Santuario del Carmine

Sommario:
Il Santuario del Carmine
La leggenda
Il vecchio eremita
La storia
Origine del Santuario
Ampliamenti e ristrutturazioni del Santuario
La strada d'accesso al Santuario
Il Campanile del Santuario
L'Eremita ('l Rumit)
Il "Rumit" del Carmine Fra Mattio
Il "Rumit" Toni Burat (Merlo Antonio)
Il "Rumit" Antonio Bortolini (1856-1924)
La Via Crucis
Il culto alla B.V del Carmelo Patrona di Miane

IL SANTUARIO DEL CARMINE
Il Santuario sorge a metà costa nella valletta di Visnà di Miane, collocato, come la prua di una nave, in uno spiazzo di uno sperone di monte, sotto Peralba, in parte naturale ed in parte ottenuto con uno scavo artificiale. Il complesso, con cui fa corpo un campanile svettante nell'azzurro, da lontano sembra un piccolo maniero, incastonato, come una gemma, nel verde del bosco di pini e di faggi. Se vuoi sapere il nome della Castellana che vi abita e tiene corte, ti risponderanno che si chiama la « Madon-na del Carmine ». La sua graziosa immagine si ammira nella grande nicchia dell'altare maggiore. 

LA LEGGENDA
IntornoLantrel o Landrel - Grotta ove fu venerata la Madonna del Carmine alla sua presenza, la leggenda vi aveva ordito la sua fine trama con fertile fantasia ed una sua lucida logica. Tramandato di padre in figlio e ripetuto spesso nei caldi filò invernali, si raccontava che « in illo tempore », quando le nostre mon tagne offrivano vasti e pingui pascoli alle greggi, alcuni pastori, cui la solitudine ed il mestiere più che impoverire alimentavano il senso della fede, avevano avuto un misterioso segnale di una presenza so prannaturale in quella specie di grotta, denominata « Lantrèl » (pic colo antro), e la cui apertura s'intravede, anche ad occhio nudo, di fianco alla «,Croda Maor » sotto la cima di « Salvedella ». Recatisi prontamente sul"luogo, ebbero la gradita sorpresa di essere spettatori e protagonisti di una visione della Madonna col Bambino. Come apparve loro la Regina del Cielo? quale fu il suo messaggio? Non lo sappiamo. Si seppe solo che poi la mano delicata di un artista pastore scolpì nel legno una piccola graziosa immagine soavemente materna della Vergine col Bambinello. L'antro divenne così la modesta chiesuola di quei buoni pastori. 

 

 

IL VECCHIO EREMITA
Un altro filone della leggenda ci fa sapere invece che tra i pastori comparve un giorno improvvisamente un vecchio Eremita, il quale aveva pellegrinato in Terra Santa e, nel passaggio per recarsi oltre le Alpi, aveva lasciato loro come ricordo del Monte Carmelo, abitato dai discepoli del profeta Elia, l'umile simulacro ligneo della Madonna. Gli eventi descritti ebbero la più entusiastica eco nella popolazione di Miane, la quale, a causa della lontananza del sito e del timore di un furto, ne richiedeva la presenza in mezzo alle sue abitazioni. E l'immagine preziosa iniziò la sua discesa per l'antica e scoscesa mulattiera. Giunta però ad un certo punto della cosiddetta « val de la Vi », di- venne così pesante che non si poté più proseguire. Fu allestito allora un rudimentale capitello che custodì, difeso da un cancello, la Madonna dei Pastori sotto il titolo della Madonna del Carmine. Il Capitello esiste tuttora ed è chiamato il « Capitel vecio »; innanzi Carmine - Il vecchio scalino della cella dell'Eremita sostavano riverenti per una preghiera alla bella Madonnina quanti salivano la montagna per il lavoro. Sul breve tratto del terreno adiacente si celebrava rusticamente la sua festa. Ma la leggenda non ha compiuto ancora il suo corso. I fedeli di Miane volevano qualche cosa di più e di meglio e pensavano dove costruire una sede più decorosa per la santa effige. Frattanto i frazionisti di Visnà - allora le attuali frazioni vivevano con una certa indipendenza e rivalità fra loro - credendolo loro buon di- ritto, nottetempo trasferirono l'Immagine nella Chiesetta di S. Vito, posta al centro della frazione. Ma, asserisce ancora la leggenda, il giorno dopo ritrovarono nel suo Capitello la Madonna. La Vergine esaudiva in altro modo il desiderio dei Mianesi, e lo farà con un nuovo segnale. In quei giorni era caduta abbondante la neve e ci si avvide che sul promontorio soprastante di poco il Capitello era misteriosamente disegnato il perimetro di un tempietto. Il proprietario segnalò con premura il fatto al Pievano dei paese e con grande gioia fece la donazione di quel terreno perché vi fosse costruito un sacello alla Madonna. Un'altra versione del racconto assicura che il luogo voluto dalla B. Vergine per la sua chiesetta fosse stato indicato dall'improvviso inaridirsi di tre grossi castagni. La tradizione poi si è allungata - secondo noi con troppa disinvoltura - fino a fissare il tempo di tali avvenimenti e scolpirne la data - 1121 - nel vecchio e corroso scalino della entrata del « Romitorio del Carmine ». (2)

