| DETTI POPOLARI
La maggior parte dei contadini non andava a
scuola, solo i più fortunati potevano permettesse di andarvi, ma in ogni caso ci si
limitava a frequentare per due o tre anni la scuola elementare perché, poi, erano
costretti ad aiutare i genitori nel lavoro dei campi.
Sebbene sapessero pochissimo di storia o italiano, avevano una conosca ben approfondita
sulle tecniche agricole, che si tramandavano di padre in figlio. Possedevano inoltre una
cultura spicciola, che si esprimeva soprattutto per mezzo dei proverbi, dei modi di dire
in cui prevalgono le similitudini e le metafore, manifestando cosi fantasia e creatività.
Molti detti si riferivano a particolari atteggiamenti delle persone, un bersaglio
frequente dell'ironia popolare erano quelli lenti e scansafatiche, "Iongo
come I'ano deafam". Se a uno era passata la voglia di lavorare gli sì
diceva "l'è passà el gat" perchè il gatto, correndo
veloce, porta via tutto. Quando uno non faceva un lavoro con buona volontà si diceva "le
robe fate par forsa, no le val na scorsa". A chi si vantava di essere
bello si diceva "Te si bel come el cul del me vedel" ;
la persona poco aggiornata e forse non troppo sveglia era "índrio come
la coda del porsel" ; se uno era scontroso si sentiva dire "
Te si zentil come el mal de pansa ", a chi si intrometteva sempre nei
discorsi o negli affari altrui si diceva "Te si sempre in medo come la
dioba" .
Molti detti erano legati al cibo e al lavoro,due realtà quotidiane con cui i nostri
contadini avevano a che fare, il primo perché non bastava mai, il secondo perché non finiva
mai.
"Benedet el lat che da un ioset ghen vien pìen un pignat";
alimento prezioso il latte in famiglie con molti bambini, sapendo che non potevano
disporre dì più di un quarto di litro a testa.
"Pan e nos, magnar da spos". "Doman
lè festa, se magna mínestra, se lira el spaghet, se magna muset "
Davvero si accontentavano di poco.
Anche il pane era un alimento di lusso, in
quanto ì contadini erano abituati a mangiare ogni giorno la polenta "Mezzogiorno
pan sulforno, mezzodì pan finì", cioè spariva appena tirato fuori
dal forno.
Il lavoro nel mondo contadino non mancava mai , e così "Tra batar e
usar, lè tut un lavorar". Quando uno non era sicuro di finire un
lavoro per un dato giorno, si diceva " "Vanti doman, no ghe meto nom
gnanca al me can".
Non mancavano detti legati alle ricorrenze dell'anno.
La sera del Panevin, si osservavano le faville del falò, traendone gli auspici per l'annata
"Se lefuische le va a mattna ciol su el sac e va a farina, se le fuische
le va a sera, poenta de pien caliera !".
Il 25 gennaio, S.Paolo, e il 2 febbraio, candelora, erano giorni particolari per prevedere
che tempo avrebbe fatto; non dimentichiamo che il lavoro nei campi era, allora più di
oggi date le tecniche rudimentali, strettamente legato alle condizioni del tempo.
Un raccolto danneggiato dalle condizioni atmosferiche avverse poteva voler dire la fame;
ecco che le previsioni erano legate a ricorrenze religiose, quasi per avere un aiuto dal
cieIo. "S.Paolo cíaro, serioa scura e de 1'ínverno no se a pi paura. "
"A San Vatentin se semena l'ortin".
E ancora "Se no piove sul ramo, piove su I'ovo ",cioè
se fa bel tempo il giorno delle Palme, pioverà il gíomo di Pasqua
"Se piove el dì de l'Ascensa, no se resta pi sensa". |