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Nostri limiti e attenuanti
Lago e il colonialismo
Ad
autocoscienza ed autodifesa, in primo luogo dall’anonimo vittoriese, dobbiamo
ammettere che siamo un paese un po’ spaesato. Abbiamo infatti subito tanti
e tali tentativi di colonizzazione che ci sentiamo degli indigeni, e non
solo perché qui nati. Assistiamo ormai da molti anni a ripetuti sforzi
per un nostro miglioramento da parte di lodevoli volonterosi provenienti
da altre culture (che in realtà approdano ai nostri lidi perché attratti
dal paesaggio). La nostra cultura, evidentemente “subalterna”, vuoi per
limiti di cervice vuoi per lo smisurato entusiasmo di questi bene intenzionati,
si dimostra refrattaria ad ogni tipo di miglioramento. Molti sono stati
i tentativi, alcuni di breve durata e paragonabili a vere e proprie “incursioni”,
altri lunghi e pianificati, vorremmo dire “mirati” sulla base della lucida
considerazione delle nostre petrose durezze. E pensiamo si sia dato fondo
a tutte le strategie, anche a quelle più spregiudicate e pur tuttavia
machiavellicamente ammissibili data la bontà del fine. Ma se il fine giustifica
i mezzi, il fine si è dimostrato più forte dei mezzi: colmare le nostre
lacune, emendarci, comunicarci una cultura veramente “civile”, si è rivelato
purtroppo un fine troppo ambizioso, anzi, a lungo andare, una vera e propria
presunzione. E fra i molteplici interventi esteri si deve annoverare il
succedersi di diversi pastori che ci porta a considerare il nostro paese
come una terra di missione o comunque un luogo particolarmente fecondo
per distribuire insegnamenti. Proponiamo quindi alle autorità competenti
di promuovere il nostro paese a centro di formazione missionaria.

Un documento
più che eloquente
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