 LA STORIA
 Fino a qui la leggenda con le sue iperboli fantasiose e le ingenui- tà della sua fama. La storia del Santuario è meno pomposa ma non meno piacevole. Il primo dato certo della esistenza del Santuario è offerto in modo inequivocabile dalla erezione del « Capitel Vecio » come prima custodia della Statuina della Madonna. E' però questa una tradizione bene assodata. Un inventario, esistente nell'Archivio parrocchiale di Miane, delle proprietà delle cappelle di Miane, Visnà Vergoman, Campea e Premaor e che risale al 1650, non fa alcuna menzione dei Carmine.
Trattandosi di proprietà annesse non è un silenzio di segno negativo. La memoria fondamentale - a nostro avviso - di cui si conosce esattamente l'anno di datazione, si ricava da una Visita Pastorale del Vescovo di Ceneda Mons. Agazzi alla parrocchia di Miane avvenuta nel 1696. (3) Il Pievano di allora, il Dottor Francesco Pittoni, oriundo di Aqui leia, annotava presente, fra i Sacerdoti della Parrocchia, un certo « Fra Mattio » che aveva la sua dimora nel « Romitorio del Carmine. « In questa Pieve - dice il documento - hora vi sono otto permanenti Sacer doti e un Eremita, cioè D. Pietro Corradini, D. Sebastiano Corradini, Pre' Domenico Colmellere, D. Antonio Morona, Pre' Andrea Gragoletti cappellano di Combai, Pre' Vendramin Brunello, Pre' Francesco Pa squalotto e l'Eremita Fra Mattio tutti di buoni costumi ». Quel Romi- torio doveva essere costituito da una piccola chiesuola e dalla abita zione del custode eremita: primi elementi di quel complesso che si avviava a divenire il Santuario. Dopo la citata memoria la Chiesa del Carmine è regolarmente riferita nei successivi documenti curiali. Tutto questo è validamente confermato da una rnappa veneziana del 1683 e che riportiamo in copertina. Al N. 1 si legge: Terra arativa con cella e chiesetta per l'eremita tra Val delle Conche e Val del Barcon. Fatto da Gov. Mattiuzzi perito vicentino deputato alla formazione del Nuovo Estimo di Val di Marin, assistito dal Meriga ser Francesco Viera e dal Massaro Nicola Todero. (Provv. sopra Boschi Comuni - Disegno B N. 205). Stando alle indicazioni di una relazione di Mons. Gaio del 1828, la prima chiesetta del Carmine fu edificata per un pubblico voto della popolazione di Miane ed in seguito ad una speciale grazia ricevuta. Come s'è visto, nel 1600 è già fortemente affermata a Miane la divozione alla Madonna del Carmine.

