il gruppo di Pol Antonio, Pol Giacobbe, Casagrande Celeste (Neci), Da Riz Giovanni (Utio) ed altri.
Lasciamo il racconto di quel tempo e di quella situazione al capogruppo:
"Contrariamente alle dicerie, egli afferma, l'emigrazione in Francia, è stata una cosa seria e bene organizzata; infatti i nostri genitori erano sempre più propensi a lasciarci partire.
Alla stazione di arrivo c'era un incaricato della ditta richiedente ad attendere i trevigiani. Al nostro giungere in terra francese siamo stati subito ristorati di vitto e alloggio e, a richiesta e su trattenuta, anche di vestiario. I contratti limitati a sei mesi, sia per paga ordinaria che a cottimo, davano margine per fare buona figura anche verso la famiglia che attendeva un nostro contributo concreto" ( B.Sartori, Tarzo "signor d'antica terra", Tipse Vittorio Veneto 1975, pp.223 - 224 ).

 


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