La prima emigrazione tarzese

Falliti i moti del 1848, la pressione austriaca si fece logicamente più attenta e sospettosa. Il torbido delle rivoluzioni, il sorgere ed affermarsi delle "società segrete" con le conseguenze serie delle nostre guerre d'indipendenza, creò una situazione politica piuttosto confusa e preoccupante, che poté influire su quella economica. Il rinnovarsi, infatti, di tanti sconvolgimenti aumentò la disoccupazione e con la disoccupazione le privazioni e le ristrettezze economiche, aggravate da un'economia agricola sempre magra e disturbata per di più da eventi meteorologici. In questo periodo il comune di Tarzo conta case 569, famiglie 578, maschi 1665 e femmine 1532 per un totale di 3202 abitanti su una superficie in pertiche 22, 869, 09; il terreno è calcolato argilloso, ferruginoso e calcareo con animali equini 19, bovini 716, lanuti e suini 800.
Se si confronta la paura d'esser sorteggiati per un servizio militare di ben dieci anni (!) tra i ranghi dell'esercito austriaco con la voglia di tentare l'avventura, sperando nell'incognito, si può giustificare il tentativo di un primo gruppo di tarzesi, che con le loro famiglie partì verso il Brasile, sbarcando a Porto Alegre nello Stato del Rio Grande do Sul nel 1857.
E' di questo momento avventuroso il ritornello, che ancor oggi di tanto in tanto si sente canticchiare:
                        "Mamma, dammi cento lire
                          Che in America mi voglio andar!..."

Dai resoconti di questi primi emigranti risultarono le fatiche, le condizioni difficili
o addirittura disperate che incontrarono appena sbarcati in Brasile. Dopo un estenuante viaggio in mare, stipati come bestie in navi malsane e dopo un viaggio ancor più massacrante per terra una volta sbarcati, vennero abbandonati in piena foresta con il compito di disboscamento per piantagioni di caffè e di granoturco.
Non tutti ebbero la forza fisica e morale di resistere a quei disagi, alle malattie contagiose tropicali, più ancora al crepacuore e il mare o la foresta furono il loro primo cimitero senza croce e senza luce.
Le nostre famiglie tarzesi, che s'erano tenute solidali ed unite durante il promiscuo e indescrivibile viaggio d'andata, si strinsero ora ancor più fortemente tra loro in quell'impressionante solitudine e affiancarono l'una all'altra le misere capanne fatte di canne, di fango e di frasche.
Se il riparo era povero per un corpo esausto, poterono però finalmente godere della intimità della propria famiglia.
Scorse così il loro primo villaggio, villaggio che i vecchi, con una lacrima sul benevolo sorriso, vollero chiamare "Tarzo"! e avere come loro santa protettrice ancora la "nostra Madonna della Zeriola!".
Se questa tradizione dovesse corrispondere a verità (ed ha tutto il carisma per esserlo) commuove veramente.
Lasciarono la patria per sfuggire alla miseria, alla fame e alla guerra e trovarono anche laggiù faziosità (Rio Grande do Sul era appena uscito sconvolto e devastato da un'accanita lotta per ottenere l'indipendenza contro il Governo centrale del Brasile); maggiori stenti li attesero, ma il lontano paese continuò ad essere amato e ricordato anche nel nome: "Tarzo"!
Così lentamente la vita a Rio Grande do Sul migliorò, le famiglie si sistemarono quasi tutte.
( B.Sartori, Tarzo "signor d'antica terra", Tipse Vittorio Veneto 1975, pp.175 - 176 ).


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