ORIGINE DEL SANTUARIO
Quale calamità allora in quest'epoca ha potuto promuovere il voto di trasferire l'Immagine della B. Vergine dal suo modesto Capitello ad una chiesetta più decorosa e provocare la chiamata di un custode Eremita? Gli eventi calamitosi che hanno travagliato il 1500 e il 1600 sono state le grandinate frequenti, i saccheggi delle soldatesche in transito, i terremoti e le cavallette. Ad esempio, nel 1570 fu eretto l'Oratorio di S. Giovanni Battista, sulla strada che da S. Vito di Valdobbiadene conduce al Piave, come atto di riconoscenza al Santo che aveva liberato gli abitanti da un nugolo sterminato di cavallette sul punto di spogliare e distruggere i raccolti. Segnali di pericolose perturbazioni sismiche possono essere considerate le sbarre poste lungo il campanile e la presenza di tiranti in quasi tutte le vecchie abitazioni di Miane. Ma la calamità che colpiva più duramente la gente ed incuteva Carmine 1903 - Paesaggio ter- rore era la peste o colera, i cui focolai per quasi mille anni scoppia- vano quasi ad intermittenza regolare. La peste infatti è stata il più grande flagello dell'umanità (4). Pare infatti che almeno 40 epidemie di tale morbo abbiano colpito l'uomo già prima dell'Era Cristiana. La parte conosciuta della storia della peste comporta tre sue grandi ondate - le pandemie - durante le quali uscì dalle sue tane per mordere il mondo. La prima ondata è costituita dalla peste chiamata di Giustiniano (500 p. C.). E' la peste dell'Alto Medio Evo e percorrerà per due secoli tutto il mondo conosciuto, circolando di porto in porto, ignorandosi - e tale ignoranza durerà fino alla fine del secolo XIX - che il veicolo del virus erano i topi e le pulci. Con una seconda ondata, la peste riappare nel 1350. Come tutte le città d'Europa e d'Italia è colpita anche Venezia e la sua Terraferma. Disarmati, per mancanza di farmaci specifici, di fronte al terribile morbo, autorità civili e religiose, Senato Doge e Patriarca, ricorrono con pubbliche preghiere e penitenze ai Santi Ausiliatori, e specialmente a S. Rocco. La peste alla fine scompare. L'Oratorio di S. Vito, S. Sebastiano e S. Rocco di Visnà è un ricordo di quei tristi tempi. La peste rientra ancora in Europa, con il suo micidiale passaggio, nel 1570. E' la cosiddetta peste di S. Carlo, così chiamata per l'eroismo dimostrato dei Santo Arcivescovo di Milano nell'assistere i colerosi. A Venezia e nella Terraferma sono prontamente messi in opera tutti i mezzi disponibili della medicina, ma nell'impotenza della loro efficacia, esperti del passato, con voto corale, Senato Doge e Patriarca e Popolo fanno solenne promessa di erigere un Tempio al Redentore nella Giudecca. La peste s'allontana ed il tempio fu subito eretto su progetto del celebre architetto A. Palladio. Riuscì magnifico e s'avviò in pari tempo una delle più popolari feste veneziane. La peste ricompare ancora in Europa nel 1630, ed in poco tempo dilaga con furia imprevista anche a Venezia e nei suoi possedimenti. Vicino a noi furono colpiti Conegliano, Oderzo, Torre di Mosto, Motta Portobuffolé, Bassano. E' la peste descritta da Manzoni nei Promessi Sposi. Quasi indenni risultarono Ceneda e Serravalle. Nella generale sfiducia, il Senato Veneziano ed il Patriarca ricorrono ancora una volta alla protezione divina e a quella specialissima « sempre esperimentata della Santissima Vergine Madre di Dio e Nostra Signora »; e si rinnova il voto di costruire una Chiesa intitolata alla Salute. La peste si ritira quasi subito e la città edifica la sontuosa Basilica della Salute nel Bacino di S. Marco su progetto di Baldassare Longhena. Risultò anche nella architettura un inno ai misteri della Madonna. Nei frangenti dolorosi dell'infierire della peste, ogni volta venivano dalla Serenissima prove di forza O'animo, esempi di grande fede e d'impegno religioso. Questa carica spirituale fu profondamente sentita e prontamente seguita da tutte le genti dei possedimenti di Venezia nello spirito delle diverse tradizioni locali. Espressione concreta furono i voti solenni alla B. V. e ai Santi. Sorsero così nei centri e nelle frazioni gli oratori in onore dei Santi Ausiliatori e specie di S. Rocco. Ricordiamo quello bellissimo di Ceneda eretto sul colle omonimo di fronte alla Cattedrale, meta ancor oggi di un annuale pellegrinaggio votivo. I reggenti del Comune di Conegliano (1631) indicono la grande processione votiva cittadina di ringraziamento alla Chiesa di S. Rocco. La festa della Salute, legata al mistero della Presentazione della B. Vergine, è celebrata, in concomitanza con la nota manifestazione veneziana, in tutte le parrocchie delle Tre Venezie con grande con- corso di popolo. Ora vagliando attentamente i tempi e gli avvenimenti ricordati, stimiamo non essere lontani dal vero se interpretiamo come dovuta ad un voto riguardante la liberazione dalla peste, la costruzione della prima chiesetta del Carmine nella posizione attuale come sede più decorosa ed onorifica della Immagine della Madonna in sostituzione del modestissimo Capitello che la custodiva. Le date 1550 e 1650 - anni della peste - sembrano infatti accordarsi pienamente con le notizie offerteci dai documenti esistenti. La nostra convinzione è rafforzata dall'esistenza negli anni 1574- 75 di alcuni proclami del Conte Brandolini, feudatario della Valmareno, con i quali si diffidava la gente di dar alloggio a forestieri, sotto la minaccia di gravissime pene (bando, impiccagione, galera), ad evitare gli inconvenienti della peste non molto lontana dal Contado (Treviso e luoghi vicini); e dall'inserzione nella Tabella dei giorni festivi della Curia della Valmareno della ricorrenza della festa della Madonna del Carmine, con probabile riferimento alla solennità del Santuario di Miane (5).

AMPLIAMENTI E RISTRUTTURAZIONI DEL SANTUARIO
Dal 1650 il « Romitorio del Carmine » è elencato tra gli oratori di Miane in cui si celebra la S. Messa e per i quali nelle visite pastorali se ne richiede il controllo. Si chiama poi Romitorio perché
Carmine - L'arciprete Lombardi, l'eremita con fedelissimi del Carmine e operai durante i lavori dei 1913 accanto v'è la dimora dell'Eremita-Custode. Dopo tale epoca - nella quale è collo catala probabile erezione della chiesetta non esistono note d'archivio che testimonino lavori straordinari eseguiti nel Romitorio-Santuario del Carmine fino al 1820. Però non è difficile immaginare che i Mianesi abbiano circondato di una fervida attenzione il loro Santuario quasi a continuare nel tempo il loro voto e la loro gratitudine. Dei lavori compiuti nel 1820 abbiamo trovato un documento molto interessante. Si tratta di due componimenti poetici in dialetto mianese del Medico condotto di allora. Esso mette in rilievo l'entusiastica par tecipazione della popolazione ai lavori e nello stesso tempo si scoprono alcuni lati finora nascosti della storia del Santuario e delle consuetudini del nostro paese. Leggendo i primi versi del poemetto, sembra quindi di poter capire che la vecchia chiesetta è stata allungata dalla parte della facciata, fornita di una adeguata sagrestia e ingrandito il coretto. Era allora Arciprete Don Da Re di Corbanese. L'attuale spaziosa sagrestia e le stanze soprastanti pare siano dovute all'interessamento dell'Arciprete Mons. Giaio. Nel 1896, scavando nel monte retrostante, si praticò un largo passaggio tutt'intorno alla chiesa ed il coro fu allargato nella forma attuale e risultò abbellito ed illuminato dalla lanterna di una graziosa cupola. Anche lo spazio innanzi al Santuario ebbe in questa occasione una sua iniziale sistemazione. Il merito di tali trasformazioni va ascritto al Sac. Andrea Celotti, già Arciprete di Corbanese, il quale s'era ritirato a Miane per motivi di salute. Lo attesta la seguente epigrafe: « Andreas Celotti qui Corbanensi paroeciae digne praefuerat - aegra autem valetudine Mianis postremo se receperat - quo hie elegantior Chorus erigeretur - Aes obtulit anno MDCCCXCVI ».Quasi a coronamento di queste opere e per dimostrare la sua devozione alla Madonna del Carmine ed il suo attaccamento ai Mianesi, di cui fu per un decennio amato Pastore, nel 1901 salì il Monte S. E. Mgr. Sigismondo Brandolini, Vescovo Titolare di Orope e Coadiutore del Vescovo di Ceneda, e volle personalmente consacrare il nuovo grande altare con la nicchia della B. Vergine. Ora la Chiesa del Carmine assumeva ormai il tono e le vesti solenni di un Santuario; crescevano però anche le esigenze di culto e di ricezione dei devoti e dei pellegrini sempre più numerosi. Urgevano quindi nuovi lavori. Sotto il governo pastorale di Don Emesto Lombardi, nel 1913, come nel 1820, dopo la Messa prima domenicale, si rinnovarono le lunghe file di popolani che recavano in spalla mattoni e pietre per i nuovi lavori. La facciata della Chiesa fu portata sulla linea del Casa del « Romit » e innanzi alla porta maggiore fu adattata una bella gradinata di masegno. Vennero eliminati il finestrone e l'ogiva perché all'intemo della facciata fu collocato un piccolo organo con una capace cantoria. Di necessità si dovette spostare anche l'ingresso della casa del custode verso est. Il piazzale, reso più spazioso, venne sostenuto da potenti muraglioni, con blocchi ricavati dalla vicina montagna ed ornato di una ringhiera di protezione. Sulla facciata furono poste l'iscrizione: VIRGINI DEIPARAE CARMELITANAE - l'epigrafe ERECTUM MDCCCXIX INSTAURATUM MCMXII e l'invocazione: Regina Decor Carmeli ora pro nobis. (6) Qualche anno più tardi, alla casa dell'Eremita si aggiunsero una stanza di disimpegno ed una camera. Nell'ultimo dopoguerra il Santuario continuò ad essere oggetto di cure e di attenzioni da parte dei fedeli e degli Arcipreti come un punto essenziale di riferimento della pratica religiosa e della vita pastorale. Dopo la costruzione di una scala esterna per accedere alle camere della sagrestia, avvenuta nel 1950, e l'approntamento di due vasche per deposito d'acqua da parte dell'Arciprete D. Giorgio Anzanello, in occasione dell'apertura di una colonia diocesana (v. p. 39), Mons. Candido Martin, Arciprete di Miane dal 1962 al 1974, poté dare una nuova tinta all'esterno e all'interno di tutto il complesso, eliminare le infiltrazioni dell'umidità, installare un gruppo elettrogeno e rendere pienamente efficiente l'organo. L'attuale Arciprete D. Marco Pizzol mise a punto la stanza adiacente alla casa del custode fornendola di tutta l'attrezzatura di un moderno bar e aggiungendo una funzionale « ritonda ». Il piano superiore fu poi totalmente ristrutturato per comodi alloggi. Ultimamente, innanzi a questi locali, fu innalzato un porticato per alleggerire l'affollamento del bar e per riparo in caso di cattivo tempo. In questi giorni poi è stato risolto felicemente anche il pressante problema della illuminazione. Fu una grossa spesa dovuta alla lontananza delle cabine dell'Enel. Ma il continuo e generoso concorso dei fedeli ha superato anche questa difficoltà ed oggi è un felice fatto compiuto. (7) Sono state anche canalizzate le acque piovane divenute pericolose per la sicurezza dei muraglioni del piazzale.

(6) Erectum sta per ingrandito, il termine inesatto è stato tolto da una iscrizione (oggi scomparsa) che si poteva leggere su di una parete prima dei lavori del 1912 così concepita: D.O.M. - Daiparae virgini Carmeli - hoc templum dicatum ab incolis Mianarum - quorum pia largitate - indefessoque labore - erectum fuit
A. D. S. - CIC IC CCC XIX.
(7) La spesa di tali lavori s'aggira sui 30 milioni. La fornitura dei Bar è un dono del Sig. Girolamo Barp (Barchet).
Imprese: G. Bortolini Marina e De Biasi Paolo Torner.

LA STRADA D'ACCESSO AL SANTUARIO
La vecchia strada del Santuario, oltrepassato il borgo « La Villa » di Visnà, ha inizio sul costone sinistro della valletta, e sale, in ripida ascesa, fino ai « Pian » donde riparte costellata dai capitelli della « VIA CRUCIS ». Vi aveva già messo mano fin dal 1900 Mons. Giacomo Bianchini, allora Cappellano di Miane, con una schiera di giovani volenterosi di cui era la guida spirituale rispettata e venerata. Qualche anno fa, ad opera del benemerito Corpo Forestale e per interessamento tenace di Mons. Candido Martin, fu ricavato sul lato destro della valletta una ampia strada asfaltata e dolce pendio, sotto l'ombrello dei vecchi castagni. Essa si ricongiunge all'ultimo tratto della vecchia sede stradale facilitando di molto - a pedoni ed auto - l'accesso al Santuario e recando notevoli vantaggi ai proprietari contermini.
Oggi il Santuario, così attrezzato, offre ai pellegrini singoli e in gruppo le comodità rispondenti ai bisogni della pietà e del soggiorno

IL CAMPANILE DEL SANTUARIO
Una ventina d'anni dopo gli ampliamenti del 1820, si dette mano coraggiosamente alla elevazione del Carmine - Scheggia di campana sottratta alla requisizione austriaca nel 1918 campanile. Esso poggia su una robusta base di blocchi egregiamente lavorati dagli esperti scalpellini di Miane. Quello che fa da chiave di volta dell'ingresso porta incisa la data 1840. La campanella esistente era ormai divenuta un'eco sperduta sull'esile campaniletto.
Il campanile era stato ideato ad una sola cella per due campane che avevano un caratteristico suono argentino e squillante appunto per l'argento che i fedeli avevano offerto per la fusione. Nel 1908, una generosa Signora, Teresa Morona, emula del marito nella devozione alla Madonna, donava la terza campana « la Granda », che anche tutt'oggi è chiamata la « Boccia » dal nomignolo dato alla buona donna e riferito al suo aspetto grassoccio. La Signora Teresa Morona gestiva una osteria all'inizio di Via Cava che era frequentata dai notabili dei paese. Fu necessario allora alzare il campanile di una seconda cella campanaria per collocarvi la « Boccia ». Nell'attesa del compimento dell'opera affidata all'Impresa G. Rasera Cavour, la Boccia fu impostata su di un castello di legno sul piazzale ed eretto in modo che il campanaro potesse vedere il lancio delle altre campane - quando si suonava il doppio - e così coordinare con facilità il terzetto in ritmica armonia. Ci volevano di certo buon orecchio e buona vista ed una certa bravura, per cui spesso il fatto determinava una gara tra il gruppo dei virtuosi, seguita dalla gente con interesse ed applausi. Nell'infausta invasione austroungarica del 1918, le tre campane - come del resto tutte quelle del Veneto occupato - furono sacrilegamente saccheggiate dal nemico che le spediva in Cecoslovacchia alle fonderie Skoda per fabbricare cannoni. Gesto ormai inutile perché la sconfitta era vicina. Provvidenza volle che il Padre Romito Antonio Bortolini, il simpatico custode del Santuario, potesse sottrarne, mentre le stavano spaccando con le mazze, una grossa scheggia raffigurante proprio la Madonna del Carmine. Ora è esposta come una reliquia ad una parete della chiesa a ricordo della dolorosa vicenda. Nei giorni della ricostruzione le tre campane, fuse con il bronzo dei cannoni tolti al nemico, ritornarono a far sentire - speriamo ormai per sempre - il loro canto ed il loro invitante e dolce richiamo. E Ruinis pulchriores!

L'EREMITA ('L RUMIT)
Questa figura di laico, in certo modo consacrato a Dio, rappresentava una istituzione di vecchia data e fino a cinquant'anni fa ancora in efficienza in parecchi paesi della Pedemontana da Vittorio Veneto a Valdobbiadene. Il ricordo degli Eremiti è ancora vivo. A Revine è legato al Santuario di S. Francesco, a Tovena all'oratorio di S. Vigilio,a Cison alla Chiesetta di S. Daniele, a Soligo all'oratorio di S. Gallo,a S. Stefano all'oratorio di S. Alberto, a Valdobbiadene alla Chiesa di S. Floriano a Caravaggio al Santuario omonimo.
I « Rumit » erano uomini di buona condotta non coniugati o vedovi, forniti di una mediocre cultura religiosa a livello di vita di santi. Chiamati ed assunti dall'autorità ecclesiastica del luogo, veniva loro demandata la custodia di una chiesetta o di un oratorio verso il quale era indirizzata la pietà dei fedeli, richiamata da particolari eventi - ritenuti miracolosi - e che ne avevano determinato la costruzione. Tali cappelle sorgevano solitamente lontano dall'abitato e perciò erano chiamate « Romitori » o « Romitaggi » (da eremo, luogo solitario) ed il loro custode « Rumit ». Seppure il nome « Rumit » sia una contrazione dialettale del nome « Eremita », non bisogna immaginare che la loro vita fosse in tutto e per tutto simile - a quella degli eremiti o anacoreti intesi nel senso canonico, sia di quelli esistenti nei primi secoli della Chiesa, sia di quelli che ancor oggi vivono in certi ordini religiosi come i Trappisti, i Camaldolesi, i Cistercensi e nei monasteri ortodossi. La condotta di vita di costoro è infatti caratterizzata da uno stretto isolamento, da intensa preghiera, dal lavoro manuale compiuto per il proprio sostentamento e da una severa austerità circa il riposo ed il vitto accompagnata talvolta da dure penitenze. I nostri « Rumit » invece, pur avendo l'abitazione abituale presso il luogo di culto che custodivano, scendevano spesso in paese per la raccolta delle questue e, nelle domeniche e feste, davano una mano ai sagrestani ed ai Sacerdoti della parrocchia. Il popolo aveva per loro molta venerazione. Nelle visite che essi facevano alle famiglie, distribuiva-no immagini e vite di Santi e spesso erano interpellati per avere pareri e consigli. Era una buona parola accettata di buon grado da tutti. Talvolta il « Rumit » aveva anche la ricetta di qualche medicina a base d'erbe di buona efficacia. Il « Rumít » perciò nel paese era un autentico esempio di vita cristiana perché contenuta nella riservatezza e nella modestia avvalorate dalla relativa solitudine affrontata senza timore.

IL « RUMIT » DEL CARMINE FRA MATTIO
La serie dei Rumit del Carmine è purtroppo molto lacunosa. Sol-, tanto di tre ci è rimasto il nome e la qualifica. Oggi ormai sono passati.., a miglior vita quelle persone - i nostri anziani - che forse potevano avere qualche esatta notizia in proposito.
Il primo « Rumit » lo conosciamo, come s'è visto, dalla relazione della Visita Pastorale compiuta nel 1696 da Mons. Agazzi (el. 1692) Vescovo di Ceneda alla parrocchia di Miane, allora retta dal Pievano Dott. Francesco Pittoni. i Fra i Sacerdoti presenti in parrocchia e alle sue dipendenze, il Pievano annovera anche l'Eremita fra Mattio con residenza presso il Romitorio del Carmine. Ne accerta i buoni costumi e sembra quasi considerarlo alla stregua del clero della parrocchia. Non ci è dato di sapere, da questi fugaci cenni, a quale Ordine' appartenesse fra Mattio. Il fatto però che il Romitorio di Miane fosse dedicato alla Madonna del Carmine lascia supporre che fosse ascritto' all'una o all'altra Osservanza dell'Ordine Carmelitano. Così siamo all'oscuro se fosse fratello laico o Padre da Messa. Quali i motivi della sua presenza a Miane? Anche qui si possono avanzare solo delle ipotesi. Era in amicizia col Pievano? Vi fu chiamato per dare sviluppo alla devozione dello Scapolare? Venne tra noi spinto dall'esodo determinato dalla peste che costringeva gli abitanti delle città e delle cittadine a trovare rifugio nelle campagne? 0 era una di quelle anime inquiete che cercava nella solitudine e nella austerità della vita e nella pietà verso la Madonna il senso della propria esistenza? Il luogo era veramente propizio per assecondare slanci spirituali.

IL RUMIT TONI BURAT
(Merlo Antonio)
Notizie Più attendibili sono a nostra disposizione circa la figura del penultimo Rumit del Carmine, vissuto tra il 1780 e il 1850. Sono notizie curiose e gustose che provengono dai due componimenti poetici già ricordati dati alle stampe in occasione dell'inaugurazione dei lavori compiuti nel 1820. Li pubblichiamo alla fine del presente opuscolo. Vi troviamo indicato il suo nome: Toni Burat. Burat è il soprannome di un colmello delle famiglie Merlo ancora numerose a Miane (Merlo, Doret, Castello Brusaferro etc.). Dall'Anagrafe appare che portasse anche il nomignolo di Crozzola.
Il nostro poeta lo chiama quel « Cristian de sto nostro Rumit », « sto bon fiol ». Per elogiare la sua bravura propone di dipingerlo, per i suoi meriti, sul muro del Carmine; però, soggiunge, ne risulterebbe una figura quasi sinistra da mettere paura ai ragazzi. Il Romito doveva avere un aspetto fisico fuor del normale: piccolo di statura, magro e con la pelle nera od olivastra. Il poeta vorrebbe nientemeno per sbiachezzarlo intant mettenlo in moi »! Il vestito logoro ed il soprabito goffo accentuavano ancor di più l'originalità dell'uomo: « a vardarlo al par un pit broà, quel pore cech del nostro Romituz ». Però quanto povera ed umile era la apparenza fisica altrettanto grande era la nobiltà dell'animo del Romito. Ed il poeta sente il dovere di sottolinearlo parecchie volte. Infaticabile nei lavori d'ingrandimento della chiesa, lo era anche nel raccogliere aiuti ed offerte. Era il suo impegno quasi quotidiano che egli compiva con letizia e puntualità « franco tanfa a magnar un pez de torta ». Con la stessa tenacia batteva, alla fine d'estate, tutte le casere della montagna e le malghe di Mont, Salvadella, Budoi, Pian e Federa, poste a più di mille metri di altitudine per ricevere le abituali offerte di burro e formaggio. E non mancava di ingegno e d'inventiva. Per avere infatti sempre a disposizione le pazienze dell'Abitino del Carmine fece egli stesso lo stampo in legno con l'Immagine della Madonna e di S. Antonio lavorando « col garbon, co la sbogola e '1 compas » tanto « e che gnessun darghe ghe poi del nas ». Di questo bel tipo di laico, consacratosi al servizio della Madonna del Carmine, è oggi scomparsa totalmente la memoria presso i suoi parenti.

IL RUMIT ANTONIO BORTOLINI (1856 - 1924)
La palma dell'Eremita ideale del Santuario dei Carmine è tenuta certamente dall'ultimo Rumit del Carmine la cui memoria è ancore vivissima nel cuore dei Mianesi. Si chiama Antonio Bortolini, del col mello dei Vasal di Visnà. E' infatti sintomatico che fosse interpellato o nominato comunemente col titolo di « Padre » o di « Padre Rumit » Sul giovane Antonio Bortolini aveva posto gli occhi Mgr. Sigismondc Brandolini per la sua serietà, la sua ottima condotta morale e per la spiccata religiosità. A Lui sembrava infatti la persona ideale a cui affidare la Carmine - L'Eremita Antonio Bortolini custodia e la manutenzione del Santuario e l'assistenza dei pellegrini. La sua abitazione sarà quindi per cinquant'anni, accanto alle Madonna, nella modesta casetta, tenuta con claustrale decoro, e sulla quale campeggiava il motto di S. Bernardo « 0 Beata Solitudo o Sola Beatitudo ». Il richiamo cistercense fu vissuto dal giovane in modo appassionato. i Il giovane Rumit vestiva l'abito clericale dell'800, cioè vestito con calzoni corti e un soprabito neri. Lettore assiduo dei testi di religione e delle vite dei Santi divenne presto un provetto catechista. Ogni domenica era ospite dell'Arciprete e nel pomeriggio lo si vedeva in Chiesa nella classe posta accanto alla vecchia bigoncia, circondato da un numeroso gruppo di ragazzotti che gustavano le sue spiegazioni ed i suoi racconti edificanti. Vivere eremiticamente è vivere autonomamente e per questo avevi imparato a far un po' di tutti i mestieri. Era anche un eccellente cuoco; quindi era spesso chiamato in occa sione di matrimoni a preparare il pranzo nuziale che egli allestiva corabilità e soprattutto con notevole risparmio. Si può vedere ancor oggi la sua famosa batteria di rame lucente. Come gli altri eremiti, batteva alle porte dei Mianesi, con il suo grande cestone, a raccogliere l'offerta dei bozzoli e di altri generi, avendo per tutti un saluto, un augurio, ed una buona parola specialmente per i giovani, ricambiati con tante benedizioni e richieste di preghiere Anch'egli compiva agevolmente - era fornito di una forza fisica notevole - il giro delle casere e delle malghe per la raccolta del burro e del formaggio. Le « pezze » di quest'ultimo venivano poi vendute al l'incanto, in una domenica, sulla contrada di via Cava di Visnà (8) S'era poi ormai creata una certa notorietà intorno a lui per la sua bontà ed il suo disinteresse. Molti sacerdoti della Diocesi e fuori diocesi venivano al Santuario a trascorrere alcuni giorni di riposo.
(8) L'ultimo popolare banditore fu Pietro Vian detto Teccer.
Quantunque avesse sortito da natura un temperamento un po' brusco, accettava volentieri gli scherzi e le matterie che i cappellani, accompagnati dai loro giovani, gli giocavano a ripetizione. Don Giacomo Bianchini, Don Antonio Fioretta, Don Francesco Prezioso ne erano gli inventori.
Oggetto di questi allegri giochi erano spesso le campane, di cui era geloso, e la innocente manomissione dell'arredo di casa. Il tutto finiva con l'offerta di un eccellente caffè.   Dalla popolazione di Miane ebbe sempre rispetto, affetto e sostentamento per cui non ebbe mai a mancare di nulla. Anzi poté egli stesso essere la segreta provvidenza di molti poveri. Si ebbe una prova del suo grande cuore e della sua generosità quando raccolse, educò ed avviò alla vita tre giovani orfani: Cason, Messe- daglia e Costalunga. Forse per questo anche gli era derivato il nome di « Padre ». Gli ultimi anni di vita furono per lui molto dolorosi per la arterioselerosi sopraggiunta e più ancora per aver dovuto abbandonare il suo amato Santuario. Fu accolto e curato amorevolmente nella famiglia di un suo beneficato - Cason Giovanni - fino alla morte che avvenne il 7-12-1924. Sulla sua tomba - fu sepolto in quella della Sig.ra Maria Spadotto, la famosa guaritrice della sciatica - fu collocata una lapide con la seguente epigrafe dettata dall'Arciprete Cav. Ernesto Lombardi e che ne scolpisce appieno la figura:

A Padre Romito Antonio Bortolini

Burbero ma benefico

consacrò oltre cinquant'anni

della sua vita

a servizio del Santuario

della B. Vergine del Carmine

i Mianesi memori

posero

N. 17 - 7 - 1852
M. 7 - 12 - 1924

Dopo la scomparsa del Padre Rumit Antonio Bortolini si sono susseguite, nella custodia del Santuario e nella gestione del piccolo Bar, le seguenti Famiglie: i.
Cason Giovanni e Monegat Giustina - Scarton Emilio con la madre 'Lucchetta Antonio e Lucchetta Maria - Cozza Antonio e Morona San]tina - Paludetto Giuseppe e Carrer Rina - Marcon Andreina e Lucchetta Marisa. Oggidì presta il suo servizio, da aprile a settembre, la famiglia Iseppon Giovanni e Morona Luisa.

LA VIA CRUCIS
E' costume abituale che la via tracciata verso un Santuario abbia, ad intervalli regolari, le 14 stazioni della Via Crucis quasi ad indicare al cristiano che la vita è un pellegrinaggio verso il cielo da compiere con spirito di penitenza, di preghiera e di conversione.
Per il nostro Santuario del Carmine vi provvidero la religiosità e la speciale devozione alla Madonna dei coniugi Morona Antonio e Merlo Teresa, conosciuta quest'ultima col soprannome di « Boccia ». Sostenendo una notevole spesa, fecero erigere 14 edicole ai lati della vecchia strada partendo dalla località detta « Ai Pian ». Furono subito forniti di grandi quadri della Passione e protetti con cancelli, opera del fabbro Giovanni Merlo Brusaferro... I Mianesi, grati per questo dono e compresi del suo significato, hanno sempre mostrato il loro attaccamento a questa forma di pietà religiosa praticandola spesso individualmente e collettivamente. I due coniugi sono stati ricordati dalle seguenti affettuose iscrizioni: Alla Vergine del Carmelo - la Pietà - dei coniugi Morona - l'opera - del popolo di Miane - Morona Domenico e la moglie Teresa Merlo - offrirono a Maria questi capitelli - col desiderio - di vederli inaugurati - prima di morire - Solo otto giorni dopo l'inaugurazione - desiderata ed impetrata - Morona Domenico placidamente moriva - Accettò il dono ed il pio desiderio - la Regina del Cielo - chiamando a sè - dopo solo otto giorni - Morona Domenico. 7 giugno 1903. Oggi, a causa della nuova strada asfaltata, impostata sul lato opposto alla vecchia, una buona metà dei capitelli rimane nascosta. Chi la percorre trovasi infatti improvvisamente davanti alla VII stazione! E' augurabile che anche sul nuovo percorso, di più dolce pendenza, siano trasferite o ripetute le stazioni mancanti.

IL CULTO ALLA B. V. DEL CARMELO PATRONA DI MIANE
L'atto votivo, di cui abbiamo più sopra parlato, aveva eletto e dichiarato la Madonna del Carmine Patrona della Parrocchia e del Comune di Miane. Il gesto di pietà e di riconoscenza dava così vita alla solennità della B. V. ed ad una serie di
Carmine - 50.o della classe 1928pratiche religiose relative.
l. Una Tabella esposta in sagrestia le registra per i posteri:
Sacre Funzioni che si fanno nel Santuario del Carmine.
1.o Maggio: Processione e Messa Cantata - 16 luglio: Processione e Messa cantata - Ultima Domenica di Luglio (solennità della Madonna
del Carmine) - Messa Letta (ore 5) - Messa cantata e Panegirico (ore 10) - Vesperi solenni e Processione colla Reliquia della Madonna (ore 3) - Ogni cinque anni: Processione col Simulacro della Madonna - Ai primi di ottobre Processione e Messa Cantata - 21 Novembre Processione e Messa Cantata.
Legati: Legato Bortolini detto Tot Gio:Batta: una Messa Annua (nella solennità del Carmine) - Legato Cescon Domenica: una Messa Annua - Andrea Vescovo - Miane, li 21 febbraio 1908 (9).
2. La festa patronale, dal 16 luglio, giorno della sua ricorrenza liturgica, venne trasferita all'ultima domenica del mese di luglio. Era vera- i mente imponente per la folla dei fedeli, le numerose Messe celebrate la frequenza ai SS.mi Sacramenti. Si attendeva poi anche con una certa curiosità la Messa « granda » delle ore dieci per
presenza a turno
(9) Bortolini detto Tot Gio :Batta è ricordato come uno dei principali collaboratori nei lavori del 1819. Vedi Componimento.

 

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